Per quanto strano possa sembrarti, devo dirti che: Non sono una persona remissiva. Non abbasso la testa davanti all’ingiustizia, non sorrido per convenienza, non cedo il passo a chi semina veleno credendosi giardiniere. Ho imparato a mie spese che chi ti fa del male gratuitamente, lo fa perché teme la tua forza, il tuo coraggio, la tua coerenza. Io non sono uno che accetta il marcio per quieto vivere. Non sono uno che si lascia ammaestrare. Sono il maschio alfa, non per imposizione, ma per indole. E non tollero prediche da chi ha le mani sporche, da chi si lava la coscienza affondando la lama nel petto altrui. Chi non ha morale non venga a farmi la morale. Io la mia strada la conosco. E la cammino con la schiena dritta, anche sotto la tempesta.
Tecce si fa cantore del tempo sospeso, luogo in cui l’uomo abita non secondo la freccia lineare della cronologia, ma secondo le circolarità interiori della memoria, del desiderio e del mito. I suoi personaggi non vivono in un tempo storico, ma in una dimensione dell’essere che sfugge alla contingenza: sono ombre incarnate, forme archetipiche, frammenti d’infinito che abitano il limite. Il loro spazio non è geografico, ma ontologico. L’Irpinia, allora, non è solo paesaggio: è simbolo, è metafora del ritorno, del radicamento, dell’origine che ci fonda e ci sfugge. L’autore intreccia ironia e nostalgia, incanto e concretezza, in una narrazione che si pone come atto conoscitivo, un modo per interrogare la realtà senza la pretesa di definirla, ma con il desiderio di abitarla poeticamente. Come i filosofi presocratici, Tecce guarda il mondo con stupore primordiale: ogni storia è una piccola cosmogonia, una visione dell’Essere incarnata in una voce, un gesto, un silenzio. (Dalla recensione di Rosa Bianco su Orticalab)
Camminammo sulla cima dell’Appennino, attraversando terre, che all’apparenza, parevano desolate. Le vecchie insegne, ancora sospese ai pali che le avevano generate, cigolavano, mosse appena dal soffio del vento. Tutto intorno si riempiva di poesia e di luce. Di quella luce che acceca e lascia una macchia gialla sulla cornea, che ti rende cieco nei luoghi oscuri, come se avessi perso il centro dello sguardo. Il silenzio saliva dalle valli, galoppando su cavalli invisibili e invadeva le rovine, con la morbidezza dell’ovatta, restituendo una voce muta alle civiltà antiche, anch’esse rurali e non dissimili da quelle sparute che ancora oggi puoi osservare tutto intorno.
Camminammo là dove un tempo passavano le greggi rumorose, portatrici di latte e nutrimento, la dove gli elfi, sul finire del giorno, danzavano con le coccinelle dai colori sgargianti. In quell’aria sospesa anche i Pierrot si erano dati convegno: vestiti intonsi, ricamati di sette punti neri su un tessuto arancio, portato fin lassù da sedici gechi dai piedi palmati. Danzavano, seducevano, cantavano come nel più fragile dei circhi.
Lo spettacolo era appena cominciato.
Camminammo ancora, mentre le ombre lunghe della sera arrivavano a lambire l’orizzonte. Un vecchio pastore ripeteva a memoria i nomi delle pecore, mettendo l’accento su quelle scomparse. Ad un tratto, anche le pietre cominciarono a parlare in un dialetto antico, che entrava fin dentro le stanze della memoria delle lingue. Così potevi udire parole arcaiche, come frasca, Petra, juorn, vient, portate alle orecchie da un alito di vento generato dalle credenze popolari.
In lontananza, un albero storto si stagliava come un dio, i suoi rami nodosi indicavano direzioni che nessuna bussola può sapere. Ai suoi piedi, una ciotola di rame riempita di pioggia e di stelle: l’acqua tremava come tremano le mani di chi conosce troppe cose.
Incrociammo una donna, che se ne stava seduta sul limitare di un muretto a secco. Non parlò, ma aveva gli occhi di chi aveva visto l’inizio del mondo. Tutto intorno a lei una danza di galli cedroni che portavano sulle ali campanacci muti.
