Viva Masticadores!

Ragazzi cos’è la bellezza, cos’è il piacere? Sono delle cose impalpabili, a volte irraggiungibili, a volte li senti più vicini e ti sembra di poterli toccare con mano. Ecco, oggi è uno di quei giorni di piacere. Oggi, ancora una volta, una mia prosa poetica, ha trovato casa su una rivista molto importante, con la quale collaboro oramai dall’inizio dell’anno, e che mi da spazio ed attenzione per pubblicare i miei testi. La rivista si chiama Masticadores, ed è una rivista di rilevanza internazionale, in quanto è pubblicata in 14 nazioni sparse per il pianeta ed è un grande amplificatore, anche, della mia voce. Se cliccate sul link in basso, sarete trasferiti sulla pagina del sito e potrete leggere anche voi la mia prosa, e magari potreste lasciare un commento.
Vi aspetto

Riciclato a chi?

Stamattina, nella mia amata città, qualcuno mi ha apostrofato come “riciclato” nel mondo della scrittura, come se il passaggio dal sociale alla cultura fosse un salto improvviso, quasi opportunistico.
A onor del vero, è giusto ricordare che il mio rapporto con la scrittura è antico, radicato nell’adolescenza. Ho scritto più poesie e racconti brevi in quegli anni acerbi che in tutto il resto della mia vita. Già a metà degli anni ’90 avevo pubblicato due raccolte di poesie. La mia carriera da romanziere, invece, ha preso slancio quando ho deciso di rallentare – e sottolineo rallentare, non abbandonare – il mio impegno nel sociale.
Scrittura e impegno sociale, per me, non sono mai stati mondi separati: si nutrono l’uno dell’altro. È proprio dal mio lavoro quotidiano a contatto con le persone, con le loro fragilità e le loro storie, che traggo ispirazione. La mia Irpinia verde e silenziosa, dove ho scelto di ritirarmi, è il luogo in cui queste due anime trovano sintesi e profondità.
Il lavoro continua, dentro e fuori i confini, perché le mie competenze e la mia esperienza nel sociale sono ancora oggi apprezzate e stimate. E scrivo. Continuo a scrivere. Perché non ho mai smesso.

La mia Russia

C’è stato un tempo in cui frequentavo assiduamente Mosca. Avevo un viso diverso, meno barba e strampalati occhialini tondi. Passeggiavo sulla Stare Arbat, la via che vide camminare Aleksandr Pushkin con la sua Natalia, che sentì l’eco dei passi di Bulgakov, e che forse fu percorsa, almeno in sogno, da Dostoevskij, con le sue visioni febbrili e le sue ombre interiori. È stato un tempo sospeso, in cui mi perdevo tra i banchi del mercato alla ricerca di una matrioska dal volto triste oppure di una scacchiera scolpita a mano, immaginando che in qualche angolo ci fosse ancora l’anima di Majakovskij, pronta a declamare i suoi versi colmi di parole. In quell’aria gelida, in un mercatino d’antiquariato, trovai un cappello militare che divenne un portale temporale, portandomi, all’istante, nell’epoca sovietica facendomi sentire il vigore dei canti sovietici. In quel periodo mi districavo bene tra i banchi dei mercati e le scritte in cirillico che sovrastavano le imponenti porte delle botteghe, e mi sentivo immerso nel mondo della letteratura che avevo sempre amato.

La nuova bio, con tante foto

Questa notte, in un moto di insonnia, ho aggiornato la mia biografia sul sito personale, con tante tante foto d’epoca. Per chi volesse curiosare, la trova a questo indirizzo:

https://giuseppetecce.com/biografia/

Le cinque regole

Cinque sono le regole che ho appreso lungo il cammino. Sono antiche quanto i racconti che si fanno intorno al fuoco, e non ammettono deroghe. Le ho imparate vivendo, cadendo e rialzandomi, osservando i silenzi degli alberi e ascoltando le parole dei maestri.

La prima regola mi parla della dignità. Cammina dritto, mi dico sempre, e custodisci la tua dignità come se fosse un vecchio cappotto, consunto dal tempo, ma caldo e rassicurante. Non cedere mai il tuo valore per un piatto di lenticchie, non lasciare che qualcuno ti convinca di valere meno di quello che sei davvero. La dignità è la colonna che sorregge tutto, è la lanterna che illumina la strada nelle notti oscure.

La seconda regola è silenziosa come un vecchio monito: non lamentarti. Perché il lamento è un pozzo oscuro, che ruba energie preziose. Meglio incanalare quelle energie in qualcosa che renda più lieve il viaggio. Ogni lamentazione attira ombre, anime stanche che non conoscono la luce. Preferisco scegliere parole luminose, che scaldano il cuore e nutrono l’anima.

