È tempo di cambiare una brutta tradizione

Questo post è rivolto ai miei amici sindaci e a chi fa politica e segue la mia pagina.
Alla luce di quanto accaduto la sera di Capodanno in un locale in Svizzera, e di ciò che è successo pochi giorni fa al Kristal di Ariano Irpino, dove solo per pura fortuna non c’è scappato il morto, forse è arrivato il momento di farsi una domanda semplice e necessaria:
non si potrebbero organizzare i festeggiamenti in modo diverso?
Ogni anno contiamo centinaia di feriti per i botti di Capodanno. Mani, occhi, volti segnati per sempre. E intanto continuiamo a chiamare “festa” qualcosa che, soprattutto nelle città, assomiglia più a una simulazione di guerra che a un augurio di buon anno.
Esplosioni, paura, animali terrorizzati, ambulanze in corsa. Che razza di rito è diventato?
Forse sarebbe il caso di vietare definitivamente i botti privati e inaugurare una nuova tradizione, più adulta e più bella: fuochi d’artificio organizzati dalla collettività.
Eventi pubblici, sicuri, pensati, curati. Magari persino una sana “competizione” tra città e paesi.
Sarebbe bello poter dire:
“Quest’anno vado a vedere i fuochi di Napoli”, oppure “Quelli di Roma”, “Quelli di Firenze”.
E lo stesso potrebbe valere per i piccoli centri, che avrebbero finalmente un’occasione di attrazione, di racconto, e di orgoglio.
In cambio, elimineremmo quella pericolosa e assurda abitudine di riempire case e locali di candelotti incandescenti che provocano danni, feriti, paura. E diciamolo senza ipocrisie: spesso sono anche brutti, caotici, senza alcuna grazia.
Le tradizioni non sono sacre perché esistono.
Sono sacre quando migliorano la vita delle persone.
Forse è tempo di cambiarne una!

L’Italia interna come futuro possibile

Appunti per una geografia umana necessaria

C’è una parte del Paese che continua a essere raccontata come se fosse un problema. L’Italia interna, l’entroterra, i paesi, soprattutto quelli montani, vengono evocati quasi sempre con un lessico difensivo: spopolamento, marginalità, declino. È una narrazione pigra, figlia di uno sguardo urbano che ha smesso da tempo di interrogarsi su se stesso.

Eppure, se si prova a guardare meglio, proprio da lì arriva una delle domande più urgenti del nostro tempo: come vogliamo vivere?

Parlo spesso del Sud Italia, perché è la terra che mi ha generato, quella che mi ha insegnato la vita, il silenzio, e anche l’attesa. Ma ciò che vale per il Sud vale per tutta l’Italia interna. I monti, che attraversano la penisola come una spina dorsale, non sono solo uno sfondo paesaggistico, ma ne costituiscono l’innervatura, il suo sistema nervoso, fatto di storia e umanità.

Negli ultimi decenni le città sono cresciute troppo e troppo in fretta. Hanno assorbito energie, giovani, sogni, promettendo un’idea di sviluppo che spesso si è rivelata parziale, quando non apertamente fallace. Dentro le grandi aree urbane convivono oggi ricchezze vistose e povertà invisibili, solitudini radicali, e marginalità silenziose. Molte persone sono rimaste intrappolate nel loro stesso sogno di progresso.

Su questo punto, il lavoro di Ernesto De Martino resta fondamentale. Quando parlava di “crisi della presenza”, descriveva già lo smarrimento dell’uomo moderno, il rischio di non riuscire più a stare nel mondo in modo pieno. Il Sud, per De Martino, non era un luogo di mero folklore, ma un laboratorio umano dove osservare fratture profonde, che oggi si sono estese ovunque.

Accanto a lui, Carlo Levi ha mostrato che esistono luoghi esclusi dalla Storia ufficiale, ma non per questo privi di dignità o di senso. “Cristo si è fermato a Eboli” è il racconto di un confino, che è, al contempo, una denuncia dell’abbandono strutturale di intere comunità, ed è ancora oggi un libro di grande e bruciante attualità.

