Torino, arriviamo! Sono felice di condividere una notizia speciale: sabato 18 maggio alle ore 17, sarò ospite del Salone Internazionale del Libro di Torino, insieme a Graus Edizioni. Parlerò de “L’inaffondabile”, il mio ultimo libro scritto a quattro mani con Attilio D’Arielli, in un incontro che si preannuncia intenso e ricco di emozioni. Accanto a noi, altri autori della scuderia Graus: Debora Iannotta ed Enrico Bassi con Dio come mi amo e Ciro Cacciola con Il ragazzo dai pantaloni rosa. Sarà un’occasione bellissima per ritrovarsi tra le pagine, le storie, le parole che resistono e navigano — anche quando tutto sembra volerle affondare. Vi aspetto a Torino!
Come, oramai, accade dall’inizio dell’anno, ogni mese, un mio scritto viene pubblicato sulla Rivista Internazionale “Masticadores”, pubblicata in 14 paesi del mondo. Per me è una bella soddisfazione essere pubblicato da loro e avere la possibilità di essere letto in giro per il globo. Se vi va di leggere l’ultimo articolo, lo trovate al link qui in basso.
Coltivo questo pezzo di mondo con alacre assiduità, perché il particolare è sempre parte del tutto, e il tutto entra in ogni particolare.
A Grottaminarda ho trovato una casa, del colore delle arance di Sicilia, con un cane e quattro gatti, e in quella casa mi sono sentito a casa. Ha un grande giardino con alberi di mele e fichi e ulivi tutt’intorno. Un’amaca e un dondolo, messi in primo piano, su uno sfondo fatto di terra e poesia. In cielo c’è la luna, piena e tonda, luminosa come non mai, che illumina un cielo d’agosto terso e caldo.
Il canto delle cicale non smette mai, nemmeno quando dalle Pleiadi pezzi di stelle si staccano per cadere sul pianeta, lasciando scie luminescenti per palpitanti emozioni. Il cuore batte forte, scaldando corpi che non vogliono cedere all’inedia della sera. L’indolenza delle anime si scontra presto con la verità del luogo. Generazioni sapienti di contadini maturi hanno coltivano per secoli quei terreni, ricavandone frutti e nutrimento. Zampe di vacche podoliche e pingui maiali hanno calpestato quelle terre, dove ora giace inerme, riversa in terra, un’unica foglia di fico, intrisa degli umori corporali e seminata come si fa con il grano.
Non è il tempo dell’autunno, quando le foglie cadono come gocce di pianto dai crinali obliqui dei rami protetti. Non è ancora il tempo delle cadute, ma la foglia verde giace in terra, stemperando nei minerali del terreno gli ultimi suoi istanti di vita. Chiaramente è stata strappata via, chiaramente è stata messa lì, a ridosso dell’amaca, dove il cane amico, gioca scodinzolando a nuovi padroni. Il grillo abbassa la testa al mio passaggio, poi la rialza sistemandosi il cilindro. La mia capigliatura sciatta e rada nulla ha da spartire con la chioma lunga e profumata della padrona della casa. Ma nonostante il diverso, porto con orgoglio il trilby che nasconde le cicatrici del mio capo, e rassegnato mi preparo per il viaggio notturno nel cuore dell’Irpinia.
Le rane non hanno ancora smesso di gracidare, piccole luci sparse lungo il sentiero indicano la direzione che porta all’acqua. Il cane dalla coda dondolante, flemmatico mi scruta: ha una bianca peluria ed il passo di un pastore. Lei, invece, è ancora distesa sull’amaca, sazia di ogni sentimento, satolla fino all’orlo, satura di sudore e di ispirazione. Ha lunghi capelli neri, sciolti sulle spalle, mentre sorseggia una Peroni, guarda sorridendo la scena del cane che imbratta il nuovo padrone. Lo osserva divertita, poi dice di essere impaziente, che da donna ha terminato il tempo dell’attesa, che se non otterrà il tutto e subito, mollerà le redini e lascerà cadere la storia nell’oblio. Ma tu giovane donna non sai che la fretta porta sempre cattivi consigli e che la prima legge della vita è quella che ci impone di essere grati per quello che si ha. La gratitudine è il sentimento che ci riappacifica con la vita, la gratitudine apre le porte dell’invisibile, permettendoci di entrare in una dimensione che depone l’onirico in favore dell’essenza. Lei è giovane, lui non lo è più. Lei è governata dagli ormoni, lui da un senso di riappacificazione con il mondo. Lui le prende la testa tra le mani: “tesoro mio, abbi fede, tutto si sistemerà.
Dai il tempo al tempo di fare il suo lavoro, sii orgogliosa delle mie vittorie, così come io lo sono delle tue. Gioisci per ogni nostro incontro, come il giubilo per il giorno di festa, come il giubileo delle anime che si incontrano per sempre, come l’incrocio dei corpi che si danno piacere. Tu ancora non lo sai, ma stiamo facendo la storia, presi dentro a un vortice di bellezza senza confini, dove tu sei la protagonista indiscussa. Dalle tue labbra pendono i battiti d’ali delle farfalle, dalla tua bocca possono sorgere fonti incontaminate di acque argentate. Ma se tu molli ora, prima ancora di averci provato, prima ancora di cominciare il percorso, se tu molli ora, avrai per sempre il rimorso ed un peso all’addome, che mal si addice ad una giovane donna, dal portamento delicato”. Così dicevano i due, dimentichi, quasi, della missione che dovevano portare a compimento quella notte, quale pegno del loro amore, quale sigillo chiuso sopra a un mondo impenetrabile agli altri, invisibile ai più.