La terza regola è il segreto di ogni magia: pensa in grande, pensa in bene. Ho scoperto che immaginando con nitidezza ciò che desidero, rende più vicini i miei sogni. È come disegnare mappe invisibili che il destino, con lentezza, realizza. Lo dicevano gli antichi saggi: il mondo è dentro di te, prima ancora di apparire fuori.

La quarta regola è custodire lo spirito. È nel silenzio del bosco che ho imparato a percepire l’invisibile filo che lega l’anima alla carne. Curare lo spirito è come curare un giardino nascosto, dove crescono le rose più belle. Solo un’anima luminosa può illuminare un corpo che altrimenti si farebbe flaccido, opaco, spento e stanco.

Infine, la quinta regola mi ricorda che il corpo è sacro. Mi prendo cura del mio corpo con rispetto, come farebbe un giardiniere con la terra che ama. Sono ciò che mangio, ciò che bevo, ciò che lascio entrare nella mia vita. Scelgo ogni alimento come fosse una medicina, la parola di una poesia, un verso delicato che compone la mia storia.

L’inaffondabile e il Premio Campiello

A volte le cose si intrecciano in modo curioso.
L’inaffondabile, il romanzo che ho scritto con Attilio D’Arielli, è entrato nella selezione del Premio Campiello.
Lo dico con un sorriso un po’ incredulo e grato: comunque vada, per noi è già un bel traguardo.
E proprio in questi giorni – sembra quasi fatto apposta – inizieranno a Porticello le operazioni per recuperare il Bayesian, il veliero che ha ispirato la nostra storia.
Un libro che parla di ciò che affonda ma resiste, e una barca che forse, dopo mesi, tornerà a galla.
Per chi non lo avesse ancora letto: https://amzn.eu/d/3ZYTBvg

Evento Annullato

Quando il rispetto manca, è giusto dire basta.

Mi dispiace comunicarvi che la presentazione del libro “L’inaffondabile”, prevista per oggi a Benevento, è stata annullata.

Una decisione sofferta ma necessaria, causata da gravi mancanze di rispetto da parte degli organizzatori della rassegna Benevento LibrAria. Né io né il coautore Attilio D’Arielli siamo mai stati contattati nei mesi precedenti. Nessuna comunicazione, nessuna condivisione. E poi, la locandina ufficiale: nessuna menzione dei nostri nomi, nessun riferimento alla nostra presenza come autori.

Un’omissione che, alla luce di quanto accaduto, appare tutt’altro che casuale.

Sono autore di nove pubblicazioni, ho presentato i miei libri in Italia e all’estero, in eventi partecipati e ben organizzati.

Uno dei miei romanzi è attualmente in fase di sceneggiatura per diventare un film, e nei prossimi mesi sarò impegnato con presentazioni in Germania, Belgio, Stati Uniti, oltre che alla Fiera del Libro di Torino.

Non ho mai preteso privilegi, ma credo che ogni autore, a prescindere dal curriculum, abbia diritto a un trattamento dignitoso.

Quando questo rispetto viene negato, è giusto e doveroso dire basta.

Per questo motivo ho scelto di annullare l’evento e, almeno per ora, sospendere ogni collaborazione culturale con la città di Benevento, finché non cambierà l’approccio nei confronti di chi scrive e si spende per la cultura.

Ringrazio chi continua a seguirmi con stima e affetto.

Ci ritroveremo altrove. Dove la cultura non è usata, ma vissuta.

Giuseppe Tecce

giuseppetecce.com/biografia

Atarassia

Dalla sommità dello scoglio mi ergo come Poseidone sopra il mare infinito, prodigo di opportunità e di ricchezze.

Le tenaglie di Carcino separano, con delicatezza, i fili tessuti dalle Nereidi, e io, a torso nudo, mostro al mondo le mie vergogne, che vergogne non sono, ma figlie delle occasioni che il destino ha saputo offrirmi. Il vento, sibillino, mi ha portato notizie di te, dei tuoi disallineamenti e degli squilibri viscerali, delle discrepanze che percorrono il tuo dire e il tuo fare, delle parole che proclami e delle mosse atipiche che ti tradiscono. Non smetti di mentire a te stessa, ed è in questa menzogna che crei distanza, non tra ciò che dici e il mare, ma tra ciò che dici e il male che dissemini, scambiandolo per sapere divino. Ma tu di divino non possiedi nemmeno il sentore, e le tue mani, più delle tue parole, mostrano al mondo l’incongruenza delle tue scelte. Essere narcisisti è proprio questo: illudersi di essere altro rispetto a ciò che si è davvero, dimenticando che sono i gesti, e non le parole, a rivelare la verità.
Ed io, in piedi su questo sperone di roccia, guardando il mare infinito e le sue molteplici possibilità, ho compreso. Non più fendente, né giudice, né redentore. Solo custode di me stesso.
Ho lasciato che il vento si portasse via il tuo veleno, che le onde disperdessero il tuo magnetismo illusorio, che il sole prosciugasse ogni scoria residua della tua voce. Nell’atarassia ritrovata, il mare ed io siamo tornati a essere una cosa sola: incorruttibili, eterni, silenziosi.

