Il cammino di RDI

Racconti Dall’Irpinia continua il suo cammino, scoprendo, ad ogni passo che muove, che si è rivelato un tratto essenziale nel percorso di costruzione della nuova identità culturale irpina. C’è un grande interesse intorno a questo libretto, maggiore di quanto io stesso potessi pensare. Si apre una stagione di dibattiti nelle terre dell’alta Irpinia, dove io sono protagonista: il giorno 14 agosto sarò a Savignano Irpino, il 26 agosto sarò a Montefusco e il 6 settembre sarò a Lioni. A breve pubblicherò le locandine.

Racconti Dall’Irpinia a La Notte delle Streghe

Sì è concluso il salottino che mi ha visto protagonista, a La Notte delle Streghe, a Piazza Federico Torre nel cuore del centro storico di Benevento.

Con me c’erano Luca De Lipsis, Giuseppe Palmieri e la Janara Michela Ottobre, condotti egregiamente dalla splendida Grazia Caruso. Abbiamo parlato dei nostri libri, mettendo l’accento sulla questione esoterica, sulle streghe, ed in particolare sulle Janare! Un grazie agli organizzatori Antonio De Cristofaro e Adriana Sannita Franci per la bellissima manifestazione che ha coinvolto l’intera città e anche oltre.

Racconti Dall’Irpinia ha riscosso grande interesse anche nella presentazione di Benevento. Un pubblico numeroso ha seguito con attenzione la conversazione tra me e Grazia Caruso. Quando si parla di territorio, quando si solleva il velo della questione meridionale, c’è sempre un grande interesse, a dimostrazione del fatto che c’è un grande fermento nei nostri territori e se c’è fermento c’è vita.

L’Irpinia nell’obiettivo di una fotocamera

L’Irpinia è una terra aspra, dura, un susseguirsi di valli e monti, spesso desolati, ma sempre legati alle corde dell’anima.

Terra di tradizioni contadine, legata ai ritmi della natura, all’incedere delle stagioni, ai simboli che sembrano usciti da un sogno arcaico: la volpe, il tasso, il falco, il lupo. E poi i pascoli, le greggi e le mandrie, la grande tradizione della transumanza.

Una terra che racchiude in sé tutto lo scrigno del sapere delle terre a Sud. Raccontarla è difficile, com’è difficile e a tratti diffidente è il carattere delle persone, di chi questa terra la cura da sempre e la custodisce, prima nel cuore e poi nella realtà.

Ci hanno provato artisti del passato, come De Sanctis, Manlio Rossi Doria, Guido Dorso, Osvaldo Sanini, e più di recente La Capria, Donzelli, VINICIO CAPOSSELA , Franco Arminio e anche io faccio del mio meglio per raccontarla per come merita, come luogo magico di natura ed esseri mitologici. Però ognuno la racconta a modo suo e a modo suo lo fa anche L’Osco Rabel, al secolo Raffaele Bertolini che realizza opere con i fanghi mortiferi della Mefite, e anche Rosa Bianco, che L’Irpinia la racconta con uno sguardo innamorato.

E a modo suo lo fa anche Luca Vernacchio che attraverso il suo occhio meccanico riesce a catturare l’anima profonda dell’Irpinia, con delle fotografie che superano la realtà, trascendendo in una dimensione onirica, dove tutto è possibile, anche contravvenire alle leggi stesse della fisica.

E allora, ti ritrovi personaggi che saltano l’infinito, o piegati come sarebbe impossibile dal vero, e alberi e punti di vista mai banali, di una terra che resta l’essenza del Meridione.

Anche il suo lavoro è prezioso, perché crea legami con il territorio, crea momenti di irrazionale ilarità che ti legano alla terra, e come più volte ho detto, dove c’è legame, c’è amore e se c’è amore c’è cura e quindi si ingenera quel vortice che è il contrario dell’abbandono. Le nostre terre esistono, sono reali, anche nei suoi scatti onirici.

