Un’esperienza più unica che rara: avete mai mangiato in un ristorante che si trova in un cimitero? Ecco, qui potete farlo in tutta tranquillità, godendovi il panorama su delle bellissime tombe storiche. A voi piacerebbe mangiare in un posto così?
Agya Sophia
È il tempio della Sapienza Divina. È in piedi da quasi 2000 anni e fu ricostruita da Teodosio II. Io sono legato a Teodosio II, tanto che, a suo tempo, sulla sua opera ci feci la tesi di laurea. Insomma, anche qui, sono a casa mia: Agya Sophia.

L’inaffondabile, a un anno di distanza
La mia seconda volta allo Spoleto Art Festival
Domani ricorre un anno esatto dell’affondamento del veliero Bayesian al largo di Porticello, nei pressi di Palermo. Quella mattina appresi la notizia che ero a Londra e ne rimasi profondamente colpito. Tre mesi dopo, con un lavoro certosino, minuzioso e, in parte, anche noioso, usciva il primo libro al mondo sulla storia del Bayesian, sul suo ultimo viaggio e sul mistero del suo affondamento. Era scritto scritto a quattro mani da me e dal mio collega Attilio D’Arielli. Un anno dopo, ad Istanbul, mi arriva la notizia che per il secondo anno consecutivo vinco, anzi vinciamo, lo Spoleto Art Festival sezione Letteratura. Dopo “Tramonti Occidentali”, vince “L’inaffondabile”. Un ringraziamento va, come sempre, al mio editore Pietro Graus per l’appoggio ed il sostegno. La premiazione sarà a Spoleto il 27 Settembre. Intanto ad ottobre arriverà una cosa completamente nuova, che avrà un’evoluzione particolare.

Giuseppe Tecce
Giuseppe Tecce is an Italian author and musician known for his poetic writings that blend fiction with themes of mythology and memory. He has published several works, including the notable collection ‘RACCONTI DALL’IRPINIA’, which features twelve stories steeped in symbolic language and rich narrative. Technical expertise in music, particularly the piano and guitar, helped shape his artistic journey, which began during his high school years. Tecce’s creative outlets extend beyond literature; he has founded multiple musical groups, showcasing his talent in both poetry and music.
In terms of his online presence, Tecce actively engages with his audience through various platforms. He maintains a YouTube channel featuring vlogs where he shares insights about his life as a writer, often focusing on his experiences between Sannio and Irpinia. His Instagram accounts, under handles @igtnamur and @curaro, further illustrate his literary journey, offering excerpts from his books and glimpses into his life as a traveler and storyteller. Additionally, he is active on Facebook and Twitter, where he promotes his works and connects with fans.
Tecce’s explorative spirit is reflected not just in his literary work but also in his travels, often depicted through his vivid storytelling. He promotes his literature through various mediums, and his public persona is characterized by an approachable yet profound connection with his readers. The themes of his writings often touch upon the fabric of everyday life, entwining personal experiences with broader societal narratives, which resonate well with his audience.
Currently, readers can find his books available for purchase on several platforms, emphasizing his growing influence in contemporary Italian literature. His ability to intertwine personal narrative with broader historical themes continues to attract readers, establishing him as an influential figure within the literary community. Through social media, he engages with a wider audience, making literature accessible and inviting discussions around his work and the inspirations behind them.