“Questa sera è una promessa, che scomparirà nel nulla se uno dei due smette di provarci. Sii costante, come lo sei in tutto ciò che fai, abbi la pazienza che hanno i forti, e mantieni sempre il sorriso che apre le porte e i cuori”. Ora è tempo di andare, la nostra eterna promessa, passa da un cammino che vale come luminosa promessa nel cammino buio che ci accingiamo a percorrere. A mezzanotte in punto, si parte”.
Quando si zappa e quando si pota, non tengo ziani e non tengo nipoti, quando è tempo di vendemmià, ziani di qua e nipoti di là. Mi ci sono seduto sopra. È l’Appennino, appuntito ed aspro, con i suoi sali e scendi, bello e mitologico, popolato di personaggi fiabeschi, abiti colorati, streghe, maoni, Janare, e tutte le bestie conosciute e sconosciute. Dalle cime dei monti godi panorami che ti fanno immaginare immortale. Nel fondo delle valli, mandrie di vacche podoliche migrano verso pascoli più verdi, dove gli steli d’erba si fanno poesia, e le dentature, straziate, stringono radici tirate a forza di strattoni dal terreno duro del cammino. Escrementi di bovino diventano secchi ripari per insetti, neri come la merda, corazzati come i Leopard, che non si fanno acchiappare, nemmeno se ti ci tuffi sopra. Ranocchiette verdi saltano veloci dentro a ciò che resta di uno stagno. L’odore acre della melma mi sale al naso causando reminiscenze antiche, di muschio e fango: è il petricore. (Inedito tratto da “La Gente della Terra di Mezzo)
La recensione è un po’ datata, ma l’ho notata solo stasera. È bello sapere di aver contribuito, sia pure in piccola parte alla scelta della meta turistica di una persona. Intanto continuerò a dirvi che L’Irpinia è una terra magica e andrebbe visitata tutta!
Le onde dell’azzurro Mediterraneo lambivano la riva producendo un sussurro armonioso, dando vita ad una melodia insolita. I granchi, con la loro corazza blu cobalto e chiazze di un arancio scintillante, emersero dalla parte inferiore delle rocce, quella parte che alternativamente veniva ricoperta e poi liberata dall’acqua, e cominciarono a danzare, con un ritmo che sembrava in simbiosi con il degradare delle luci del tramonto. Intrecciavano le loro chele in una danza intricata, mentre il riflesso dorato del sole scintillava sull’acqua, creando l’effetto di mille scintille argentate, in un’atmosfera, che d’improvviso era diventata magica. Il cielo sfumava verso territori cromatici difficili da decifrare per l’occhio umano, scivolando dal rosso, al giallo, all’arancio al blu scuro, al nero della notte. Tutte le stagioni si erano concentrate in un’unica striscia di cielo che andava dalla linea dell’orizzonte fino ad un’altezza di quarantacinque gradi. Sulla sua testa, allo Zenith, già si vedeva il punto luminoso delle stelle. I granchi, ignari di tutto ciò, continuavano la loro danza, rituale ed antica, scritta nei loro geni e nella brezza del mare. Sembrava, ad un occhio più attento, che stessero celebrando la bellezza fugace del tramonto, ed erano la testimonianza vivente della meraviglia della natura. L’aria era carica di un senso di mistero ed incanto, e chiunque avesse avuto la fortuna di assistere a quello spettacolo avrebbe portato, per sempre, con se il ricordo della danza dei granchi su una spiaggia di Lampedusa. (tratto da Tramonti Occidentali)
Sembra ieri che mi rincorrevi sui viali alberati che portavano al mare, mentre, invece, il tempo è trascorso inesorabile, ed io sono invecchiato e tu non sei null’altro che una donna anziana curva mentre cammini, dalla pelle bianca, a tratti emaciata, e dalle labbra spaccate dal tempo che nulla perdona. Sembra ieri che ridevamo seduti, stretti in un abbraccio, che in quel momento significava poco o nulla, ma che ha acquistato valore con il tempo. Perché, vedi, le cose, col tempo, acquistano importanza, almeno fino a quando non si rompono. E il nostro abbraccio, a un certo punto si è rotto e non abbiamo più saputo aggiustarlo. Avevamo il mondo nelle nostre mani e non lo sapevamo. Eravamo più forti delle nostre insicurezze, ed ora siamo pieni di fragilità. Eravamo giovani e certi come solo i giovani sanno essere, ed ora siamo solo un involucro che contiene sangue, piscio ed escrementi.
Siamo stati la vita, il rimorso, la distanza, la vicinanza, l’infinità. Ora siamo gli stessi di sempre, mischiati ad un elemento in più che si chiama fragilità. I calici si toccano ancora. Abbiamo novant’anni, il viale alberato che portava al mare, è diventato il viale del tramonto, alla fine del quale corriamo il rischio di vedere ancora il sole sorgere.
Ieri alla disfida del soffritto a Mirabella Eclano, ci siamo divertiti davvero tanto. E poi, il folklore irpino, resta sempre affascinante! Come potrebbe uno scrittore non scrivere di tutto ciò? E infatti, a fine maggio, uscirà il mio nuovo tascabile dal titolo “I Racconti dall’Irpinia”. Stay tuned!!!