Settembre

Con Settembre si riprendono tutte le mie attività, che avevo sospeso a luglio, con il prosieguo della tournée che mi vede impegnato con Tramonti Occidentali, che arriverà a breve a Spoleto, Lampedusa, Napoli, New York, Lecce e Colonia. Insomma si riprende la vita! Vi lascio, intanto, con una lettura dell’’incipit di Tramonti Occidentali. Buon ascolto

IL GIORNO DEL MATRIMONIO DI FRIDA KAHLO (21 agosto 1929)

Lei era minuta, aveva appena ventidue anni quando unì la sua vita a lui, un uomo enorme e corpulento di quarantatré anni, divorziato e comunista.

La festa si tenne in una casa a Coyoacán, di proprietà di una grande amica degli sposi: Tina Modotti. Con sorpresa di tutti, il piatto principale del banchetto: mole nero di Oaxaca, fu preparato da Lupe Marín, che era l’ex moglie di Diego, la stessa che aveva già fatto scalpore a causa della sua gelosia.

Oltre al mole nero, ci furono una serie di piatti messicani per deliziare il palato degli invitati: chiles rellenos, pozole, riso, capirotada e torta nuziale. Da bere: pulque e tequila, oppure acqua di frutta.

La madre della sposa era sconsolata, aveva fatto di tutto per evitare quel matrimonio. Lei, che aveva tanto curato l’educazione della figlia, era molto cattolica, mentre il futuro genero era ateo e comunista. Il padre della sposa cercava di consolare la moglie, facendole vedere che non era poi così male. Insieme si ritirarono presto dalla festa.

A tarda notte, Lupe Marín si avvicinò alla sposa, le sollevò la gonna e indicò le sue gambe mentre gridava attirando l’attenzione degli invitati:
“Guardate! Vedete questi stecchi? Questo è quello che ha ora Diego al posto delle mie gambe!” La povera sposa si liberò come poté e corse a nascondersi dalle risatine e dalle esclamazioni imbarazzate degli invitati che avevano visto la sua gamba destra, resa magra dalla poliomielite.

Così fu la celebrazione matrimoniale di Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón e Diego María de la Concepción Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodríguez, ormai 94 anni fa.

La molecola dell’amore

Quando ero a Londra, qualche giorno fa, ho avuto l’opportunità di vedere la molecola dell’amore in azione. I due giovani della foto, che evidentemente non si conoscevano, si sono seduti su quella lunga e strana panchina, proprio sotto l’Abbazia di Westminster. Ebbene, dopo un po’ erano già a chiacchierare e poco dopo, ancora, si sono alzati e sono andati via tenendosi per mano.
Questa è magia!