Poi c’è Rocco Scotellaro, che non ha mai parlato dei contadini, ma ha sempre discusso “da contadino”. Nelle sue poesie e nei suoi scritti politici, il paese non è un’idea astratta, ma è un corpo che vive, fatto di fatica, di legami, e di desiderio di riscatto. Scotellaro aveva capito che senza il mondo rurale non esiste una vera democrazia.

Più tardi, Corrado Alvaro ha raccontato il dramma dell’emigrazione e del ritorno, lo strappo identitario di chi parte e non è mai più intero, né altrove né a casa. Una condizione che oggi riconosciamo in milioni di vite sospese.

Su questa scia si colloca il lavoro contemporaneo di Vito Teti, che ha smontato l’idea del paese come cartolina nostalgica, restituendogli una sua complessità, una conflittualità, e una profondità storica. E anche quello di Franco Arminio, che ha avuto il merito di riportare i paesi nel linguaggio comune, non come delle semplici reliquie, ma come luoghi dell’anima e del possibile.

Fuori dall’Italia, uno sguardo affine è quello di John Berger, che ha raccontato il mondo contadino europeo come spazio politico, come spazio poetico e come spazio di resistenza. Berger ha insegnato che parlare di un territorio significa prendere posizione, e non semplicemente descriverlo.

Dentro questa tradizione io provo a collocare il mio lavoro. Come scrittore e come giornalista, racconto ciò che vedo: un mondo sbandato, sospeso tra un passato che non esiste più e un futuro che non è ancora stato delineato. Un mondo che cerca una direzione.

I piccoli borghi possono tornare centrali, non per nostalgia, ma per necessità storica. Possono essere una cura attiva alle distorsioni economiche e sociali del nostro tempo. Uno stile di vita più umano, più misurato, restituirebbe centralità alla persona, migliorerebbe la salute mentale, riattiverebbe economie legate alla terra che producono reddito e, insieme, custodiscono il paesaggio.

È evidente che tutto questo non può reggersi solo sulla buona volontà individuale. Servono politiche pubbliche coraggiose, servizi diffusi, incentivi fiscali, una visione che sappia invertire la rotta di decenni di accentramento miope. È un compito arduo. Ma qualcuno dovrà pur farsene carico.

Io, nel mio piccolo, provo a fare la mia parte con i racconti, con i libri, con il lavoro giornalistico. Da L’agente della Terra di Mezzo a Racconti dall’Irpinia, con le storie che verranno, come quelle del giornalista Mimì Gagliardi.

E con un nuovo romanzo di formazione a cui sto lavorando, La Stanza degli Uomini, che attraversa tre generazioni, nonno, padre e figlio, per cercare l’anima profonda del nostro Sud e il Genius Loci che l’ha generata.

Non so se questo basterà. So che raccontare, oggi, è già una forma di resistenza. E che l’Italia interna non è il passato: è una delle poche ipotesi serie di futuro che abbiamo ancora.

Giorno 365

Giorno 365. Nella mente i versi del mio amato Esenin:

Io sono lo stesso,
sono lo stesso di sempre,
solo un po’ più ubriaco
e un po’ più stanco.

Non mi importa più di piacere alla gente,
non mi importa di essere buono.
Ho imparato che la vita
non chiede il permesso.

Mi chiamano teppista.
E va bene.
Meglio un teppista vivo
che un santo imbalsamato.

Amo questa terra rozza,
con le sue chiese storte,
con i suoi campi spelacchiati,
con i cani randagi e le bettole.

Amo le betulle, sì,
ma amo anche il fango
che mi sporca gli stivali.
Perché senza fango
non c’è cammino.

Sono cresciuto tra bestemmie e preghiere,
tra il vino cattivo
e il canto dei galli.
E tutto questo
mi ha fatto poeta,
non il contrario.

Non cerco redenzione.
Non sono un eroe.
Scrivo perché non so tacere,
perché il cuore mi batte forte
come un pugno sul tavolo.

Forse un giorno mi calmerò.
Forse no.
Ma oggi vivo così:
con l’anima in disordine
e la Russia nel sangue.

E tu, cosa farai il primo dell’anno?

Secondo diverse culture ci sono cose che si possono e cose che non si possono fare il primo giorno del nuovo anno. Ad esempio si sconsiglia di lavare i vestiti o di fare lavori di pulizia in casa, perché sono gesti che tendono a togliere la fortuna che può esserci in casa. Secondo altre culture non si devono prestare o chiedere in prestito soldi. A prescindere che sarebbe meglio non prestarli mai, onde evitare di farsi dei nemici, il fatto di farlo proprio il primo giorno dell’anno sarebbe particolarmente infausto. Sarebbe, invece, d’uopo stare con i propri affetti e cominciare l’anno nel segno dell’abbondanza. Si tratta di tradizioni o credenze che si perdono nella notte dei tempi e che, probabilmente, esistono da quando esiste l’uomo. L’inizio dell’anno non è solo una data simbolica, ma una data in cui si rinnova l’energia vitale che dovrà portare avanti tutto l’intero nuovo anno. Per questo cominciamolo nel migliore dei modi possibili, anche perché tra qualche decennio saremo tutti morti.
Ps: nella foto c’è tutto il bene che ho voluto donare nell’anno appena passato. E come si dice… le cose buone fanno buon sangue…
Voi avete qualche rituale particolare da rispettare?

Il miglior cardone di Benevento

Il cardone è il piatto tipico della tradizione natalizia beneventana. Per me non è Natale se non mangio il cardone. La preparazione è molto lunga e complessa, ma il risultato è una cosa eccezionale. E qui lo fanno buonissimo ( da Gino e Pina.

Il mio 2025 in un minuto

L’Irpinia e Chefren

L’Irpinia mi ha seguito anche qui, all’ombra delle Piramidi, e, dunque, era obbligatorio uno scatto con i miei “Racconti dall’Irpinia”, proprio davanti alla Piramide di Chefren.

Natale 2025

Buon Natale 2025 a tutti gli amici del mio blog… un augurio di serenità e di pace.

Buon Natale

Sic transit Gloria mundi!
In un giorno di finto buonismo, voglio andare contro corrente… ricordando che l’essere è anche questo.
Intanto tanti auguri di Buon Natale e… a proposito vi lascio con una mia prosa:

Sembra ieri che mi rincorrevi sui viali alberati che portavano al mare, mentre, invece, il tempo è trascorso inesorabile, ed io sono invecchiato e tu non sei null’altro che una donna anziana curva mentre cammini, dalla pelle bianca, a tratti emaciata, e dalle labbra spaccate dal tempo che nulla perdona. Sembra ieri che ridevamo seduti, stretti in un abbraccio, che in quel momento significava poco o nulla, ma che ha acquistato valore con il tempo. Perché, vedi, le cose, col tempo, acquistano importanza, almeno fino a quando non si rompono. E il nostro abbraccio, a un certo punto si è rotto e non abbiamo più saputo aggiustarlo. Avevamo il mondo nelle nostre mani e non lo sapevamo. Eravamo più forti delle nostre insicurezze, ed ora siamo pieni di fragilità. Eravamo giovani e certi come solo i giovani sanno essere, ed ora siamo solo un involucro che contiene sangue, piscio ed escrementi.
Siamo stati la vita, il rimorso, la distanza, la vicinanza, l’infinità. Ora siamo gli stessi di sempre, mischiati ad un elemento in più che si chiama fragilità. I calici si toccano ancora. Abbiamo novant’anni, il viale alberato che portava al mare, è diventato il viale del tramonto, alla fine del quale corriamo il rischio di vedere ancora il sole sorgere.

Incontro di fine 2025 al Corriere dell’Irpinia

Nella grande famiglia del Corriere dell’Irpinia ho i miei punti di riferimento: Rosa Bianco, giornalista e critica letteraria, e soprattutto il Direttore, Gianni Festa, che con la sua immensa esperienza, è la nostra stella polare.