Tramonti Occidentali, torna d’attualità
Il tema delle migrazioni resta ancora fortemente di attualità. Quello che è accaduto oggi davanti a Lampedusa, è esattamente quello che è stato descritto nell’incipit di “Tramonti Occidentali”. La storia di Fatima, bambina senegalese, miracolosamente salva dopo un naufragio al largo di Lampedusa, è una storia ancora maledettamente attuale, che ci deve far riflettere sulla caducità della vita e su come tante persone vivano con la speranza di una vita migliore.
Tramonti Occidentali lo puoi acquistare qui: https://amzn.eu/d/7P4Xftg
Un messaggio o una recensione?
L’amica e poetessa Mena Matarazzo, mi ha inviato questo messaggio, che io voglio condividere con tutti voi!
Il nuovo nato dalla perspicacia dell’autore Giuseppe Tecce, “RACCONTI DALL’IRPINIA”, narra di un compendio tra terre e fatti,che si intrecciano tra verita’e immaginazione,
fondendosi in momenti di unica reciprocità così fitti ed intensi da trasportare il lettore in un universo quasi surreale fatto di storie, in parte vere, e di altre che esprimono forti sentimenti, di quelli che forse non è più possibile ritrovare.
La storia del Geco, è tra quelle che mi hanno preso cuore ed anima.
Un piccolo animaletto con un desiderio grande ed impossibile, che la bontà di una donna, espressione di collaborazione senza alcun altra finalità, riesce a concretizzare.
Una fiaba?
Non solo.
Come ogni fiaba che si rispetti,detta qualcosa in piu’: solidarietà e collaborazione dovrebbero costituire il pilastro che regge l’umanità.
La lettura del libro risulta, a mio avviso, di grande importanza anche per i più piccoli.
Nel bel mezzo del cammin…
Ho camminato con le mani incrociate dietro la schiena, lungo strade che non si sarebbero mai incontrate, e l’ho fatto simultaneamente. Come un profeta dei tempi nuovi, ho guardato oltre i balconi fioriti di via Manzoni, lasciando cadere lo sguardo su territori devastati, dove le anime si sciolgono in abbracci fraterni, non più fatti di carne e ossa, ma di una materia eterea che aleggia oltre ogni misura del tempo.
Il cielo, talvolta limpido, mi ha parlato spesso di te e della tua vita ora: di come non ti scalfiscano più i raggi del sole, né tantomeno le spade taglienti del freddo. Al di là delle nuvole c’è una città dove non serve passeggiare per conoscerne ogni angolo, dove non esistono più ori né bandiere, dove tutto ha finalmente un senso e un ordine perfetto. È lì che ti immagino, in attesa che ogni distanza si annulli, perché nulla vada più perduto e ogni promessa possa compiersi nella luce.
Eppure, mentre percorro quei sentieri sospesi in un tempo che fu, continuo a sentire il tuo respiro in ogni soffio del vento che mi sfiora il viso, a percepire il tuo sorriso nello sbocciare timido dei fiori. Le foglie, cadendo, compongono un nome, e il mare, nel suo moto incessante, racconta storie di cui siamo protagonisti senza esserne consapevoli.
Non temo più l’incertezza dei miei passi, né il buio di ciò che ancora ignoro. So che da qualche parte, in quell’altrove che i nostri occhi non sanno vedere, tu mi attendi. Ed è proprio in quell’incontro impalpabile, eterno e silenzioso, ogni cammino trova la sua meta, e ogni solitudine si dissolve nella pace del ritorno.
Allora continuerò a camminare così, leggero e fiducioso, lasciando che il cuore tracci sentieri che i piedi non saprebbero percorrere. E quando infine giungerò là dove tutte le strade convergono, saprò di essere arrivato a casa, in quel luogo sconfinato, dove ogni anima trova pace nella piena infinita casa dell’amore ritrovato.

Le Dee della Settima Città
Le dee lascive, e stimorate, risciacquavano le loro spade nell’ade, sotto l’imperante litania dell’epoca, che le voleva dedite solo al bene degli umani. Ma cosa ne sapevano essi di quel che realmente era il bene e di come lo si potesse portare a compimento per tutti gli esseri viventi. “Il nostro compito”, esse pensavano, “è di tenere tutto il mondo in equilibrio, e per fare ciò, si rendono necessarie soluzioni che ai più possono sembrare strazianti: come tagliare qualche testa qua e là, appendendole sui pali, tra i fili sparsi del telefono.”Come panni stesi si muovevano i corpi sospesi a mezz’aria, decapitati, a volte, integri, più spesso, fatti ancora di sangue e passione, di articolazioni mobili e di frasi di sudore. Tutto regnava nella loro dimensione, combattuto solo dalle spine del tempo, colmando l’immenso senso di colpa con melodie crescenti e infinite armonie. Governare il mondo richiedeva freddezza, polso duro e passione di ferro. Il getto dell’acqua calda ogni tanto si dirigeva su di loro, come a guarire gli stracciati, i demoni dell’inferno che consumavano quel convivio. Le spade erano state tratte e di morir feriti non era ardito pensare.
Le chiamavano “dee” solo per onorare un ricordo antico, un fermo immagine su un tempo che fu, ma erano carne e metallo, nate nei laboratori sommersi della Settima Città.
Portavano nomi presi da lingue morte, e nei loro occhi correvano filamenti di codice come vene di luce. L’Ade era solo una camera di smaltimento, dove i corpi, quelli veri, venivano lavati e catalogati, in attesa di esser bruciati.
Gli uomini, al di sopra, vedevano solo il risultato: quartieri svuotati, silenzi improvvisi, antenne spezzate che gocciolavano pioggia e sangue.
“Il bene”, così lo chiamava il Comando, era una formula matematica, un equilibrio fragile di risorse e di numeri. E quando le dee uscivano dalle camere, il vapore dell’acqua calda che cadeva sulle loro corazze sembrava una benedizione… o una condanna, che si ripeteva all’infinito.
Perché nessuno, là fuori, doveva sapere che la misericordia era stata abolita da secoli.

RPN
La mia intervista di questa mattina a Radio Punto Nuovo