Sabino, Il ciabattino di Ariano Irpino

Voi non ci crederete, ma negli anni venti del III Millennio, c’era un ciabattino ad Ariano Irpino che aveva la capacità di far risplendere qualsiasi tipo di scarpa e di trasformarla da vecchia in nuova. Aveva un’arte nelle mani che nessuno possedeva nella zona. Gli abitanti del luogo non credevano ai loro occhi quando, portandogli sandali consunti o vecchi mocassini, consumati dall’usura e dal tempo, li restituiva come fossero nuovi. Il ciabattino, al secolo Sabino Grasso, era un uomo grande e grosso, di un’età indefinita, ma dall’aspetto prossimo ai sessant’anni. A dispetto della corporatura, le mani fini, con le quali padroneggiava attrezzi di precisione, erano il fiore all’occhiello di un personaggio che aveva brillato anche per altre qualità e delle quali parleremo in seguito.
Martello, forbici, lesine, trincetto, filo, aghi, mastice, pennelli, semenze e leva chiodi racchiudevano il mondo all’interno del quale si muoveva con disinvoltura, tanto da assumere l’aspetto di un sovrano da bottega, con palandrana come abito ed un pennello come scettro.
Maria, che gli aveva portato i sandali in cuoio della figlia, glieli aveva lasciati sul bancone: poi lo aveva guardato sospirando. Assuntina gli aveva portato i vecchi scarponi da lavoro del marito, scollati sul davanti, tanto che sembravano parlare quando li si indossava. Anche Assuntina glieli aveva lasciati sul bancone, poi si era fermata a guardarlo sospirando. Sandra gli aveva lasciato delle scarpe decolté, quelle col tacco, eleganti, che le donne erano solite indossare sotto abiti raffinati in cerimonie importanti. Sabino si era preso l’onere di sistemarle con dei sottotacchi, lucidarle finemente e consegnarle in tempo per la cerimonia. Anche Sandra, dopo avergli lasciato la busta di plastica contenente le scarpe sul bancone in uso ai clienti, lo aveva guardato sospirando.
Sabino a tutti quei sospiri non ci faceva nemmeno più caso. Erano la musica di sottofondo della sua vita: una sorta di leit motiv che suonava sempre uguale a se stesso, sin da quando, giovane impomatato della Ariano degli anni 80, aveva cominciato a far incetta di successi.
Per far comprendere al lettore il motivo di tanti sospiri, si rende necessario fare un salto indietro nel tempo, tornando proprio ai favolosi anni 80, quando in TV passavano le serie di Fonzie, Starsky e Hutch, Arnold e Hazzard. Era il tempo della Simmental, della Thatcher, di ET e di Papa Wojtyla. Sabino ad Ariano c’era nato e lì aveva trascorso i primi venti anni della sua vita, e, in verità, vi avrebbe trascorso anche i restanti. Era un giovane di bell’aspetto, dai natali modesti. La famiglia era di umile estrazione: il padre operaio della Fiat, la madre che si arrangiava con lavori saltuari presso le famiglie più agiate della città. Ma la fama derivante dalla bellezza di quel giovane aveva valicato i confini di Colle San Martino, diffondendosi a macchia d’olio nelle valli circostanti. Da Montecalvo, a Savignano, da Grottaminarda a Zungoli e Frigento, fino a Montaguto non si parlava d’altro che del giovane Sabino di Ariano Irpino. Anche le donne che vivevano nei borghi più lontani e che non avevano avuto modo di vederlo, sapevano di quel giovanotto dall’aspetto prestante, dal profilo greco, con corti capelli dai ricci portati cadenti sulla fronte, sempre profumato ed impomatato, e lo sognavano di notte. Qualche ragazza impaurita da sogni arditi e raccapriccianti, in un vortice di ormone e mistero, si era finanche rivolta al parroco, che l’aveva redarguita e messa in guardia sulla sfilza di peccati che stava commettendo, punendola con l’obbligo di recitare un rosario per intero, e non da sola, ma in compagnia della confraternita della parrocchia. Qualche donna più coraggiosa rubò di nascosto la 127 del padre, recandosi di corsa ad Ariano, per appurarsi di persona della veridicità di quel che si diceva in giro, restandone folgorata ed esterrefatta.
Sabino, che non lesinava moine con nessuna, era ben consapevole della gran fortuna che aveva ricevuto da madre natura, nascendo di bell’aspetto, con una pelle vellutata, ed un naturale profumo di rose che esalava dal suo corpo. Sin da piccolo si era adattato a fare mille lavori, pur di aiutare la famiglia a sbarcare il lunario.

Nessuno, però, sembrava andargli bene: il meccanico lo faceva sporco, il muratore era troppo faticoso, l’elettricista era pericoloso. Si racconta ancora di quella volta in cui il capo elettricista dovette recuperarlo in una intercapedine su un cantiere, dopo essere stato sbalzato via dalla forza di una scossa elettrica: “solo Dio sa per quale motivo non sei morto. Forse per non farmi passare un guaio”, ripeteva Vincenzo, il capo elettricista, che lo raccontava ovunque, quasi fosse un mantra che serviva ad esorcizzare ciò che già non era successo. Mosso da un sentimento di pietà, lo aveva finanche portato a visita presso l’ospedale cittadino, ancorché non manifestasse segni di particolare sofferenza. “La coscienza viene prima di tutto, e la sera voglio andare a dormire sereno”, continua a bofonchiare in giro, Vincenzo, come se avesse fatto qualcosa di straordinario. Ma negli anni ottanta il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro non era poi così importante, ciò che contava sul serio era lavorare massimizzando il profitto. A discolpa di Vincenzo, va però precisato, che in seguito all’episodio chiese scusa a Sabino per l’accaduto, e gli fece dono di un SI della Piaggio, vecchio e sgangherato, ma funzionante. Quel motorino rappresentò, nella vita di Sabino, il primo e forse unico simbolo di libertà, di una libertà voluta, anelata, cercata e mai pienamente raggiunta.
Sul finire degli anni 80, Sabino era già noto per l’essere diventato un playboy, che poteva vantare nel proprio palma res decine di ragazze, delle quali lasciava traccia in un’agenda nera, che teneva gelosamente custodita, in un luogo sicuro, protetta da occhi e da mani indiscrete, a cominciare da quelle dei genitori. Si destreggiava bene tra una ragazza e l’altra e ad ognuna faceva intendere di essere l’unica donna della sua vita, per poi passare, inesorabilmente, alla malcapitata successiva. Si dice che abbia infranto i cuori di donne che non si ripresero mai più dal trauma, donne che decisero di restare zitelle per il resto della loro vita.
Passava le giornate davanti al bar, sorseggiando birra o prosecco, di tanto in tanto andava da un artigiano locale ad imparare un mestiere: quello del ciabattino, che in futuro gli sarebbe tornato utile, ma questo ancora non lo sapeva. I soldi per fare la bella vita, che tanto gli piaceva, glieli passavano le donne che frequentava. Si, perché Sabino, appreso il punto debole delle donne, si faceva mantenere, per l’ordinario, per i vizi e per gli stravizi. Sabino vestiva casual, ma rigorosamente di marca. Tutta roba di primissima qualità, comprata nei migliori negozi di Avellino e Benevento. Il tutto pagato e strapagato dalle ragazze che lo corteggiavano e che frequentava, alcune delle quali più grandi di lui, e già affermate professioniste. Per loro non era difficile sostentare un capriccio, coccolandolo come meglio sapevano. D’altra parte si sa che il lato materno femminile viene fuori nei momenti più impensati, quando meno te lo aspetti. Fu in quel turbinio di rapporti che Sabino conobbe Arianna, l’unica donna che non lo degnava di uno sguardo. Arianna era bellissima. Viveva a Flumeri, ma era nata nel Nord Italia, da un padre Irpino ed una madre Piemontese. L’accento diverso, il modo di muoversi e di camminare, il portamento regale, facevano di Arianna una preda appetibile agli occhi di Sabino. Quest’ultimo più volte fece degli appostamenti davanti alla porta di ingresso del grande magazzino, dove lei lavorava come responsabile di settore. E Sabino ci andava giù duro, con battute, richieste di appuntamenti, appostamenti con tanto di mazzi di fiori profumatissimi, ma Arianna non cedeva di un millimetro. La storia andò avanti per circa due anni, durante i quali Sabino dovette imparare a confrontarsi con un mondo che lo escludeva. La sua idea di essere irresistibile, e di dover necessariamente piacere a tutti, si stava pian piano affievolendo. Cominciò, progressivamente, a chiudersi in se stesso, dedicando sempre maggior tempo proprio al mestiere che lo avrebbe sostentato per il resto della sua vita: quello del ciabattino.
Trovò un inaspettato piacere nello scollare le suole consumate dalle tomaie ancora utilizzabili, nel sostituirle con suole costruite su misura, con cuoio e plastiche speciali che gli arrivavano direttamente dalla Germania. Il rumore del pennello, intinto nella colla, passato con forza e rapidità sul bordo della tomaia, gli venne familiare, a tal punto che lo utilizzava come ansiolitico naturale nei giorni in cui il cuore impazziva pensando proprio ad Arianna. Fu così che pian piano cominciò a frequentare sempre meno il mondo femminile, restando, negli anni, uno scapolo incallito.
Ciò, però, non gli fece perdere quell’alone di bellezza, che da sempre lo aveva caratterizzato, anzi, ad essa si aggiunse un ulteriore alone di mistero: il ragazzo più bello della zona, oramai diventato uomo, che dopo aver abusato dei sentimenti femminili, aveva deciso di restare da solo. I genitori, vecchi, avevano lasciato questo mondo da un pezzo, e Sabino, si ritirava sempre più in una vita fatta di lavoro, di scarpe e di un focolare solitario. E non faceva caso al fatto che la sua clientela fosse quasi esclusivamente femminile, che sospirasse ad ogni suo respiro, almeno fino a quando, una di quelle donne, gli offrì dei soldi per avere le sue scarpe, quelle che indossava di solito, impregnate del suo odore. Non dormì per tre notti, nell’intento di riflettere sul da farsi. La proposta fattagli era allettante: la donna gli aveva offerto 150€ per delle scarpe che, per come erano conciate, non avevano più alcun valore. Dopo tre giorni e tre notti di riflessioni, decise di accettare la proposta: i soldi li avrebbe reinvestiti in attrezzi da lavoro. In poco tempo la notizia di quella donna che era riuscita a bucare le difese di Sabino, acquistando delle scarpe pregne del suo odore, fece il giro della città, arrivando fino alle colline più distanti, e in men che non si dica Sabino si ritrovò subissato di richieste di scarpe da lui indossate, piene del suo odore e dei suoi umori. La notizia fece così tanto scalpore che ne parlarono finanche i giornali locali, che lo intervistarono, piazzandone la fotografia in prima pagina. Sabino, capì, da quanto stava accadendo che, per quanto potesse allontanarsene, non poteva sfuggire al proprio destino, che era quello di servire le donne più belle della città e non solo. Sabino, da quel momento, continuò a comportarsi da playboy, fino alla fine dei suoi giorni.(Inedito da “Storie dall’Irpinia”, di Giuseppe Tecce)

Il momento esatto in cui è arrivata la notizia

Il momento esatto in cui mi è arrivata la notizia: ho vinto il “Premio Internazionale Spoleto Art Festival”, sezione letteratura. Un grazie va subito al mio editore Pietro Graus che ha creduto in me, e a tutta la mia squadra, a cominciare da Maurizio Del Greco, Rosanna Lemmo, Maria Baldares, ma anche Grazia Caruso, Laura Ricca, Michela Ottobre e Stefania Napolitano. Grazie a tutti voi.

Il viaggio di Abdou

Il giorno dopo Spoleto

Dopo la vittoria al “Premio Internazionale Spoleto Art Festival”, sezione letteratura, con il mio romanzo “Tramonti Occidentali”, mi avete sommerso di affetto e attestazioni di stima. Non posso che essere grato per la valanga di auguri e complimenti ricevuti, sia sui social che in privato.
Il vostro supporto mi da un’energia preziosa che mi spinge a guardare avanti, verso nuovi orizzonti e verso sfide ancor più ambiziose.
Ora si continua a sognare e lavorare! La prossima tappa? Il film ispirato al romanzo che inizierà le riprese nella prossima primavera. E poi ci sono altri obiettivi all’orizzonte, forse grandi, ma le sfide sono fatte per essere affrontate… e vinte.
P.S. nella foto il servizio fotografico fatto sotto la “Tower Bridge” dopo aver appreso la notizia della vittoria.

Una grandiosa vittoria: Spoleto Art Festival

Una mattina qualsiasi, di un qualsiasi mercoledì di fine Agosto, mi arriva la comunicazione: ho vinto, con la mia opera “Tramonti Occidentali”, il Premio Internazionale Spoleto Art Festival. Un riconoscimento importantissimo che corona un periodo di grande lavoro e grandissimi sacrifici. Un periodo, nello stesso tempo, bellissimo per la preziosità del tempo donato e di quello ricevuto. Un premio che è un riconoscimento anche per tutte le persone che sono state e mi sono ancora vicine, che hanno creduto in me e che credono nei grandi traguardi che possiamo raggiungere insieme. Un grazie grandissimo al mio editore Pietro Graus e alla Graus Edizioni che mi ha accolto con gioia nella sua bellissima realtà, e con il quale sto intraprendendo un percorso di vita che era impensabile fino a poco tempo fa. Un grazie grandissimo anche a chi mi sostiene e sopporta tutti i giorni, a partire dal meraviglioso Maurizio Del Greco, Rosanna Lemmo, Maria Baldares e a tutte le amiche che mi supportano e sopportano. Credo fermamente che un risultato del genere si ottenga, sempre, con un grande lavoro di squadra e la mia squadra è imbattibile.
Ad maiora!

I quattro peccati capitali di Londra

I quattro peccati capitali di Londra:
1) ad eccezione di quelle famose di Abbey Road, non ci sono strisce pedonali a Londra. E di km a piedi ne ho fatti davvero tanti, ma nulla da fare;
2) non si trovano cestini per i rifiuti, nemmeno a pagarli oro. Eppure a terra non si vedono cartacce o cicche di sigarette. Ma dove diavolo li mettono: in tasca?
3) non si trovano bagni. È incredibile, ci sono centinaia di migliaia di persone per strada, ma non si trovano bagni, e la maggior parte dei locali in centro espongono cartelli: non cercate bagni qui!
4) l’ultimo peccato mortale, ma non meno grave, è che si mangia malissimo. Non hanno cultura alimentare e bisogna arrangiarsi alla meglio. Stasera per mangiare, finalmente, bene mi sono rifugiato in un ristorante Georgiano, e finalmente godo!

Da Grotta a Lioni

Da Grotta a Lioni

Il brano che leggerai qui di seguito, è tratto dal libro “Racconti dall’irpinia” di Giuseppe Tecce. Puoi acquistare il libro cliccando qui

Coltivo questo pezzo di mondo con alacre assiduità, perché il particolare è sempre parte del tutto, e il tutto entra in ogni particolare.

A Grottaminarda ho trovato una casa, del colore delle arance di Sicilia, con un cane e quattro gatti, e in quella casa mi sono sentito a casa. Ha un grande giardino con alberi di mele e fichi e ulivi tutt’intorno. Un’amaca e un dondolo, messi in primo piano, su uno sfondo fatto di terra e poesia. In cielo c’è la luna, piena e tonda, luminosa come non mai, che illumina un cielo d’agosto terso e caldo. Il canto delle cicale non smette mai, nemmeno quando dalle Pleiadi pezzi di stelle si staccano per cadere sul pianeta, lasciando scie luminescenti per palpitanti emozioni. Il cuore batte forte, scaldando corpi che non vogliono cedere all’inedia della sera. L’indolenza delle anime si scontra presto con la verità del luogo. Generazioni sapienti di contadini maturi hanno coltivano per secoli quei terreni, ricavandone frutti e nutrimento. Zampe di vacche podoliche e pingui maiali hanno calpestato quelle terre, dove ora giace inerme, riversa in terra, un’unica foglia di fico, intrisa degli umori corporali e seminata come si fa con il grano. Non è il tempo dell’autunno, quando le foglie cadono come gocce di pianto dai crinali obliqui dei rami protetti. Non è ancora il tempo delle cadute, ma la foglia verde giace in terra, stemperando nei minerali del terreno gli ultimi suoi istanti di vita. Chiaramente è stata strappata via, chiaramente è stata messa lì, a ridosso dell’amaca, dove il cane amico, gioca scodinzolando a nuovi padroni. Il grillo abbassa la testa al mio passaggio, poi la rialza sistemandosi il cilindro. La mia capigliatura sciatta e rada nulla ha da spartire con la chioma lunga e profumata della padrona della casa. Ma nonostante il diverso, porto con orgoglio il trilby che nasconde le cicatrici del mio capo, e rassegnato mi preparo per il viaggio notturno nel cuore dell’Irpinia.

Le rane non hanno ancora smesso di gracidare, piccole luci sparse lungo il sentiero indicano la direzione che porta all’acqua. Il cane dalla coda dondolante, flemmatico mi scruta: ha una bianca peluria ed il passo di un pastore. Lei, invece, è ancora distesa sull’amaca, sazia di ogni sentimento, satolla fino all’orlo, satura di sudore e di ispirazione. Ha lunghi capelli neri, sciolti sulle spalle, mentre sorseggia una Peroni, guarda sorridendo la scena del cane che imbratta il nuovo padrone. Lo osserva divertita, poi dice di essere impaziente, che da donna ha terminato il tempo dell’attesa, che se non otterrà il tutto e subito, mollerà le redini e lascerà cadere la storia nell’oblio. Ma tu giovane donna non sai che la fretta porta sempre cattivi consigli e che la prima legge della vita è quella che ci impone di essere grati per quello che si ha. La gratitudine è il sentimento che ci riappacifica con la vita, la gratitudine apre le porte dell’invisibile, permettendoci di entrare in una dimensione che depone l’onirico in favore dell’essenza. Lei è giovane, lui non lo è più. Lei è governata dagli ormoni, lui da un senso di riappacificazione con il mondo. Lui le prende la testa tra le mani: “tesoro mio, abbi fede, tutto si sistemerà. Dai il tempo al tempo di fare il suo lavoro, sii orgogliosa delle mie vittorie, così come io lo sono delle tue. Gioisci per ogni nostro incontro, come il giubilo per il giorno di festa, come il giubileo delle anime che si incontrano per sempre, come l’incrocio dei corpi che si danno piacere. Tu ancora non lo sai, ma stiamo facendo la storia, presi dentro a un vortice di bellezza senza confini, dove tu sei la protagonista indiscussa. Dalle tue labbra pendono i battiti d’ali delle farfalle, dalla tua bocca possono sorgere fonti incontaminate di acque argentate. Ma se tu molli ora, prima ancora di averci provato, prima ancora di cominciare il percorso, se tu molli ora, avrai per sempre il rimorso ed un peso all’addome, che mal si addice ad una giovane donna, dal portamento delicato”. Così dicevano i due, dimentichi, quasi, della missione che dovevano portare a compimento quella notte, quale pegno del loro amore, quale sigillo chiuso sopra a un mondo impenetrabile agli altri, invisibile ai più. “Questa sera è una promessa, che scomparirà nel nulla se uno dei due smette di provarci. Sii costante, come lo sei in tutto ciò che fai, abbi la pazienza che hanno i forti, e mantieni sempre il sorriso che apre le porte e i cuori”. Ora è tempo di andare, la nostra eterna promessa, passa da un cammino che vale come luminosa promessa nel cammino buio che ci accingiamo a percorrere. A mezzanotte in punto, si parte”.

Viaggiare di notte assume un gusto particolare: una sorta di salto nel tempo, come quando da bambini non riuscivamo a cogliere i dettagli del paesaggio. Alle undici e quaranta lei si alza con indolenza dall’amaca che rimane dondolante. Lui ha già preparato uno zaino, con frutta, acqua e qualcosa da mangiare. Lei resta ancora vicina all’amaca, non vuole distaccarsene, non vuole cominciare il cammino. Si stropiccia gli occhi, per respingere un sonno che avanza, un sogno che arriva ed uno che se ne va. Alle undici e cinquanta sono abbracciati davanti al cancello. Lei palpita di sentimento puro, lui pende dalle sue labbra, dalla sua pelle giovane e sudata, come quella di una gazzella sfuggita all’attentato di un predatore. A mezzanotte in punto il cancello si apre, comincia il cammino di una vita, il sogno di una notte, l’afflato che li muoverà fino al mattino. Hanno deciso di arrivare fino a Lioni, di farlo di notte, come un tempo facevano i loro nonni, quando, per un voto o per diletto, ci si spostava da una collina all’altra, da una valle all’altra. 

Lei riprende fiato, colore e profuma di rose. Lui mastica una liquirizia e odora di tabacco. Lui ha lo zaino sulle spalle, la mano in quella di lei. A mezzanotte e cinque minuti partono, passo dopo passo, carezza dopo carezza, sussurro dopo sussurro. Non ci vuole molto ad arrivare sulla provinciale che con poco più di due curve li porta a Carpignano. La Madonna, che da sempre abita quel luogo, li saluta alzando la mano, poi scostandosi i capelli gli augura buon viaggio. Da questo punto il percorso si fa in salita, si fa serio, i grilli cantano, la luna illumina il contado. 

