Un periodo di continue emozioni, una appresso all’altra. Questa è la copertina del mio primo libro in tedesco. Si tratta del mio primo romanzo, intitolato “Storia di un Presidente che si credeva un topo”, correttamente tradotto in tedesco. Il libro uscirà sul mercato tedesco il 15 ottobre con la casa editrice Pacifico Verlag. Un grazie di cuore a Antonio Pacifico, a Maurizio Del Greco per la pubblicazione e a Patrizia Pili per la minuziosa traduzione. Il libro avrà una prefazione importante, di una famosa attrice tedesca di origini italiane. Insomma si inizia un’altra bellissima avventura. Il libro lo presenteremo ufficialmente il giorno 19 ottobre presso il Cinedom di Colonia.
Oggi non parlo io, ma parla questo attestato. Mentre intorno a noi regna la mediocrità, mentre tutti si accontentano di sopravvivere galleggiando, io ho ricevuto un importante riconoscimento europeo per il mio lavoro da autore e, più in generale, da artista. Un attestato che ho ricevuto a Bruxelles, che mette nero su bianco che con “L’inaffondabile” ho trasformato una tragedia in una memoria viva e in un impegno civile. E sapete qual è la verità? che io questo premio ce l’ho in mano, voi no. In un mare di chiacchiere, io ho un segno concreto e tangibile del mio lavoro. E quindi oggi mi concedo di dirlo con orgoglio: non siamo tutti uguali.
Un grazie di cuore al mio giornale, che non solo mi dà l’opportunità di scrivere della nostra bellissima terra, ma che tiene sempre in conto tutte le iniziative culturali di cui mi faccio portatore. Un grazie ancora alla critica letteraria e giornalista Rosa Bianco che amplifica la mia voce, spesso ancora troppo flebile. Il lavoro di squadra, in fondo, nobilita tutti!
Il progetto “Made in Italy Experience” ha messo insieme tante esperienze immateriali che rappresentano il genio italico in Europa e nel mondo.
C’erano artisti di ogni sorta, in rappresentanza della musica, della pittura, della scultura, della moda, e alla Graus Edizioni, ed in particolare a me e a Antonio Pacifico, è toccato di dover rappresentare il mondo della cultura, quella della scrittura, dei libri, dell’arte del raccontare, e lo abbiamo fatto con coscienza ed orgoglio.
La giornata di ieri al Parlamento Europeo a Bruxelles è stata intensa, come era prevedibile. All’interno della Conference Hall anche io ho dovuto relazionare sul ruolo della scrittura in Italia, l’importanza della carta stampata e soprattutto sull’importanza di rappresentare l’Italia all’estero, come scrittore e soprattutto come persona.
Resta il fatto che, per un europeista convinto come me, essere al Parlamento Europeo, ha significato essere al centro del mondo, quello forte e rappresentativo della civiltà europea nel mondo intero.
Nonostante quello che possa dirsene in giro, restiamo un esempio di democrazia a livello globale e la cultura italiana primeggia, come sempre, per genialità ed inventiva.
Un grazie a chi ha permesso la realizzazione di questa giornata, in primis al mio editore Pietro Graus, instancabile portatore dell’arte dell’editoria nel mondo, e ai tanti soggetti politici che hanno reso possibile l’esperienza.
La mia relazione alla Conference Hall del Parlamento Europeo è stata la più applaudita. Con calma vi farò una relazione su quanto accaduto in questa fantastica giornata. Intanto i lavori continuano ancora.
Manca pochissimo. L’adrenalina aumenta. Tra un paio di giorni si vola a Bruxelles. Il sogno si realizza per la seconda volta e vengo premiato per il mio infaticabile impegno in favore della cultura e della letteratura contemporanea. Nella vita di tutti i giorni c’è chi mi osanna e chi mi denigra. Credo sia normale, ma la risposta migliore resta questo riconoscimento importantissimo che non a tutti è dato e che a me, invece, è stato dato per ben due volte. La più alta istituzione europea mi premia con una presentazione nella Congress Hall, alla presenza di importanti cariche sovranazionali. Insomma sarà una bellissima emozione…. Ancora una volta. Grazie a quanti tutti i giorni mi sopportano e mi supportano.
Uscita oggi la mia consueta pubblicazione mensile su Masticadores, la rivista internazionale di cultura e letteratura. Il mio pezzo di quarto mese si intitola “I migranti di Ganden”. Buona lettura e anche buon ascolto, perché c’è una piccola sorpresa.
Arrivare alla Biogem è un viaggio nel viaggio. Qualcuno l’ha definita una cattedrale nel deserto, ma il paragone è ovviamente fuori luogo. Arrivare alla Biogem è già un incontro tra due mondi, quello del sapere contadino, che profuma di grano e pane appena sfornato, e quello del sapere accademico, della scienza, che profuma di provette e di solventi da laboratorio. Apparentemente i due mondi non si incontrano, ma esiste un limite, nemmeno tanto sottile nel quale essi, addirittura, si sposano, ed è quel luogo in cui gli antichi saperi della tradizione contadina incrociano quelli della scienza moderna. Le maestose mura che cingono il luogo sono il limitare simbolico all’interno del quale il mescolamento accade, e le sapienze si prendono sotto braccio, scambiandosi la loro essenza. Quest’anno il Presidente, l’on. Ortensio Zecchino, ha voluto puntare proprio in alto mettendo a confronto l’intelligenza umana e quella artificiale, come se fossero entrambe poste sullo stesso piano, come se entrambe fossero figlie dello stesso processo evolutivo. In effetti, a ben pensare, lo sono, perché l’intelligenza artificiale è una diretta derivazione di quella umana, con un bagaglio di conoscenze ampliato quasi all’infinito, ma manca, almeno per ora, di quel qualcosa che la renda concretamente umana. Manca la scintilla generativa, manca quella fiamma tipica del genius loci che può dare avvio al processo generativo di cose nuove. E la capacità di generare cose nuove, cose che prima non esistevano e poi esistono, è prerogativa tipicamente umana. Forse un giorno anche questo accadrà, anche se ho dei forti dubbi, ma non è una caratteristica odierna. Però, nonostante tutto non si fa altro che parlare di intelligenza artificiale e delle sue potenzialità in tutti i campi. Io, in realtà, la cosa la vedo da un punto di vista leggermente diverso. Credo che il processo evolutivo della tecnologia non si possa e non si debba fermare, ma vedo quella tecnologia come una grossa opportunità di dialogo, come un moltiplicatore esponenziale delle capacità della mente umana, che già brillando di per sé, ha la possibilità di confrontarsi con i migliori esperti al mondo in ogni disciplina. Lo intendo come un allenamento continuo che una mente organica può fare, portandola a superare quei limiti tipicamente umani, liberandola dal bagaglio meramente mnemonico, lasciando spazio alle caratteristiche più umane, e cioè la fantasia e l’inventiva. Nell’ambito del viaggio tra le due intelligenze non poteva mancare un momento di confronto con il mondo della cultura, e nello specifico, della letteratura, accendendo i riflettori sulla nuova opera di Maurizio De Giovanni, “Il pappagallo muto”. Caso ha voluto che l’autore non fosse presente in sala, per un problema legato ai mezzi di trasporto, che però è stato un giusto espediente per ragionare sulla sua mente creativa, al limitare tra intelligenza umana ed intelligenza artificiale. Smaterializzato del corpo, si aveva l’impressione di ragionare di un qualcosa di “oltre umano”, mentre i relatori, di tutto rispetto, si arrovellavano tra il titolo del libro ed il dipanarsi di una storia costruita in modo da tenere sempre il lettore con il fiato sospeso. Il giornalista Marco de Marco, il collega Andrea Covotta, il fisico Antonio Ereditato si sono dati convegno alla Biogem per discutere delle intelligenze, partendo proprio dalla storia di Sara, protagonista del libro di De Giovanni, giungendo con un intreccio di parole, e tra aneddoti più o meno divertenti, alla conclusione che l’intelligenza umana, almeno per ora, surclassi quella artificiale, per inventiva, capacità di collegamento, e anche per il senso del divertire. A tal proposito mi pare giusto svelare l’origine del titolo del libro, che deriva da una barzelletta, che l’autore stesso definisce brutta, ma che ben spiega la duttilità della mente umana: un uomo mette in vendita diversi pappagalli, di cui egli stesso è proprietario. Ogni pappagallo ha delle qualità specifiche. C’è il pappagallo che parla, quello che canta, quello che sa fischiare e così via di seguito, fino ad arrivare al pappagallo muto. Ogni pappagallo ha un prezzo, determinato in base alle sue specifiche virtù, ed il più costoso di tutti è proprio il pappagallo muto. Un uomo interessato all’acquisto di uno di essi chiede spiegazioni sul perché ci fosse una tale disparità di prezzo e perché il costo del pappagallo muto fosse così elevato, a dispetto del fatto con fosse portatore di nessuna arte. Il proprietario risponde: “non so dirvi quali siano le qualità nascoste del pappagallo muto, o quali siano le sue virtù, so per certo che tutti gli altri pappagalli si rivolgono a lui chiamandolo maestro”. L’inventiva, di cui il popolo napoletano in primis è portatrice, è l’elemento che discrimina l’intelligenza umana e la rende visibilmente portatrice della scintilla divina. D’altra parte il Premio Nobel per la Fisica, Giorgio Parisi, ha detto: “L’intelligenza artificiale è stata addestrata come un pappagallo stocastico, ma sta diventando un pappagallo che qualcosa capisce. L’intelligenza artificiale non può inventare il futuro. Ha la conoscenza di tutto quello che ha scritto l’umanità e lo ricombina.”
Oggi ho visitato l’antico carcere borbonico di Montefusco, un carcere che, secondo gli standard dell’epoca, poteva essere definito di massima sicurezza. E di massima sicurezza lo era davvero, perché si narra che chi entrava in quel carcere non ne uscisse mai vivo. Eppure, anche in quel luogo, tante storie umane si sono incrociate, soprattutto quelle di detenuti politici, lasciando traccia sui possenti infissi delle finestre, con incisioni che sembrano quasi delle moderne stampe. Anche nel brutto si può trovare il bello.
Come già annunciato qualche giorno fa, oggi è stata inaugurata una nuova rubrica sul Corriere dell’Irpinia. La rubrica si chiama “Personaggi d’Irpinia” ed è stata inaugurata proprio con una mia intervista a cura della giornalista e critica letteraria Rosa Bianco. L’intervista è un po’ lunghetta, ma ritengo che ne valga la pena leggerla. Buona lettura a tutti.