Ci porse un frutto di sorbo, e quando lo spezzammo in due, ne uscì una farfalla nera, che si posò sulla fronte di ognuno.
“È il sigillo”, disse una voce che non sapevamo da dove provenisse. “Da ora ne siete i custodi”.
Il cielo si abbassò fino a sfiorare le nostre ciglia. Un lampo lontano illuminò per un attimo le rovine di un paese senza nome, aggrappato alla costa di un monte come un ricordo che non vuole morire. Una lapide diceva: Qui si fabbricava il silenzio.
Circa un anno fa il tragico incidente nel quale persero la vita quattro giovani, tra cui il giovanissimo campione di box Bilal. Oggi, ad un anno di distanza, ciò che resta è un murales di Bilal, mentre, intanto, si continua a parlare di bombe, di missili, armamenti, facendo, ancora, altre vittime ed altri morti. Soffiano venti di guerra!
Uno dei momenti più intensi della presentazione di Racconti dall’Irpinia di ieri, presso la cantina Ifalco_vini di Paternopoli, nel cuore dell’Irpinia, tra vigneti bellissimi e baciati dalla luce dorata di un suggestivo tramonto. Le recitazioni di Angela Caterina del prestigioso Teatro d’Europa lasciano sempre tutti senza fiato. E noi non possiamo che restare affascinati dalla sua voce, dalla sua timbrica, dalle sue pause. Un applauso!
“Se la moglie di un uomo esce di casa e si reca presso la dimora di un altro uomo, e quest’ultimo ha rapporti con lui, pur sapendo che è la moglie di un altro uomo, sia l’uomo sia la donna devono essere messi a morte.” Questa è una legge Assira, in vigore intorno al 1400 a.C., ma non è irragionevole pensare che fosse valida già nel 1860 a.C., quando viveva Taram Kubi, una giovane donna di Assur, moglie di un mercante, che si lamentava spesso con il marito perché la lasciava sola per moltissimo tempo, e in più non le mandava denaro per portare avanti la casa. Il marito infatti per il suo lavoro di mercante si recava fino in Anatolia, portando con sé tessuti e stagno che avrebbe scambiato con oro e argento, in una città chiamata Kanesh. Da ciò si evince che sono cambiati i tempi, sono mutate le tecnologie, ma gli esseri umani hanno avuto sempre gli stessi problemi. Provate ad immedesimarvi per un attimo nei problemi di questa coppia vissuta 3885 anni fa, e vi accorgerete che non facevano e non pensavano nulla di diverso di ciò che facciamo o pensiamo oggi, perché cambia il vestito, ma l’essere umano resta sempre uguale a se stesso.
Ho cominciato subito a leggere il libro di Tecce , attratta dal titolo: Racconti dall’Irpinia. Ho letto già i primi 4 racconti. Ma è bellissimo!!! Racconti fiabeschi ambientati in luoghi che amo, e per la loro bellezza ho lasciato Napoli scegliendo scientemente di venire a vivere qua, per nutrirmi di questo paradiso in terra e delle sue storie. Racconti Dall’Irpinia!
Continua la mia collaborazione con la rivista internazionale “Masticadores”. Oggi sono presente con il mio “Canto del castagno e dell’amore rinato”. Cliccate sul link e leggetelo. Il brano è tratto dal mio ultimo libro: Racconti dall’Irpinia.
Oggi pomeriggio, all’interno del bellissimo scenario del municipio di Altavilla Irpina, si è svolta la manifestazione “In bici alla scoperta del territorio”, promossa dal Gal Paternio, durante la quale sono stati presentati nove nuovi percorsi cicloturistici in territorio irpino. All’interno di questa manifestazione ci sono stato anche io, nonostante il caldo asfissiante, che ho proposto alcune letture dal mio libro “L’agente della Terra di Mezzo”. Come molti di voi sapranno, il libro è il frutto di infinite pedalate e di mille riflessioni sulla vita e sul territorio, fatte proprio in terra irpina nel periodo immediatamente antecedente la pandemia. Tutte queste esperienze sono confluite in questo libro, dal gusto, forse, naïf, ma che mostra tutta l’ammirazione per una terra davvero magica e straordinaria. È un libro ancora molto attuale, e, probabilmente, sarà sempre così attuale.