Salendo la salita la fatica arranca e il crinale del monte si fa più vicino. I passi passano in fretta, strusciando l’asfalto graffiato della via. Ad ogni masseria un cane abbaia, saluta con la coda e avvisa il socio più vecchio. Qualche cane si avventa sulla recinzione, ed i covoni di fieno hanno contorni nitidi al chiarore della luna. Un tasso ci taglia la strada, cammina goffo, taglia la via e si rituffa tra i campi. Non ha fatto caso alla nostra presenza, o forse non gli interessa. Sono le due quando tagliamo il bivio di Gesualdo, scegliendo di andare dritti sulla nazionale. A quest’ora non c’è gente, non c’è traffico, ma solo un via vai di curiosi scoiattoli dal mantello grigio. Poco più avanti di Pagliara, una famiglia di cinghiali, curiosa tra le nostre cose, grugnendo come maiali da recinto e amichevoli come un cane. Anatre da cortile starnazzano, allarmando la padrona, che dorme poco, accende la luce e si affaccia. “Chi c’è laggiù?” Grida, in direzione nostra, che con un poco di imbarazzo diciamo di essere viandanti, che per un voto alla Madonna, andiamo a piedi a Lioni. Due scoiattoli e tre marmotte ci seguono da un pezzo, sperando di ricevere il premio per tanta fedeltà. Spezzetto un po’ di pane e lo tiro in loro direzione. Gridano impazziti per il premio ricevuto, si fermano, ringraziano e sgranocchiano. Ci buttiamo giù per la discesa, che dopo le ultime case di Pagliara, porta dritta alla Mefite, poi a Santa Felice, ed infine a Rocca San Felice. La strada è secondaria,  non ha più illuminazione. Io accendo una torcia, proseguiamo spediti. I cuori battono all’unisono quando un cane, di grossa taglia ci viene incontro con aria minacciosa. È pastore, pare del Caucaso, e il grugno sporco gli da un aspetto ancora più temibile. Ci annusa, ringhia, ci annusa ancora, sente l’odore del nostro cane. Siamo persone di fiducia, ci saluta con un inchino e si rifugia in una stalla, dove vacche succulente lo allatteranno fino al mattino. 

La Mefite si fa sentire, con i suoi effluvi curativi e mortali. Le masserie nei pressi cominciano a prender vita. È l’ora in cui i contadini cominciano le attività nei campi, l’ora fresca che induce al lavoro; riposeranno quando il sole sarà alto allo zenit ed anche le cicale smetteranno di cantare. Dopo un breve tratto in salita siamo al cimitero di Rocca San Felice, dove ci compiaciamo di essere vivi e alla luce dei lumini ci scambiamo un bacio come segno propiziatorio e scaramantico. “Non è semplice essere vivi, oggi giorno, e per essere morti ci vuole meno coraggio”, dice lei, che afferra la bottiglia per il collo e ne butta giù un sorso, nella speranza che l’acqua diventi presto vino. Ma il miracolo non accade e le labbra si serrano forti al collo di lui, con la speranza di suggerne il nettare fatto di globuli rossi e globuli bianchi, dal colore amaranto, come il succo del melograno, come il vino novello, come la scorza del carmasciano lasciato ad invecchiare tra le vinacce. Ancora un poco e siamo al bivio di Sant’Angelo dei Lombardi, davanti all’ospedale illuminato, che fa bella mostra di se, silenzioso, nella notte nitida. Solo un gatto passa di lì, ci snobba e tira dritto. Ma si sa che i gatti sono diffidenti, e degli umani non hanno confidenza, con la speranza, nemmeno recondita, di dominarli, in un mondo fatto al contrario, di gatte solitarie che portano da mangiare ad umani da compagnia. Sono secoli che lo desiderano, ed il loro volere prima o poi si avvererà, per l’intanto filano via dritti con aria schifata, con passo regale e felpato. Ancora qualche curva e la sagoma sciapita di un templare ci viene contro, con la spada sguainata e sollevata, l’elmo calato sulla testa, la visiera ben abbassata sopra agli occhi, ed un mulo al posto del cavallo. Mi viene da ridere, ma lo salutò con un gesto della mano, sento un moto di piacere che sale dall’ armatura. Accanto a noi tira dritto, non ha tempo da sprecare, deve andare in guerra, perché la santa l’ha perduta ormai da un pezzo. Viene dal Goleto, dove ha riposato, per secoli fecondi di riposo e umanità. Ancora poche curve e siamo giunti alla metà. Un murales con un bambino in procinto di lagnarsi, ci accoglie con gran sorpresa e colorazioni. Alle sei in punto siamo nella piazza, dominata dalla chiesa della Santissima Assunta Maria, che dopo averci lasciati a Carpignano, ci accoglie come una madre che aspetta l’arrivo del figliolo. 

Noi ci guardiamo, l’alba sta sorgendo appena e sopra agli Appennini, tra gli Alburni e i Picentini, si levano nuvole di fumo, come fuochi d’artificio, suffumigi di benessere animici. Noi ci abbracciamo, ci baciamo e cadiamo stremati su una panchina. Dormiamo.