(Tutte le foto sono di Luca Vernacchio)

In memoria di Ljuba

In rete mi sono imbattuto in questo bellissimo disegno di Catia Di Nicola, che spero non me ne voglia a male, ma l’uomo raffigurato mi ha fatto immediatamente pensare al protagonista di uno dei miei romanzi meglio riusciti, a Ljuba, protagonista dell’omonimo “Ljuba senza scarpe”, Graus Edizioni.
In omaggio a questo bellissimo disegno, lascio uno stralcio del mio libro:

Si accarezzò la lunga barba, il silenzio si impossessò ancora del luogo e chiuse gli occhi.
Vorrei non raccontarvi il mio sogno, ma portarvici dentro.
Non finì nemmeno di pronunciare quelle parole che dal fondo della stanza si alzò un vento, freddo e sferzante che divenne forte a tal punto da spegnere i restanti mozzoni di candele.
Ljuba continuava a tenere gli occhi chiusi, mentre i tre si guardavano intorno spaventati ed incuriositi.
La stanza piombó nel buio, ma fu solo per poco, perché nel volgere di pochi istanti furono avvolti dalla luce bluastra della luna piena. Le pareti scomparvero e si ritrovarono circondati da tronchi di alberi ad alto fusto, fitti, ma non tanto da non lasciar trapelare la luce della luna che splendeva lassù, tonda e candida in mezzo ad un cielo scuro ma terso.
Ljuba scese dall’albero, sul quale era salito per avvistare qualcosa , decisamente a proprio agio con i piedi nudi che usava imitando il modo delle scimmie.
Dobbiamo raggiungere il gruppo per compiere i riti per Freyja nel blót d’autunno, disse rivolgendosi ai tre rimasti ai pedi dell’albero. Dobbiamo affrettarci per vivere in pace e propiziarci la stagione del lungo inverno.
Chi….chi è Freyja pronunciò con voce sommessa Milena, mentre gli altri restavano sbalorditi per quanto visto ed udito.
Freyja è la dea dell’amore , della fertilità, ma anche della guerra e della morte. Ma è ora di metterci in marcia, dobbiamo unirci al blót prima che sorga la luce del sole. Si odono già i canti in lontananza.
Dalla cima dell’albero ho scorto dei fuochi verso nord, ed è lì che dobbiamo dirigerci.
Ljuba si incamminò di gran lena attraverso la boscaglia non eccessivamente fitta, camminando, quasi correndo, su un tappeto morbido di foglie cadute , come da sempre accade, nelle grandi foreste decidue del nord Europa.
Il clima autunnale di metà ottobre imponeva, a quelle latitudini, un abbigliamento ben più confortevole di quello da serata di cena casalinga che indossavano, e ben presto sia Katia che Milena cominciarono lamentarsi per il freddo.
Il freddo non esiste, sentenziò Ljuba, che non provava nessuna empatia per i due; piuttosto correte che i vostri muscoli flaccidi , da allevamenti in gabbia, si riscalderanno. Poi troveremo un gran fuoco e li sarete di nuovo al sicuro.
Katia era sbalordita , sia per quello che stava vivendo sia per le parole pronunciate dal suo uomo, che , in quelle condizioni, stentava a riconoscere.
Sembrava un lupo selvaggio , in cerca di preda, che alzava il naso al cielo per percepirne l’odore, lo annusava e d’istinto sapeva come muoversi.
Le sovvenne l’idea di un documentario visto tempo addietro, su di un bambino cresciuto da un branco di lupi, che divenuto adulto ne ripeteva le modalità .
Ljuba , mi stai facendo paura , ma sei tu il ragazzo lupo del documentario?
