L’antica stazione di Conza Andretta Cairano

In Alta Irpinia, prima si arrivava finanche in treno, attraverso la tratta Avellino-Rocchetta Sant’Antonio. Una ferrovia che ricorda, meglio di altro, le antiche gesta di uomini coraggiosi che andavano a conquistare il west , il lontano “far west”, e questo pezzo d’irpinia d’oriente è il nostro west da conquistare. Alla stazione di Conza Andretta Cairano non ci sono i cowboy, ma poco ci manca, e questo pezzo di ferrovia ci ricorda che l’uomo ha da sempre cercato di abbattere le distanze, riuscendoci spesso e volentieri. Oggi quella ferrovia è in disuso, o per meglio dire, è attraversata solo da un treno storico, che ancora oggi ci fa rivivere quelle mitiche storie antiche legate alla vita di questa stazione.


Quando sono arrivato alla stazione di Conza Andretta Cairano era il pomeriggio del 1 giugno 2025. Tutto intorno c’era il silenzio, e da lontano il latrato di un cane e il rumore sordo di un trattore da qualche parte tra i campi. Un’insegna sospesa in alto cigolava mossa dal vento. Un cancello di ferro mi separava dalla parte interna. L’ho spinto piano. Si è aperto.

Quella stazione l’avevo sempre sentita nominare. Vinicio Capossela, con il suo Sponzfest di Calitri, ci aveva organizzato degli spettacoli in passato. Uno di quei posti che sembrano dimenticati ma che continuano sempre a produrre bellezza. Quando sono entrato ho capito perché. I binari erano lì, silenziosi, come se aspettassero ancora qualcosa. Come se il treno storico della tratta Avellino-Rocchetta Sant’Antonio potesse arrivare da un momento all’altro, fischiando tra le colline.

C’è qualcosa di commovente in una stazione abbandonata. Non è un luogo morto, ma un luogo che ricorda. Ricorda i contadini che partivano, le valigie di cartone legate con lo spago, i saluti gridati dai finestrini. Ricorda un’Irpinia che si muoveva, anche quando muoversi era difficile.

Letture dal Bosco e Autori in Vetrina

Venerdì sera comincia una bellissima rassegna letteraria, organizzata dall’associazione Ver Sacrum, che si chiama “Autori in Vetrina”, che si svolgerà presso il Bar Chic Caffè di San Giorgio del Sannio. La rassegna si inserisce nell’ambito delle attività messe in campo per il Festival “Letture dal Bosco” tutto l’anno, e vedrà come direttore artistico il sottoscritto, e come presentatrice la nostra bravissima Grazia Caruso. I protagonisti della rassegna sono sei scrittori molto bravi che ci racconteranno le loro opere. Si comincia venerdì 20 marzo alle ore 18 con Rino Cillo che sarà accompagnato da una bravissima musicista: Mayumi Ueda.
Un grazie a tutti i soci dell’associazione per il supporto, a Maria Baldares per l’efficiente ufficio stampa, e a Antonio Nottini che si occuperà delle fotografie e dei video della serata. Gli eventi sono gratuiti e sono aperti a tutti. Quindi vi aspettiamo numerosi.
Colgo l’occasione per ricordarvi che quest’anno il Festival “Letture dal Bosco” si svolgerà il 19 Luglio, sempre a Lago Laceno. Ci sarà inoltre una bellissima replica del Festival a Capri il 23 Agosto, in un luogo incantevole. Un grazie di cuore anche a Ciro Iengo e a Domenico Spinelli per il supporto logistico per l’organizzazione della Conferenza Stampa ad Ercolano e per l’organizzazione del Festival a Capri. Come direbbe Ciro “Mare, Terra, Mare”. Stiamo mettendo realmente insieme le zone costiere con l’entroterra campano.

