Mirabella, la Domenica delle Palme e il tempo dei riti

MIRABELLA, I RITI PAQUALI

Sono tornato a Mirabella, e ci sono tornato la Domenica delle Palme, il 29 marzo 2026. Ci sono arrivato percorrendo un pezzo dell’antica Via Appia, la regina viarum, oramai patrimonio dell’umanità UNESCO. Si la Via Appia Antica passava proprio di qua, e con maggior precisione, provenendo da Benevento, attraversava il fiume Calore, grazie al Ponte Appiano, oggi meglio noto come Ponte Rotto, nome che deriva dal fatto che il ponte è parzialmente crollato, in località Morroni, in un territorio che è diviso tra Apice e Bonito, quindi a cavallo tra la provincia di Benevento e quella di Avellino. Le tracce della Via Appia non sono sempre visibili, ma gli studiosi suppongono che seguisse, più o meno, il tracciato che oggi è attraversato dalla Via delle Puglie, che da Piano Pantano sale su, inerpicandosi con dei bellissimi sali e scendi, in direzione del Passo di Mirabella. Le tracce storiche ci dicono che l’antica Aeclanum, la città innalzata dai romani al rango di Colonia Romana, si trovava proprio lungo questa strada, proprio dove oggi insiste il Passo di Mirabella, che è una frazione della più moderna Mirabella Eclano.

Ci sono arrivato con la mia Jeep gialla, provenendo da San Giorgio del Sannio, e la strada l’ho percorsa tutta d’un fiato per arrivare in paese giusto in tempo per vedere le celebrazioni fatte in occasione della festività. Il periodo di Pasqua è un periodo particolarmente sentito in tutta la terra irpina, particolarmente da queste parti. E’ un continuo susseguirsi di riti arcaici, che spesso affondano le loro radici nel paganesimo precristiano, ma che sono stati riabilitati dalla più recente religione cristiana e sono entrati a far parte a pieno titolo delle ritualità che caratterizzano il percorso che porta alla Pasqua.

Arrivato in paese un po’ in ritardo sul programma di marcia che mi ero prefissato, mi fiondo subito nel centro storico. Parcheggio la dove Via della Rinascita si allarga in una curva, formando uno slargo, delimitato da una ringhiera, che si affaccia sulla bella valle sottostante. Percorro con passo frettoloso Vico Santo Spirito, che è in salita, e anche piuttosto ripida, tuffandomi, infine, su via Eclano, la via che in pratica divide in due, di lungo, tutto il centro storico della bella cittadina. Lungo la via è un continuo susseguirsi di palazzi settecenteschi ed ottocenteschi, con facciate imponenti e graziose decorazioni. Arrivo con un po’ di affanno alla maestosa Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore. Il grande portone è aperto, e finalmente riesco ad entrare. La chiesa è gremita fino all’estremo. Non solo sono occupati tutti i posti a sedere, ma molte persone sono in piedi, accalcate nelle retrovie. Entro, facendomi largo con un po’ di fatica. Il freddo, che stranamente, oggi ancora pervade l’aria, che della primavera non ne vuole proprio sapere, costringe tutti a tenere ancora addosso i cappotti invernali. Dai comignoli delle case circostanti si spande l’odore acre e piacevole della legna che arde, che arriva fin dentro la Chiesa. Tutti ascoltano l’omelia con profonda attenzione. Il Prete, che scoprirò poco dopo essere il Vescovo, pronuncia parole di pace e di speranze e sembra la vera star della giornata. Tutti gli occhi sono puntati su di lui, almeno fino al momento della Comunione, quando un’infinità di persone, cioè quasi tutti i partecipanti alla messa, si accalcano in coda nel corridoio centrale della Chiesa, per ricevere l’Eucarestia. Questo momento, in genere breve e sbrigativo, si prolunga per molto tempo, mentre dalla parte dell’altare si diffonde una musica sublime di un organo e si innalzano canti di voci che sembrano divine. La mia curiosità si infittisce. L’organo ha un suono bellissimo, e le voci sono così perfette che mi viene da pensare che siano registrate. Poi la mia attenzione viene attratta dal soffitto della Chiesa, interamente ricoperto di pannelli in legno, finemente dipinti, in modo da formare un unico, immenso affresco, che ricopre tutta l’unica grande navata. Resto estasiato, sospeso tra i canti, che non avevo mai ascoltato di così belli, e il fascino dell’arte pittorea, che dal soffitto sembra ricadermi addosso.

Finalmente il lungo tempo dedicato alla Comunione si esaurisce e in poco tempo il Vescovo termina la messa, rispedendoci tutti a casa. Io però resto sull’uscio. Osservo i volti finalmente sereni dei fedeli, e osservo in modo in cui interagiscono fra di loro, con sorrisi, lunghe strette di mano, baci e tante chiacchiere. La Chiesa si è d’improvviso trasformata in un enorme atrio riempito dal brusio di centinaia di persone. Resto molto colpito dalla partecipazione di così tante persone al rito della messa e della benedizione delle palme, che dalle nostre parti, non sono null’altro che rametti di ulivo benedetti in Chiesa. Sfollate un bel po’ di persone, però, la mia curiosità continua ad essere tanta, alimentata dal suono bellissimo dell’organo che continua ad intonare melodie che riempiono l’aria. Mi avvicino all’altare e scopro sulla parte destra un organo a canne bellissimo, con decorazioni in oro, ed una ragazza, mingherlina, dai capelli neri tagliati alle spalle, che con ispirazione ascetica continua a suonare, ignorando tutto ciò che le accade intorno. Ai lati in alto dell’organo, prima che dalle belle decorazioni ne fuoriuscissero le canne, che lo caratterizzano, muove dei grossi bottoni, spingendoli verso l’interno o tirandoli a se, facendo cambiare di continuo il suono dell’organo stesso. Le mani corrono sicure su due tastiere, messe su piani diversi, mentre i piedi suonano delle leve giganti, che ricordavano i tasti di un pianoforte. Sullo stesso sgabello, accanto a lei, è seduto un ragazzo, che ascolta la musica in religioso silenzio, e con il capo chinato, come se fosse in raccoglimento. Solo allora, soddisfatta ogni mia curiosità, esco dalla Chiesa, non prima di aver ricevuto una spiegazione dal Parroco sul perché viene chiamata anche come la Chiesa del Sacro Latte. Scopro così che all’interno della chiesa è custodita una statua d’argento della Madonna, che al suo interno ha una reliquia, portata fino a qui da Betlemme ai tempi delle Crociate. Si tratta di una polverina bianca, che, da sempre è stata identificata come polvere di latte disidratato della Madonna. Questa storia mi fa capire ancora meglio quanto antica sia la storia di questa chiesa e quanta storia sia effettivamente passata da queste parti.

Esco rigenerato nella bella piazzetta antistante, e mi accorgo presto che ad ogni balcone delle case, non solo prospicienti la piazza, ma anche di quelle che corrono lungo il dedalo di vie, ci sono appese delle bambole, intrecciate con dei simboli precisi: il peperoncino, diverse teste d’aglio intrecciate, e in basso un qualcosa che sembra una patata dalla quale spunta una piuma. Camminando per le stradine limitrofe, mi accorgo che ogni balcone, ogni portone, porta appeso questo intreccio di cose, quasi fosse un amuleto. Finalmente incontro un giovane, il quale mi spiega che si tratta di un’antica tradizione di Mirabella, che prevede che questi oggetti scaramantici restino appesi per tutto il periodo della Quaresima e che le piume appese nella parte basse sono tante quante le settimane che dividono la fine del carnevale con la Pasqua. La tradizione vuole, inoltre, che si tolga una piuma per ogni settimana trascorsa, togliendo l’ultima nel giorno di Pasqua. Questo spiega esattamente perché ognuno di questi pendagli abbia una sola ed unica piuma, che spunta verso il basso. Intanto si è fatta l’ora del pranzo. Sono le 13.30. Il brusio delle strade si è azzittito completamente, i comignoli cacciano più fumo, segno che le attività umane si sono spostate all’interno delle case graziose di questi vicoli medievali. Oggi è la Domenica delle Palme e prende inizio, in ogni singola casa, il grande e antico rito del pranzo della domenica di festa, in attesa della grande festività che si celebrerà tra una settimana, il giorno di Pasqua.

Io sono soddisfatto della mattina trascorsa e vado via, cercando riparo dal freddo, alzando il bavero del cappotto, non senza aver preso un caffè macchiato bollente al bel Bar dell’angolo.

Me ne vado e divento PAPA

Con il film “Me ne vado e divento Papa”, Antonello Carbone, regista e documentarista irpino, si sfida in un lungometraggio, su un terreno familiare ma insidioso: quello dell’emigrazione. La faccenda viene trattata in modo ironico, quasi beffardo, raccontando un fenomeno che attraversa tutta l’Irpinia come una ferita, attraverso gli occhi del protagonista, che altri non è se non il regista stesso: un uomo sul punto di partire, ma che, in fondo, non crede davvero alla possibilità della fuga.

Il film è costruito con un linguaggio visivo consapevole e rigoroso. Le inquadrature fisse rendono i dialoghi più poetici, mentre i primi piani lunghissimi dilatano il tempo, sospendono l’azione e trasformano ogni volto in un paesaggio interiore. Lo spettatore è condotto in una dimensione in cui il tempo non scorre, ma sedimenta, come accade nei luoghi che sembrano fuori dalla memoria e, proprio per questo, profondamente dentro la storia.

Sì, come si è capito, il film è ambientato in Irpinia. Ma non in un luogo preciso: piuttosto in una geografia emotiva, dove la terra, la natura, la memoria e il soprannaturale convivono come elementi di un’unica mitologia. È qui che si muovono Antonello e Nina, interpretata con delicatezza da Stefania Varriale, in una danza onirica e talvolta surreale, che trasfigura gesti e parole, invitando lo spettatore a interrogarsi sulla caducità di ciò che possediamo e sulla bramosia, tipicamente umana, di desiderare sempre l’altrove.

La struttura narrativa del film segue l’ultima giornata del protagonista nel suo paese, intrecciando ricordi personali, testimonianze e immagini d’archivio che raccontano quarant’anni di storia irpina e il tema dell’emigrazione.

In questo senso, l’opera si muove sul confine tra cinema e documentario, tra autobiografia e racconto collettivo, trasformando una vicenda individuale nella metafora di un destino condiviso.

Le musiche di Carmine Ioanna, sincopate e vibranti, rafforzano il legame con il territorio grazie all’uso della fisarmonica e dialogano con la staticità delle immagini in un contrasto propositivo. È proprio in questo attrito tra immobilità visiva e movimento sonoro che nasce il ritmo del film: un ritmo interiore, più che narrativo, capace di evocare appartenenza, nostalgia, resistenza.

Me ne vado e divento Papa è un racconto sulla permanenza, sull’impossibilità di andarsene davvero, sulla tensione tra radici e desiderio. È un cinema che si muove tra le verità fragili dei luoghi marginali, di quelle terre che sembrano periferiche e che invece custodiscono, come scrigni segreti, il senso più profondo dell’esistenza.

In definitiva, l’opera di Carbone si colloca in una tradizione di cinema poetico e territoriale, capace di trasformare l’Irpinia in un vero e proprio personaggio: una terra che parla, che resiste, che trattiene e respinge, che ama e che ferisce. Un cinema che ritengo necessario, perché racconta ciò che spesso resta fuori dalla vista: la dignità austera dei paesi, la malinconia delle partenze, il paradosso di chi sogna di andare via, per scoprire, alla fine, di appartenere irrimediabilmente al luogo da cui vorrebbe fuggire.

Al Campus Manzoni di Caserta

Il Campus Manzoni di Caserta ha sposato uno dei miei libri: “Tramonti Occidentali”. Un libro particolarmente interessante perché tratta di tematiche molto attuali, come l’immigrazione, l’integrazione ed il valore della civile convivenza. In un mondo che continua a spingere verso l’odio, verso la cattiveria e l’individualismo, Tramonti Occidentali lancia un messaggio di speranza e strappa qualche sorriso, ma anche tante lacrime. Il 14 maggio sarò con i ragazzi del Liceo, per parlare di tutte queste tematiche. Con me ci sarà l’avvocato Hilarry Sedu, che ha curato la postfazione del libro, essendo particolarmente esperto delle tematiche del libro. E un grazie alla prof Maria D’agostino, che ha dimostrato una estrema sensibilità e che mi ha coinvolto in questo bellissimo progetto. Ci vediamo il 14 Maggio.

Osvaldo Sanini, il poeta dell’Irpinia

Le vicende umane, talvolta, percorrono strade che sono lontane dal solco tracciato dalla ragione, e portano, spesso, a risultati inattesi, quanto non cercati. È accaduto anche ad uno dei tanti esseri umani vissuti a cavallo del secondo conflitto mondiale, la cui vita prese una piega non voluta, non cercata, ma dettata dalle circostanze. Lui, l’essere umano, si chiamava Osvaldo Sanini e arrivò a Grottaminarda in un giorno di pioggia, con una valigetta di cuoio sottile, consumato, tenuta stretta da legacci di spago. L’aria spaurita di chi andava incontro al proprio destino, accettato con coraggio e rassegnazione. Lui sapeva bene che i fatti della ragione, spesso non andavano di pari passo con le esigenze del corpo e che quest’ultimo doveva sottostare alle leggi inesorabili del tempo, cui spesso la ragione sfugge, determinando uno sfasamento, una sorta di fuso orario, tra i due livelli, che causava non poche sofferenze, tanto alla carne quando allo spirito. Non sappiamo, in realtà, se il giorno dell’arrivo fosse davvero un giorno di pioggia, ma possiamo immaginare che dentro al suo animo fosse così, e sempre l’immaginazione ci fa pensare che l’arrivo non fosse accompagnato da fanfare o bande musicali, quanto, piuttosto, possa essere plasticamente rappresentato attraverso l’atto della discesa dei gradini di una corriera su una strada polverosa. Ma è d’obbligo fare un passo indietro e descrivere chi fosse Osvaldo Sanini e perché fosse finito in terra irpina, pur avendo percorso ben altre strade. 

Osvaldo Sanini nacque nell’isola di Creta nel 1874 da una famiglia di origini parmensi. Presto ritornò nella città di origine, per poi trasferirsi a Genova per continuare gli studi universitari. Osvaldo si distinse presto per essere un ottimo scrittore, tanto che, in breve tempo divenne giornalista presso il secolo XIX, e nello specifico divenne corrispondente estero, trascorrendo lunghi periodi nella capitale francese. Nel 1940, proprio tornando in Italia da Parigi, fu fermato dalla  polizia fascista con l’accusa di propaganda antifascista e fu relegato in esilio. A quel tempo l’esilio forzoso avveniva attraverso la deportazione in aree del paese considerate disagiate, difficilmente raggiungibili, dalle quali diventava estremante difficile comunicare con l’esterno. Così era accaduto a Carlo Levi, confinato ad Aliano, in Basilicata, a Cesare Pavese, confinato a Brancaleone Calabro, ad Altiero Spinelli, confinato a Ventotene, a Manlio Rossi Doria, confinato a San Fele in Basilicata. Il Sud, terra abbandonata dagli esseri umani e da Cristo, terra povera, fatta di contadini e gesta semplici, diventava così il carcere segreto in cui segregare tanti personaggi scomodi. Il Sud Italia, diventava così, e senza saperlo, la fucina in cui si forgiavano le menti più brillanti che avrebbero dato lustro alla nostra nazione negli anni successivi. Perché ciò avvenisse ci è ignoto, ma lo possiamo immaginare o desumere dalle parole scritte dai tanti intellettuali che ivi furono deportati e costretti a vivere per periodi più o meno lunghi. Carlo Levi scriveva: “In quel mondo chiuso e lontano dove Cristo non è mai sceso, ho imparato che il dolore degli uomini ha lo stesso colore ovunque.” Ma a noi piace pensare che il Genius Loci abbia operato anche in quelle occasioni e che l’intelligenza antica, sepolta sotto un mondo contadino, abbia avuto modo di venir fuori e di contaminare e di danzare con le menti più brillanti dell’epoca, portando il loro vissuto al di sopra di ogni possibile immaginazione. Così Osvaldo Sanini arrivò a Grottaminarda, la porta della valle dell’Ufita e della Baronia. Ma lì successe qualcosa di inaspettato: Sanini si innamorò di quella terra, e, nonostante la fine del fascismo, nonostante l’inizio di un nuovo ciclo storico, decise di restare ancorato a quella terra, alle sue tradizioni e alla sua cultura. A Grottaminarda fu povero, vivendo solo del suo sapere. Viveva in una grande stanza a Largo Sedile, dove dava lezioni private di italiano per racimolare il necessario per sopravvivere. Ci fu qualche famiglia che si prese cura di lui. Le esigenze del corpo, appunto, non seguono il destino delle idee, e la carne ha bisogno di cure assidue per mantenersi viva. Nonostante le cure prestate da alcuni abitanti di Grotta, non ebbe molti amici, anzi, uno solo gli fu amico, un altro grande personaggio che rende onore alla piccola cittadina, Leopoldo Faretra. Quest’ultimo meriterebbe una storia a parte, per il vissuto coraggioso e ardimentoso, che lo portò, a sua volta, a scontrarsi con il regime fascista e con quello nazista. Leopoldo era un medico, che per lo più lavorò a Rocchetta Sant’Antonio, arruolato, successivamente come medico da campo durante la guerra, e ribelle agli ordini dei nazisti dopo l’8 Settembre del 1943. Per questo fu inviato in un campo dì concentramento in germania, dove, in qualità di capo dell’infermeria, aiutò tantissimi italiani a non soccombere alle angherie dell’esercito e del regime nazista. Tornato nella propria terra, dopo la guerra, trovò una facile sponda nella mente brillante di quell’uomo avanti con l’età che era Osvaldo Sanini. Non sappiamo con precisione come e perché si fosse intavolato un tale rapporto di amicizia tra i due, ma, anche in questo caso, possiamo immaginare che due delle menti più fervide e due dei cuori più coraggiosi dell’epoca, abbiano saputo trovare delle sintonie che forse sfuggono alle logiche dei più. E fu così che due solitudini, diverse ma speculari, si tennero compagnia nel silenzio discreto di una Grottaminarda che allora ancora odorava di stalla e di terra bagnata. Si dice che la casa in cui viveva Saniniavesse pareti scrostate, un letto cigolante di ferro e una finestra che affacciava su un pezzo di cielo sporco, dove in certi giorni passavano stormi bassi come pensieri tristi. Ma lì, in quella stanza povera, si leggevano libri in francese, si traduceva Goethe, si commentava Orazio, si raccontavano le guerre dell’anima e del mondo come se fossero favole da spiegare ai bambini.

Sanini non fu mai un uomo facile, come si addice ad ogni uomo dal cervello grande, dal grande acume e dalla grande cultura. Sanini fu un intellettuale a tutto tondo, che seppe rielaborare la propria cultura in versi, descrivendo il suo rapporto di amore e di odio per quella terra benedetta e maledetta che lo aveva accolto, per quei paesaggi mozzafiato che L’Irpinia interna sa offrire agli occhi che non guardano con gli occhi ma col cuore. Lui scriveva versi che sembravano venire da un altro secolo, da un altro tempo. Aveva un approccio ottocentesco, tardo romantico, che traspare nei suoi stessi scritti. Alcune delle sue poesie più belle nacquero lì, in quella casa che oggi pochi sanno riconoscere. Poesie dedicate all’Irpinia, alla sua gente, alla sua natura ruvida e al tempo stesso accogliente. Una poesia, in particolare, “All’Irpinia”, sembra una lettera d’amore scritta da un uomo che, da prigioniero, è diventato figlio. Scriveva:

“Irpinia bella… tu mi parlasti tenera / e prendesti di me gentile cura / come ti fossi il più diletto figlio.”

E quello era diventato, in effetti: un figlio adottivo di una terra che lo aveva accolto senza clamori, ma con quella discrezione antica che hanno solo i luoghi profondamente umani.

Sanini morì nel 1962. La sua fine fu silenziosa come la sua permanenza. Non ci nessun clamore, nessun articolo sui giornali. Ma il suo nome restò inciso nella memoria di chi l’aveva conosciuto. Nella biblioteca ricavata nel bel Castello D’Aquino, sono conservate, ancora oggi, alcune sue carte, i suoi manoscritti, le lettere. E anche io in un giorno d’inverno mi sono perso tra quelle carte, innamorandomi di una storia sconosciuta ai più, ma che sa di letteratura vera e di esseri umani. 

La sua esistenza, come quella di tanti uomini giusti, si è consumata nell’ombra. Ma l’ombra, a volte, è il luogo dove il seme trova riparo per germogliare. E noi, oggi, abbiamo il dovere e la bellezza di ridire il suo nome.

Osvaldo Sanini.

É in arrivo l’undicesimo

Ancora un’altra notizia bomba: ho appena firmato con la Graus Edizioni un nuovo contratto per il mio prossimo libro. Si tratterà di un giallo, il mio primo giallo di provincia, sul quale ho lavorato nell’ultimo anno e che è davvero molto bello. Il protagonista è un giornalista, si chiama Mimì Gagliardi e vive a Gesualdo. Il giallo é ambientato nella provincia italiana, in una provincia che conosco benissimo, che è l’Irpinia, una terra a tratti aspra a tratti meravigliosa, ma sempre dominata da una natura meravigliosa. E che dire…incrociamo le dita e ad maiora!

Io e il Comites di Washington

Non è passato nemmeno un mese da quando “L’inaffondabile” ha fatto il suo debutto a Sanremo, durante il Festival, che arriva la notizia che “L’inaffondabile”, è stato selezionato dal Comites di Washington, nell’ambito del progetto Parolab, come uno dei nove libri protagonisti della stagione letteraria con Italians in DC. Un traguardo importantissimo che ribadisce una cosa importante: gli italiani all’estero mi vogliono bene.
Ad maiora!

La prima volta a Pietracupa

Scrissi questi versi la prima volta che andai a Pietracupa. Era la fine di Aprile del 2025. La prima cosa che mi colpì fu il silenzio. Nelle società ultra dinamiche occidentali, un silenzio così è decisamente prezioso.

Tutto tace addormentato nel luogo in cui i vivi e i morti sono vicini di casa, dove le scope giacciono sul ciglio delle porte, ornate dai bei portali in pietra, colme della memoria del tempo che fu, sazie delle pietre portate a vista dal vento smemorato. Una vecchia si trascina una gamba tirata a fatica dalla tomba nella quale cominciava a prepararsi il pagliericcio, aspettando tempi migliori per migrare verso nuovi mondi. Ho camminato l’Appennino, per giungere a te, attraversando terre immense di boschi e selve, tentato di cadere nell’oblio da bestie feroci, che mi venivano verso a fauci spalancate. Ho camminato con il Signore degli stagni, le rane saltellanti, il bue scodinzolante, l’oca sciancata, sotto strascichi di pioppi, illuminato solo da una stella alta all’orizzonte. Ho camminato fino a giungere alla soglia dell’ennesimo cimitero, posto al margine dell’abitato. Qui i vivi e i morti sono soliti darsi la mano, salutandosi inebriati della bellezza del creato. La vecchia zoppicante si è fermata qui, sotto l’arco dell’ingresso, tentennando sul da farsi. Poi è entrata, ha salutato tutti e si è stesa nel suo posto, attendendo l’eternità.

Si parla ancora de L’Inaffondabile

Uno sguardo su Carife

Sale la vista quando si alzano le terre d’altura, quando si giunge sulla cima del monte da cui si gode di una vista ampia, come aquila, che dall’alto cerca la sua preda, la individua per tuffarsi infine in picchiata per ghermirla. Le terre alte sono il nido in cui vivono rapaci mitologici, che tanto hanno fatto trepidare contadini d’altri tempi, che li osservavano attaccare i propri allevamenti, ma che tanto hanno fatto sognare coloro che sapevano guardare oltre il gesto dettato dal mero soddisfacimento di un bisogno impellente, immaginando, in epoche remote, lontane dalle attuali tecnologie, ciò che essi potevano guardare. La vista a volo d’aquila è una prerogativa, oggi, riservata anche a noi comuni mortali, che possiamo cimentarci con i nostri smartphone in visioni che in altri tempi potevano essere definite oniriche. Il massiccio dei monti della Baronia incombe sopra, ancora più alto di me, che mi sono fermato nella curva più panoramica, tra murales che colorano l’intero muro di cinta con persone di ogni colore e razza che si abbracciano di spalle, con lo sguardo rivolto verso l’immensa valle. È l’Appennino meridionale, che qui si coniuga in alture, anfratti e valli, che si insinuano come un cuneo tra la Puglia e la Basilicata, nella nostra Irpinia d’Oriente. Si respira un’aria rara, fatta di fatica e armonia, di pace e di grazia, in questa domenica invernale, che ci regala colori eterei e paesaggi mozzafiato. Spingo con le ginocchia contro il muro mentre di fronte a me si apre un mondo fatto di terre e poesia, di nebbie sottili, di un’unica grande valle e di profili silenziosi di monti che salgono verso le sparute nuvole. Sturno è proprio di fronte a me, distesa come una matrona su un triclinio. Oltre, più in alto, scorgo Frigento, Guardia Lombardi e più in là le terre sconfinate e brulle del Formicoso. Lo sguardo si abbassa, all’altezza delle mie ginocchia, che premono contro il muro, mentre io, estasiato, volgo lo sguardo su una striscia di tetti, che si allungano verso ponente, su un costone di roccia che sembra fatto apposta come basamento per le opere umane. Sono sempre stato colpito dall’ingegnosità umana, che ha saputo costruire le proprie dimore nei luoghi più impensati. Carife è un luogo antico, dove l’ingegno è stato, da sempre, messo a servizio dell’umanità, che qui ci abita da millenni. Sono terre che vantano un rapporto con l’uomo che si perde nella notte dei tempi, quando queste valli scoscese erano vissute da popolazioni fiere e guerriere. Qui il Sannio aveva la sua propaggine che penetrava ad oriente, verso la terra dei Dauni. La grande e fiera tribù degli Hirpini viveva queste terre da tempo immemore, che solo il falco e il gheppio sanno quantificare. Le gesta e gli ornamenti di quegli eroi sono oggi conservati nel bel museo archeologico dedicato agli Hirpini e alla civiltà Sannita. Conserva resti, soprattutto corredi funerari, trovati in diversi scavi effettuati tra Castel Baronia e i dintorni di Carife. Sono il segno tangibile di chi ha abitato quegli stessi luoghi ben prima di noi. Entrare nel museo significa abbassare lo sguardo, camminare nella storia, guardare verso la terra e non più verso la valle. Quest’ultima ha custodito in sé fibule, monili, armi, i resti di una vita quotidiana che aveva il peso della necessità e la grazia del rito. Ho lasciato la mia Giallina a ridosso di un alto muro di cinta, proprio di fronte al bar pizzeria “Amore Mio”. Il titolare mi ha accolto con benevolenza. Si chiama Franco ed ha il volto sereno di chi sa di vivere dalla parte del giusto. Franco mi da tutte le dritte necessarie per comprendere l’anima del paese. Un avventore del bar si presenta: Antonio Tedeschi, e mi completa il quadro delle informazioni relative al paese. Anche Carife, come tutti i nostri centri, soffre di una malattia moderna, che si chiama emigrazione, o, vista dall’altro lato, spopolamento e desertificazione.  È un male moderno, di cui, sotto certi versi, ci si era già ammalati, soprattutto nei periodi successivi alle due grandi guerre. Ma si trattava di migrazioni diverse. In quell’epoca erano soprattutto gli uomini che andavano via, soprattutto braccia sottratte all’agricoltura, operai, persone che sapevano far cose con le mani. Oggi, invece, le condizioni sono cambiate. Ad andare via sono i giovani, quelli che hanno in mano una laurea, che qui, non vedono nessuna prospettiva di crescita. Comincia così la nuova via per la migrazione, e i nostri paesi si spopolano. La chiacchierata mi ha messo addosso un po’ di malinconia, pensando a quanto i nostri avi abbiano investito su queste terre, a quanto grande era stato l’attaccamento al territorio e a quella che Verga chiamava “la roba”. La terra, la casa, gli attrezzi da lavoro, ossia tutta la roba necessaria per vivere e per sopravvivere, oggi è diventata roba superflua, che viene smaltita in fretta, pur di cominciare una nuova vita da qualche altra parte nel mondo. Così anche a Carife, ci sono tanti cartelli “Vendesi” appesi ai balconi delle case. Per smaltire la malinconia, decido di fare una passeggiata. Percorro a piedi tutta via Melina, e poi via Addolorata, fino ad arrivare alla piccola chiesetta dell’Addolorata, posta proprio al centro di un trivio. Non c’è nessuno in strada, ma decido di entrare in chiesa. Apro con rispetto la porta fatta con ampie ante di vetro, e mi immergo nel clima mistico della piccola chiesa di questo piccolo paese dell’Appennino Meridionale. Dentro l’aria che si respira è diversa, fatta di poco ossigeno e tanta spiritualità. La statua dell’Addolorata è lì, al centro, composta e ferma come solo il dolore interiore sa essere. Non c’è disperazione nel suo volto, ma una resa lenta, consapevole, che ha attraversato i secoli. Le mani sono giunte, non sono strette: sembrano più in attesa che in preghiera. Il rosario scende lungo il corpo come una linea di continuità, un filo che lega il cielo alla terra, il tempo umano a quello eterno. Il volto è scavato, ma non vinto. È il volto di chi ha visto tutto e non ha smesso di credere. La luce entra dall’alto, da una piccola finestra, quasi timida, e cade sulla Madonna senza invaderla. Non la illumina, ma sembra accarezzarla. In quella luce riconosco qualcosa di familiare: la stessa che ho visto negli occhi delle donne di questi paesi, quando parlano dei figli lontani, delle case vuote, delle partenze senza ritorno. È una luce che non serve a consolare, ma che accompagna una condizione di vita, che deve, necessariamente, abituarsi a quell’ordine delle cose. Mi siedo su una panca di legno consumata. Il silenzio è così pieno da sembrare abitato. Qui il tempo sembra essersi fermato. Tutti gli oggetti raccontano una fede concreta, fatta di gesti ripetuti, di ginocchia poggiate a terra, di candele accese per abitudine più che per richiesta. Questa Madonna non chiede nulla, sta, e nel suo stare custodisce tutto. Penso a Carife, alle sue alture, ai suoi vuoti, alle sue partenze. Penso che forse questi paesi resistono non tanto perché sperano, ma perché ricordano. Ricordano chi sono stati, chi hanno amato, chi hanno seppellito. La fede, qui, non è più una promessa verso un futuro possibile, ma una memoria organizzata, che è essa stessa una forma di resistenza gentile. Mi alzo piano, come si fa quando non si vuole disturbare. Prima di uscire mi volto un’ultima volta. L’Addolorata è ancora lì, immobile, a vegliare su un paese che cambia e si svuota, ma che non ha ancora smesso di credere alla propria dignità. Fuori mi aspetta la strada, le case chiuse, i cartelli vendesi, il vento che scende dalle alture.

Nel giorno di San Giuseppe

Oggi, giorno di San Giuseppe, inaspettatamente e forse immeritatamente ho ricevuto una infinità di auguri su whatsapp. Spero di riuscire a rispondere a tutti, ma sono davvero centinaia e centinaia di auguri. Ad ogni modo, un grazie generale a tutti, anche da qui.

Intanto festeggio con pollo e patate.