Rocca San Felice

In ogni luogo, in ogni paese, in ogni borgo, per quanto piccolo possa essere, si incontrano sempre tre personaggi: il letterato, l’artista e il filosofo. Non c’è nulla da fare, è una regola ferrea che si applica a qualsiasi luogo e che continua a stupirmi ovunque io vada. Se pure ci fossero soli tre abitanti in un borgo, essi sarebbero esattamente un letterato, un artista e un filosofo. E se un luogo fosse abitato da meno di tre persone, a esempio una, stai pur certa che quell’unica persona sommerebbe in sé le caratteristiche di tutti e tre i personaggi. Anche perché per vivere da soli, e soprattutto se si vive da soli, c’è bisogno di una preparazione oltremodo al di sopra del normale. C’è bisogno di filosofia, di poesia e di arte: solo in questo modo si può avere la possibilità di sopravvivere.
Sopravvivere alle difficoltà, alla fame e soprattutto al silenzio.
Una classica esperienza di incontro, una di quelle esperienze da manuale l’ho fatta a Rocca San Felice, piccolissimo e scenografico paesino posto sui colli del pre Appenino irpino.
Come al solito di buon mattino mi sono prefissato di allietare la mia giornata andando a fare visita a qualche luogo dell’alta Irpinia. Era da tanto che avevo in mente di ritornare a Rocca, e di rivedere la mefite.
La domenica di fine estate promette bene, l’aria non eccessivamente calda invoglia al buonumore e alle lunghe pedalate fuori porta.

Pedalare è un esercizio del corpo, dell’anima e della mente. È un incontro con i pensieri, ed è un luogo a sé stante, dove il corpo ha un ruolo importante, ma non fondamentale, perché se c’è un carburante che permette al corpo di macinare chilometri, quello è realizzato dalla mente. Durante le pedalate, la mente e l’anima si fondono in un tutt’uno che è interessato solo alla bellezza di ciò che proviene da fuori. La sensazione di effimero del paesaggio impone, come regola ferrea, quella di incamerare, per quanto più possibile, le immagini di paesaggi unici al mondo, che profumano di storia e di bellezza a ogni curva.

(Tratto da “L’Agente della Terra di Mezzo, di Giuseppe Tecce, edito da BookaBook editore)

Il quadro sull’Irpinia

L’indolenza dell’Irpinia, traspare da una finestra,che come il più bello dei quadri, fa bella mostra di sé, nel salotto buono della casa. Dietro ai vetri, la valle del Calore, il monte Tuoro e la verde Irpinia!

Una favola inedita

Un anno di “Ljuba senza scarpe”

Una giornata memorabile, quella del 14 settembre di un anno fa, quando a Sant’Agata de Goti, nella bellezza mozzafiato del Chiostro di San Francesco, fu messa in scena una trasposizione teatrale di Ljuba senza scarpe. C’erano un po’ tutti i personaggi, compreso il lupo Fenrir.

Da quel momento lo, la mia carriera di scrittore, ha preso il volo. E un ringraziamento a tre persone in particolare: a Pietro Graus, a Maurizio Del Greco e a Michela Ottobre, che quella serata aveva organizzato in modo accurato e minuzioso.

Arriva l’autunno anche qui

L’autunno visto da qui, è la stagione più bella dell’anno. Da qui, intendo dall’appennino centro meridionale, da quella propaggine della Campania che si stringe tra la Puglia e la Basilicata. Qui già a fine agosto comincia l’Autunno (non per nulla le genti di queste parti sono solite dire “Austo capo re vierno, trad. Agosto è l’inizio dell’inverno). Già a Settembre cominciano tutte quelle attività tipiche della preparazione per il letargo invernale: si accatasta la legna, si preparano le conserve, sia di frutta che di pomodoro, si prepara il vino, si preparano i sottolio. Qui è la natura che detta legge. I ritmi di vita sono dettati ancora dalla natura. I contadini preparano il terreno: tra poco ci sarà la semina del grano. Gli animali vanno alla ricerca spasmodica di fonti di cibo da conservare. Molti di loro andranno in letargo e avranno bisogno di scorte alimentari. Il sole, finalmente diventa tiepido, e di mattina le valli si riempiono di nuvole basse. Finalmente arriva l’autunno da queste parti, e ci prepariamo al periodo più bello dell’anno.
Chi ama questa stagione quanto me? ❤️
#Autunno #RitornoAllaNatura #VitaAutentica #Campagna #Tradizioni

Torniamo a parlare di “Ljuba senza scarpe”

Torniamo a parlare di “Ljuba senza scarpe”. Lo farò in occasione della Conferenza che terrò, il prossimo 27 Novembre, a Napoli presso il GREN (Gruppo di Ricerche Esoteriche Napoletano). Il mio intervento sarà sul seguente argomento: “Ljuba senza scarpe e il Neopaganesimo”.

Per gli interessati alla tematica, vi darò aggiornamenti più in là sul luogo (zona Piazza Carlo III a Napoli) ed orario.

Un abbraccio!

Io e le nuvole

A volte basta guardare in alto per sentirsi liberi. Le nuvole, con le loro forme mutevoli e leggere, stanno lì a ricordarci che tutto passa, anche i pensieri più pesanti.
Oggi mi voglio fermare un attimo, osservare il cielo, e lasciarmi trasportare da quella calma che solo le nuvole sanno regalarmi.

IMPORTANTE

IMPORTANTE: Lo speciale evento della presentazione di “Tramonti Occidentali” a Benevento, presso il Caffè dell’Orto, a causa di condizioni meteo avverse, è stato spostato al giorno 19 settembre alle ore 19, sempre al Caffè dell’Orto, in via Marco da Benevento 10. Segnatevi la data e ci vediamo Giovedì 19 Settembre. Sarò, sempre, in compagnia di Angelo Moretti, Grazia Caruso e Monica Carbini.

Le mie terre

Tra le colline e le montagne della mia terra, si nascondono grandi tesori: piccole cappelle che sbucano in mezzo a campi dorati, borghi dove il tempo si è fermato, e una natura che sembra custodire gelosamente i suoi segreti.
Le strade di campagna ci raccontano storie antiche, le stesse che hanno plasmato la nostra cultura contadina. Un mondo fatto di fatica e orgoglio, di mani che lavorano la terra e di sguardi che scrutano l’orizzonte.
Questo territorio è uno spazio fisico, ed è un luogo dell’anima. I nostri passi, i nostri respiri, ci collegano a chi siamo e a chi vogliamo diventare. La cultura contadina ci ha insegnato il valore della pazienza, dell’attesa e del rispetto per la terra che ci nutre.
Oggi più che mai, sentiamo il bisogno di tornare a guardare le nostre radici, per costruire un futuro più sostenibile e autentico.

Che ne pensi?

CARLO GESUALDO E IL MISTERO DELLA SUA SEPOLTURA

Sembra la trama di un noir storico quella della sepoltura di Carlo Gesualdo! Un enigma non ancora risolto!
Accadde oggi!
l’ otto settembre 1613 moriva, nel Castello di Gesualdo Carlo Gesualdo, uno dei più grandi madrigalisti che la storia della musica abbia avuto! Nella terra di Gesualdo, luogo che lui 18 anni prima aveva eletto a sua dimora! le sue spoglie, probabilmente sono ancora a Gesualdo, nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, dove fu sepolto, insieme a suo figlio Emanuele!
A distanza di più di 400 anni dalla morte di Carlo Gesualdo, non abbiamo notizie certe di dove si trovino le spoglie di Carlo Gesualdo. Nel suo testamento, come sappiamo, Carlo Gesualdo aveva chiesto di essere sepolto non più tardi di cinque anni dopo la sua morte, avvenuta l’8 settembre del 1613, nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, poco lontano dal luogo, dove anni prima si era consumata la tragedia di cui tanto è stato scritto. Nella Chiesa del Gesù Nuovo il Principe aveva il patronato su di una cappella sotto il titolo della “Madonna della Santissima Trinità”, la quale però doveva essere ristrutturata per accogliere le spoglie di Carlo e di suoi familiari. Sappiamo per certo che le sue spoglie, insieme a quello del figlio Emanuele, nel 1630 si trovavano ancora a Gesualdo, Nella chiesa della Madonna delle Grazie. Questa notizia ci è riportata in una relazione di Monsignor Andrea Pierbenedetti, vescovo di Venosa, scritta durante una sua visita apostolica nelle diocesi di Avellino e Frigento. Nella sua relazione il Vescovo scriveva che il 31 ottobre del 1630 si trovava nella cittadina di Gesualdo, dove si apprestava a visitare la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, annessa all’omonomo Convento dei Padri Cappuccini, fatti costruire per volontà del principe Carlo. Dopo aver celebrato la messa nella Chiesa, fece annotare dal suo segretario alcuni particolari che riportavano lo stato in cui versava la Chiesa, quando si trovò nei pressi della cappella che si trova entrando a sinistra dell’ingresso principale della chiesa, si accorse della presenza di due sepolture. Al segretario fece prendere nota dei tumuli di “quegli eccellentissimi signori”, da quanto riporta nella relazione, erano quelle di Carlo Gesualdo e suo figlio Emanuele, che cita testualmente: …et hinc inde intra capsulas plummbeas cadavera excellentissimorum DD. Caroli, Emmanuelis Jesualdi eius filis Principorum Vemusij, quorum tevotione Cappella ipsa fuerat edificata, tota ecclesia restaurata…” Questa testimonianza, attesta che le spoglie del Principe furono sepolte inizialmente a Gesualdo, in attesa di essere trasferite a Napoli, una volta restaurata la cappella del Gesù Nuovo. Il vescovo aveva conosciuto in vita i due illustri personaggi vent’anni prima, sembra che Emanuele fosse morto nelle braccia del Vescovo, nella città di Venosa, dopo aver chiesto perdono per le sue sregolatezze giovanili. Il Principe Carlo lo aveva conosciuto per tramite il Cardinal Federico Borromeo, zio del Principe, cugino della madre Geronima Borromeo, cui il vescovo per anni era stato collaboratore.
Sappiamo per certo che la cappella di Sant’Ignazio, sarebbe stata ultimata solo trent’anni dopo la morte del Principe, e l’iscrizione sepolcrale risalirebbe addirittura al 1688, a distanza di quasi un secolo. Nel 1641 i lavori erano a buon punto e il 2 novembre fu redatto un atto notarile, in cui si dichiarava che si dava esecuzione delle volontà testamentarie di Carlo Gesualdo, in cui venivano stabilite come doveva essere la Cappella. La Cappella fu completata nel 1643. Ci è noto anche che la Cappella subirà dei danni a seguito del terremoto del 13 giugno 1688, i marmi li restaurò nel 1693 Pietro Ghetti, le tele del Ribera furono recuperate nel 1690 dal pittore Luca Giordano. Le spese per il restauro furono sostenute dal Marchese di Santo Stefano Domenico Gesualdo, come si rileva da una lapide del 1705.
La tesi della sepoltura a Gesualdo, ha dato origine a una vera «sfida» tra due opposte scuole di pensiero e due diverse «fazioni»: quella che sostiene che il Principe sia sepolto in terra partenopea, e l’altra che ritiene, invece, che le spoglie di Carlo Gesualdo si trovino ancora nelle terre del suo feudo irpino, come si era creduto finora. Questa seconda tesi è avvalorata dal fatto che non abbiamo alcuna testimonianza di quando le spoglie del Principe furono traslate a Napoli.
A questo punto sorgono degli interrogativi, quando e per opera di chi la sua salma fu trasferita a Napoli? che fine hanno fatto i resti mortali di suo figlio Emanuele? Furono entrambi trasferiti nella Chiesa del Gesù a Napoli? E per opera di chi?