La prima volta a Mosca

Eravamo nel lontano 2003, un’epoca che vista da qui, sembra davvero lontana. Era l’anno in cui cominciavano a circolare i primi telefoni 3g. Io ne avevo uno della Motorola sul quale, per la prima volta nella storia dell’umanità, si potevano trasmettere immagini, finanche in movimento. Aveva addirittura un sintonizzatore tv, attraverso il quale si potevano vedere i canali televisivi. Le prime macchine fotografiche digitali si affacciavano sul mercato e io ne avevo presa una della Sony tascabile. Con quella piccola macchina fotografica in tasca ti sentivi un Padreterno. Il primo iPhone sarebbe uscito di lì a quattro anni, mentre un anno prima sarebbe uscito il primo iPod. Chi se lo ricorda l’iPod? Anche di quelli ne avevo uno e ce l’ho ancora conservato da qualche parte. Vera archeologia elettronica. A Maggio di quell’anno entrai tronfio a Mosca, pieno delle chiacchiere della Letteratura Russa, ma sostanzialmente ignorante sulle vere tradizioni dello stesso popolo. Arrivai a Mosca intorno al 6 Maggio. Era la mia prima volta in quella città, così lontana dalla nostra cultura, così enormemente grande, caotica, frenetica, immensa e bellissima. I miei occhi non potevano fermarsi dal guardare le costruzioni in stile liberty, quelle tipiche dell’architettura sovietica, le grandi stelle rosse della rivoluzione che campeggiavano ovunque in centro, le cupole a cipolla colorate di San Basilio, l’immensità della Piazza Rossa, il Cremlino, i Magazzini Gum, il mausoleo di Lenin, le Sette Sorelle, ossia gli imponenti sette grattacieli voluti da Stalin, e poi le abitazioni della stessa epoca e le più recenti Krushovke. Dappertutto c’erano insegne in cirillico, che in quell’epoca non capivo. Avrai imparato a leggerlo solo più tardi.
Alloggiavo all’hotel Rossia, l’hotel più famoso di tutta la Russia, l’hotel della nomenclatura e nel quale si svolgevano le imponenti riunioni dell’allora potentissimo PCUS. Allora nello stesso hotel ci soggiornavo io. Era immenso, come era immenso tutto in quello stesso paese. L’hotel contava più di 4000 stanze, e aveva punti ristoro, negozi, infermerie ovunque. Una città nel cuore della città. La mia stanza dava sulla piazza rossa, e dalla grande finestra vedevo San Basilio a sinistra e la grande stella rossa che campeggiava sul Cremlino esattamente di fronte a me. Di notte solo una tenda sottile mi separava dalla piazza e da quell’immensa stella, che con l’oscurità si illuminava di un rosso acceso, che colorava anche la mia camera. Da lì osservavo i preparativi per qualcosa di maestoso, che mi era ignoto. Sotto alla mia finestra sfilavano battaglioni dell’esercito, c’era un via vai di gente e bandiere patriottiche ovunque. Qualche giorno più tardi avrei capito che si stavano preparando per festeggiare l’evento più importante della Russia dalla fine della seconda guerra mondiale, ossia la parata del 9 Maggio. Quel giorno me ne stetti alla mia finestra a godermi lo spettacolo, mentre la piazza gremita da centinaia di migliaia di persone arrivate dagli angoli più remoti del paese, acclamavano i grandi successi della propria nazione.
Il 9 Maggio del 2003 fu un giorno speciale anche per me.

Quella volta nel deserto del Negev

Correva l’anno 2010. Con una berlina della Chevrolet avevo attraversato tutto il deserto del Negev, partendo da Tel Aviv fino ad arrivare quasi alla striscia di Gaza. Da lì, con una virata, mi diressi verso il Mar Morto. Arrivare al Mar Morto significava scendere sotto al deserto del Negev, scendendo fisicamente, con una strada piena di curve che andava giù lungo il costone di una roccia rossa, sulla quale, con delle grandi linee dipinte di bianco, si indicava l’altezza di cui si scendeva sotto al livello del mare: meno 100 mt, meno 200 mt, meno 300 mt, meno 430 mt. Il Mar Morto è il punto più basso della Terra, considerando, ovviamente, solo la terra ferma. Li trovai un po di pace immergendomi nelle acque tiepide ed estremamente salate di quel mare, che assomigliava più ad un lago che non ad un vero e proprio mare. Sull’altra sponda si vedevano le coste della Giordania e dell’Arabia Saudita, che avevano lo stesso colore di quelle israeliane. Anche immergersi nel Mar Morto era un’esperienza quasi mistica. L’alta concentrazione di sale ti faceva galleggiare mentre una miriade di cartelli vietavano in maniera tassativa di nuotare sul dorso. Io ci provai a girarmi sul dorso e capii presto che, a causa dell’alta salinità, era impossibile rigirarsi, per quanto uno potesse dibattersi. Per fortuna c’erano due persone vicine a me, che, non senza difficoltà, riuscirono a girarmi e a rimettermi in piedi. Finì così la mia esperienza in quello strano mare. Me ne andai a dormire nel Kibbuts di Ein Gedi, tra i bull spider, dove, dopo una ricca cena a base di pasta katafimi, trascorso una piacevole serata sotto ad un enorme baobab, dove si stava svolgendo un festival jazz. Era il 9 aprile 2010.