Quando si muore

Quando si muore, non si muore per davvero. Si spalancano porte che attraversano veli dimensionali che ci portano oltre il visibile, laddove gli occhi non osano guardare e dove i cuori sanno di dover cercare. 

Quando si muore, non si ha paura di morire, perché l’anima si ricorda dei giardini che aveva perduto, dei sentieri azzurri che Omero aveva intravisto oltre le colonne d’Ercole,

e che Dante, cieco d’amore, aveva percorso scalzo.

Quando si muore, si sente il fruscio delle pagine mai voltate, lo scorrere della penna su fogli di libri mai scritti, le parole sospese tra Esiodo e Whitman, il respiro regale di tutte le stelle che mai si accesero, e l’eco delle cattedrali d’aria che Rilke sognò senza poterle mai toccare.

Si va là dove i pittori stendono cieli impossibili, dove Turner lasció esplodere i suoi tramonti senza pennelli, e dove Van Gogh rideva, seminando girasoli su cieli scuri accesi di galassie colorate.

Si cammina senza gravità sulle strade costruite da Virgilio per le anime gentili, si riconoscono i sassi parlanti di Antonia Pozzi, e si dialoga coi sogni infranti di Novalis, mentre il tempo, smesso il suo abito regale, si fa fanciullo e gioca tra i nostri capelli.

Quando si muore, si diventa la memoria che aleggia nelle stanze,

la carezza che non ha più bisogno di mani, la nota persa che Debussy inseguì senza mai afferrare.

Si varca un giardino senza recinzioni,

dove il sole non sorge né tramonta,

e dove ogni creatura  è chiamata per nome, come in una nuova Genesi.

E allora si che si capisce che la morte non è una fine, ma un ritorno alle origini, un tuffo oltre l’ultima curva del pensiero, dove anche Dio, smarrito,

ci aspetta sotto un albero di melograni.

L’inaffondabile

Heaven è una splendida ragazza di appena diciotto anni e tra i tanti sogni della sua giovane età, ne giunge uno in particolare, premonitore della drammatica realtà che seguirà.
Il padre è uno scienziato visionario, che oltre ad essere un uomo brillante che ha costruito il proprio successo con determinazione, è anche un marito e un papà premuroso, tanto da acquistare, per la propria famiglia, una nave, moderna ed elegante, che è un concentrato di
tecnologia e sicurezza. Tutto sembra scorrere serenamente, fino a quando una tempesta, improvvisa dispensatrice di devastazione e morte, in pochi momenti, cambia il corso della vita
delle vittime e dei superstiti.
Ancora una volta, nella storia italiana, l’indagine della Magistratura si intreccia con l’ombra dei Servizi Segreti, mentre tutti si affidano alla scienza per svelare i misteri dietro al tragico naufragio.
All’ombra di quello che è destinato diventare uno dei paesi più famosi della costa siciliana, Porticello, a pochi chilometri da Palermo, personaggi carichi di umanità e con una propria personalità, vengono proiettati in un’indagine così complessa, da sbriciolare le stesse radicate certezze di molti esperti.
Prendono corpo, quindi, le emozioni e i sentimenti di chi, a tutti i costi, tenta di salvare e di chi cerca di investigare.
In una delle estati più torride mai registrate, quello che sembrava solo un grave incidente estivo, un fatto di cronaca, diventa un caso internazionale, trasformandola in un’estate di infiniti teoremi.
Solo uno, alla fine, potrà garantire la soluzione al quesito più difficile da risolvere, la domanda a cui
tutti tentano di dare una risposta: cosa realmente ha affondato “L’inaffondabile”.
Tra finti complotti e segreti, un giornalista è alla ricerca della verità a tutti i costi e non solo per sete di conoscenza, ma anche per rendere dignità e pace alle vittime del naufragio.
Il romanzo “L’inaffondabile” è ispirato alla storia vera del Bayesian, lo yacht di lusso affondato a largo di Porticello il 19 agosto 2024, nel quale morirono 7 persone, tra i volti più noti ed importanti della finanza e del jet set mondiale. Una storia fatta di punti di vista, cambi di scena ed opinioni
contrastanti. Un romanzo in cui Amore, Sopravvivenza e Morte si intrecciano come correnti invisibili in un mare in tempesta, dove il confine tra il destino e il mistero si dissolve, lasciando che siano solo il cuore e l’ombra della verità a tracciare la rotta finale.
Tutto questo è “L’inaffondabile”, e ne parleremo martedì 29 aprile alle ore 17,00 a Palazzo Paolo V a Benevento. Vi aspetto.