Ma no, disse lui sorridendo, ma come potrei, conosci la mia storia; diciamo che mi trovo più a mio agio in luoghi come questo che dentro quattro mura.
E si udì un tonfo provenire dal lato destro.
I quattro si fermarono all’unisono, voltandosi in quella direzione. Nel buio della foresta Ljuba non intravide nulla.
Sono gli elfi, che ci stanno seguendo. Bisogna essere attenti, possono essere molto cattivi, e tirò fuori dalla tasca delle rune, le prese in mano, le strinse in un pugno che diresse nella direzione del rumore. Pronunciò delle parole incomprensibili.
Ecco ora gli elfi dovrebbero starci lontano, ma riprendiamo a correre , il tempo stringe.
Ah, ecco a cosa servivano quelle pietre incise che continuavo a trovarti nelle tasche dei pantaloni e che mi hanno quasi distrutto la lavatrice, disse seccata katia. Accennó un sorrisetto, e riprese la corsa alle spalle del gruppo.
Marco era il più silenzioso di tutti, ancora incredulo per quanto stesse accadendo.
Ma è reale tutto ciò? Si chiedeva tra se, e non riusciva a trovare risposta. Siamo nel metaverso? Come diavolo siamo finiti qui? Pensava , aveva mille domande, ma non trovava le risposte. Però il freddo che provava era reale, il vento della fredda notte nordica tagliava la pelle del volto. Rallentò un attimo, si toccò il volto, poi toccò un albero, e infine il muschio che ne cresceva alla base. Tutto era perfetto, e l’analisi sensoriale era in linea con quanto provato fino ad allora nella sua vita.
Ljuba è un essere davvero magico, pensò e forse, per questo Katia ha tanto paura di parlare della Rainbow family. Corsero, camminarono e corsero di nuovo, a seconda delle asperità del terreno. Giunsero in prossimità di una radura , dove diversi uomini giravano in cerchio intorno ad un gran falò, e a distanza di alcuni metri, un cerchio più ampio, di sole donne, girava nella direzione contraria.
Una di esse si staccò dal cerchio e avvicinatasi pose una domanda in una lingua sconosciuta ai più, ma non a Ljuba.
Questi si girò verso gli amici e disse: ci chiede se abbiamo fame.
Mi sono permesso di rispondere a nome del gruppo, che non abbiamo fame.
Si certo, ben fatto, lo incoraggiarono gli altri.
Katia, alla vista di quella donna, dal fisico asciutto e completamente nuda, mostró dei segni di disagio.
Una rabbia antica cominciò a montare dal basso, a pervaderle il corpo, una rabbia che esplose nel momento esatto in cui Ljuba cercò di invitarli a prendere parte al rito orgiastico che si stava compiendo.
L’urlo di Katia riecheggiò in tutte le valli che circondavano l’altura sulla quale erano arrivati, tremarono le foglie degli alberi e le acque si incresparono. Si misero in allerta i cervi, e le linci, si svegliarono le famiglie delle api, che percepirono le vibrazioni dell’aria. Il suo urlo durò ben 5 minuti, continuo, senza respiro, senza esitazioni. Si fermò il carosello di uomini e donne intorno al fuoco, si voltarono tutti verso la fonte del rumore assordante e stridulo, ma nessuno ebbe il coraggio di fermarla o di tapparle la bocca.
In quello stesso istante , così come erano scomparse, si ricostituirono le mura intorno a loro, e si ricreò l’ambiente domestico dal quale erano partiti.

Nuovi incontri

Per chi si fosse perso gli ultimi incontri, domenica sera sono a Benevento, in un salotto con altri autori, per parlare di Streghe e di Janare, anche attraverso il mio libro. L’appuntamento è per domenica 27 luglio alle ore 20.30 a Piazza Federico Torre, davanti alla chiesa di San Bartolomeo.

Ancora sulla cresta dell’onda

Sì ricomincia a girare nei piccoli Borghi

Archiviate tutte le emozioni di questi giorni, si ricomincia a girare nei luoghi d’elezione, ossia nei piccoli borghi dell’Alta Irpinia, portando in giro le storie, come nella tradizione orale d’un tempo, che sono nate e sono state relegate in quest’angolo di mondo che è l’Irpinia d’Oriente, una perla di tradizioni e naturalistica, incastonata tra la Puglia e la Basilicata. Domani sera, giovedì 24 Luglio, sarò con i miei Racconti dall’Irpinia, presso la Tenuta Ippocrate di Montefredane, ospite della cara amica giornalista e critica letteraria Rosa Bianco, in compagnia di ospiti d’eccezione, come il mio editore Pietro Graus ed una grandissima antropologa, Milena Acconcia, oltre che tanti altri ospiti d’eccezione. Si parlerà di entroterra, di tradizione orale, di cultura contadina che travalica i confini della propria terra, di appartenenza, di radici e di meridionalismo. Ci saranno due amiche a cui sono state affidate le letture del libro e sono Mena Matarazzo e Angelina Martino. Insomma da domani Racconti dall’Irpinia ritorna a macinare chilometri, sempre lungo i costoni dell’Appennino Centro Meridionale.

Letture dal Bosco 2025

Germano di Lago Laceno

Germano l’ho incontrato una mattina di Luglio. Era un sabato o forse una domenica. Poco conta, perché qui il tempo sembra essersi fermato. La strada che porta a Lago Laceno è una striscia d’asfalto scura che si srotola tra i crinali di un monte sempre verde, sempre ricco di vegetazione. Ha la sua base a Bagnoli Irpino ed è da lì che la via si biforca portando, da un lato, ad Acerno, e dall’altro, inerpicandosi su per il monte, dove l’aria trova refrigerio, e la cincia canta in sincrono con il picchio. Germano è un tipo diffidente, poco avvezzo ai rapporti umani, guida le sue mucche, di razza podolica e tanto gli basta. Io mi sono seduto da un lato, sul pianoro che riempie la valle stretta tra le cime più famose del Laceno. Dietro di me svetta alto il Cervialto, che con i suoi 1800 mt è una delle cime più alte dell’Appennino centro meridionale. Ci troviamo sul massiccio dei Monti Picentini, roccaforte degli Irpini, quando facevano parte della confederazione dei Sanniti. Un popolo forte, ostile, ribelle, forse il più forte e ribelle di tutte le popolazioni del Sannio. Guerrieri indomiti, usavano contro le legioni dell’esercito romano le tecniche della guerriglia, quella che si usa ancora oggi negli attacchi nelle foreste. Salivano, scendevano su e giù per i monti, praticando attacchi fulminei che lasciavano senza scampo. La conoscenza del territorio era l’elemento chiave di quella tecnica. Sapevano bene come e dove muoversi, dove attaccare e dove nascondersi. Un vantaggio non da poco, in un’epoca in cui non esistevano mappe, ne cartacee, ne tantomeno digitali. Ma l’esercito Romano non tollerò a lungo un tale affronto e poco tempo dopo quelle popolazioni, fiere ed indomite, furono sconfitte e relegate ai margini della storia, praticandogli la damnatio memoriae. Tale evento, se da un lato fu deleterio per le popolazioni dell’epoca, dall’altro permise che le stesse su evolvessero secondo una propria cultura e propri codici morali e legislativi di riferimento. Tale isolamento, accentuato ancor più dall’abbandono della via Appia Antica, che attraversava una parte dell’Irpinia, tagliando in due l’altopiano del Formicoso, per dar spazio alla via Appia Nuova, ossia la via Traiana, inaugurata dall’imperatore Traiano, e con il suo inizio nella città di Benevento, aveva generato una progenie altrettanto forte ed autonoma, capace di vivere in zone impervie e con un clima inclemente, che avrebbe facilmente demoralizzato le altre popolazioni dell’impero. A niente servì l’innesto di una popolazione prelevata nell’area Picentina, da cui deriva il nome di monti Picentini. I Picentini si amalgamarono bene con gli irpini, creando una popolazione ancora più fiera ed autonoma. Quelle caratteristiche ancestrali si possono notare bene ancora oggi nelle popolazioni locali.

Germano è un inconsapevole portare di quei geni che lo rendono altezzoso ed autonomo, mandriano di poche parole, ma esperto conoscitore del territorio e del proprio mestiere.

La prima parola ce la siamo detta quando una delle sue mucche si è avvicinata troppo a me, finendo per calpestarmi un piede. Fortunatamente il terreno morbido sotto le scarpe ha scaricato bene il peso dell’animale. Ne sono uscito con qualche contusione e qualche dolore al piede. Germano si è rivolto a me chiedendo se mi fossi fatto male, ma senza creare allarmismi o inutili ansie. “Gli animali sono pesanti e questo è il loro territorio. Probabilmente non ti ha nemmeno visto”, sentenziò con un linguaggio scarno ed essenziale.

“Si sa che la vista delle mucche è scadente” , rispondo io, più per attaccare bottone che per una reale  necessità di trasmettere quell’informazione. Probabilmente, lui, mandriano di professione, ne sapeva molto più di me, e non tanto perché lo avesse studiato sui libri, ma per esperienza diretta, sul campo.

Caccio prontamente dallo zaino una bottiglia di Taurasi, regalatami da un’amica e portata sul campo proprio con l’intento di farlo trasbordare dallo stato solido della bottiglia a quello liquido delle vene.

Germano, dapprima diffidente, guarda la scena con un piglio accigliato, poi, senza proferire parola, si allontana, arrivando alla sua tracolla, appoggiata su di un palo, tirandone fuori una pezza di formaggio ed un coltellino. Il formaggio era avvolto in uno straccio di cotone, si siede accanto a me, ne apre i lembi e ne taglia due fette. Tanto era brutto a vedersi dall’esterno, quanto era candido, compatto e bello nella parte interna. Il coltello affonda come se fosse burro, il profumo di fieno di pascoli d’alta quota si libera nell’aria e me lo porge con una inaspettata gentilezza. Poi mi passa  anche il coltellino. “Provvedi tu stesso a togliere la crosta che può contenere delle muffe”.

“Lo produci tu?” Chiedo con l’aria impacciata di chi di formaggi non ne sa poi molto.

“Lo produco io” ribatte rapido lui, precisando che dopo averlo prodotto lo fa maturare per almeno quattro mesi in una grotta, nei pressi della propria abitazione. “Una grotta naturale”, precisa, “e non, di certo, una di quelle artificiali che si usano oggi per far maturare in fretta i formaggi. Il formaggio ha bisogno del suo tempo, e se acceleri il processo, quello che ottieni non sarà più un formaggio di qualità, ma uno dei tanti formaggi industriali, fatti per far arricchire qualche spregiudicato industriale, impoverendo i mandriani, che, tuttalpiù, gli vendono il latte per quattro spiccioli”.

“La solita storia che si ripete, dei furbetti che cercano di approfittarsi dell’economia di massa, e dei poveri cristi che lavorano sodo per portare a casa un tozzo di pane”, concludo io.

“Esattame, proprio così” risponde lui, mentre allunga il braccio per prendere il bicchiere che avevo riempito di nero aglianico.

Il vino fa sciogliere il sangue e le lingue, così Germano mi racconta di essere di Materdomini. Ci tiene a precisare che non vive nella frazione, ma in una casa di campagna. Di mestiere fa il vaccaro. Possiede oltre 100 vacche, che accudisce con il fratello, Pino, che nel momento in cui parliamo, è dall’altra parte del pianoro, con una parte della mandria e tre dei sette cani che li seguono.

“Non sapevo che i vaccari si spostassero con i cani”, gli dico io, lanciandogli l’assist per scioglierlo definitivamente.

“Pensavi che solo i pecorari avessero i cani? Ti sbagliavi di grosso. I cani svolgono un lavoro importante e delicatissimo, perché tengono insieme la mandria e non lasciano che i singoli animali si muovano autonomamente.”

“A Materdomini non ci sono mai stato”, gli ribatto io, cambiando completamente discorso.

Germano sgrana gli occhi, come se avessi commesso un sacrilegio. “ Non è possibile che tu non conosca il santuario di San Gerardo Maiella. Materdomini è famosa per quello. Per il resto altro non è se non un piccolo agglomerato di case , appartenenti al comune di Caposele.”

“Mi dispiace deluderti, ma davvero non ci sono mai stato, ma considerata la bontà dei vostri formaggi, di certo verrò a farci un giro”.

“Aspetta, ribatté prontamente Germano, non tutti i formaggi di Materdomini sono buoni, anzi, direi che sono piuttosto mediocri. Invece il mio formaggio è eccellente, ma, come vedi, dietro questo sapore c’è un lavoro enorme”.

“Ma la mandria la tenete sempre su questo pianoro?” Chiedo un po’ titubante.

Germano accenna un sorriso: “certo che no. Hai mai sentito parlare di transumanza?”

“Ovvio che ne ho sentito parlare” rispondo prontamente io, che la materia la conoscevo per davvero.

“Bene, e ora la vedi in atto. Ogni anno, per la stagione estiva, io e Pino trasciniamo la mandria fin quassù.”

“A piedi?” Chiedo con un pizzico di meraviglia.

“Il grosso si, viene a piedi. Poi, ci sono gli animali più giovani, ma anche quelli più vecchi che vengono trasportati con dei camion. Una volta qui, possono pascolare libere per tutto il periodo estivo. Abbiamo costruito una recinzione leggera, solo per la notte”.

Germano butta un’occhiata furtiva all’orologio. Capisco che è tempo che vada.

“Devo mungere le vacche, e ne avremo per un po’,” disse con l’aria di chi era costretto ad abbandonare il convivio.

Mi lascia andare e gli do una pacca sulla spalla. Germano è un gran lavoratore. Ha un’età indefinita, tra i trenta e i quarant’anni. Indossa un jeans ed una t shirt. Ma soprattutto è un uomo generoso. Prima di andare via, avvolge di nuovo la pezza di formaggio nel fazzoletto di cotone, poi me lo porge: “questo è un regalo per te”.

Io lo accetto commosso. Non se ne trovano più in giro di uomini così.

(Tratto da Racconti Dell’Irpinia, Graus Edizioni, 2025)

Prime impressioni da Letture dal Bosco

Sì è conclusa stasera, con il bellissimo rito di ringraziamento al piccolo popolo, fatto da Michela Ottobre e dalle ragazze dell’ Associazione “Sabba de Nuce”, la terza e molto partecipata edizione del Festival “Letture dal Bosco”.

Un grazie speciale va a Maria Baldares per l’organizzazione dell’ufficio stampa e per l’organizzazione, a Pietro Graus, Giovanna Prata e Rosanna Lemmo per la giuria.

Un grazie davvero speciale agli autori che hanno messo a disposizione i propri libri e in ordine sparso a Simona Laurenza con il suo Pants Rei, ad Attilio D’Arielli con Il Leopardo e l’anima e ancora a Antonio Pacifico con il bellissimo Io sono Tonino. Ovviamente c’era anche il mio libro Racconti Dall’Irpinia.

Un super super grazie va alla bravissima conduttrice, arrivata oramai alla terza edizione del festival: Grazia Caruso, che è diventata nel corso di questi anni il volto del festival stesso.

E poi ancora un ringraziamento a quanti hanno ricevuto il premio speciale per l’ambiente. Anche in questo caso, in ordine sparso: l’associazione Lerka Minerka, il professore Giovanni De Feo, l’associazione IRPINIA TREKKING, la bookblogger Mafalda De Simone, il prestigioso Teatro D’Europa, e l’Agesci di Benevento. Grazie a chi si è prestato alla gara di lettura: per la cronaca, la vincitrice è stata Stefania Napolitano. E ancora un grazie al nostro amico fotografo, che ha documentato l’intera giornata con tanto materiale foto e video: Antonio Nottini. Il Festival vi dà appuntamento all’anno prossimo!