Sono ufficialmente sbarcato negli Stati Uniti

United States of Italy è un giornale fatto da italiani per italiani che vivono negli Stati Uniti D’America. Ha la sua base a Washington e un cuore tricolore. Il giornale mette principalmente in evidenza le eccellenze italiane, e , nel mio ambito, cioè quello letterario hanno deciso di dedicare un articolo a me. E non finisce qui, perché a breve uscirà il giornale in versione cartacea, con l’articolo rigorosamente in inglese, che sarà distribuito in tutti gli Stati Uniti. Un grazie di cuore a Federica Brogna, che mi ha voluto onorare con questo bellissimo articolo. E tra l’altro, Federica, è l’ideatrice del famoso gioco “Irpinia”, che tanto ci ha fatto divertire nelle uggiose serate invernali. L’unico punto negativo del gioco è stato il fatto che per colpa sua abbiamo bevuto un sacco di vino…rigorosamente irpino!

I diaristi russi del mattino

La prosa mattutina dei diaristi russi, di gente come Michail Prishvin o Konstantin Paustovskij, mi è rimasta dentro.
Avevano proprio questa abitudine: alzarsi presto, sedersi vicino alla finestra e guardare il mondo che lentamente ricominciava a respirare, stiracchiandosi dopo le tenebre della notte.
Nella loro letteratura si intravedevano cani che abbaiavano in lontananza, stormi che tagliavano il cielo, il primo fumo che usciva da un comignolo.
Non si faceva mai riferimento a grandi eventi, ma c’era sempre e solo il mattino.
Come adesso…

Ramme lo ‘ppane

“Ramme no picca re pane”, ha detto una mia amica durante la cena di ieri sera. “Ramme no picca re pane”. Ma quant’è bella questa frase, quanto è musicale, e quanto è letteraria? Sia per il significato che richiama al pane, l’alimento primordiale, sia per lo swing di questo dialetto.
Dentro a questa frase ci sta tutto il suono delle cucine di una volta, il tavolo di legno, il pane spezzato con le mani durante le lunghe serate di paese. Insomma io ci sento lo swing…
Per chi volesse documentarsi meglio sulle faccende irpine, può farlo da qui: https://amzn.eu/d/0apnHQdV

Lo swing di una lingua

“Ramme no picca re pane”, ha detto una mia amica durante la cena di ieri sera. “Ramme no picca re pane”. Ma quant’è bella questa frase, quanto è musicale, e quanto è letteraria? Sia per il significato che richiama al pane, l’alimento primordiale, sia per lo swing di questo dialetto.
Dentro a questa frase ci sta tutto il suono delle cucine di una volta, il tavolo di legno, il pane spezzato con le mani durante le lunghe serate di paese. Insomma io ci sento lo swing…
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“Letture dal Bosco” tutto l’anno

In attesa della quarta edizione di “Letture dal Bosco”, che quest’anno (2026) si terrà il 19 di Luglio (terza domenica di Luglio) a Lago Laceno come di consueto, teniamo alta l’attenzione dei lettori e degli scrittori, nonchè di tutti gli amici che ci seguono, con “Letture dal Bosco” tutto l’anno. Abbiamo organizzato una rassegna libraria molto bella, che si svolgerà a San Giorgio del Sannio, presso il Bar Chic Caffè, in via dei Sanniti 40. Avremo con noi ben cinque autori, molto bravi e motivati a presentare i loro lavori. Alleghiamo la locandina degli eventi. Partecipare è grautuito, è un momento di condivisione e un modo per stare insieme con un buon bicchiere di vino e un bellissimo racconto, fatto direttamente dall’autore.

Masticadores Italia

Continua la mia collaborazione con la rivista internazionale “Masticadores”. Oggi la mia nuova pubblicazione: