Perché è importante

Perché è importante che uno scrittore continui a parlare e a scrivere di un territorio?
Perché un territorio, senza qualcuno che lo racconti, rischia di restare soltanto un nome su una cartina. Diventa un passaggio, uno sfondo, una periferia dell’anima. La scrittura, invece, gli restituisce voce, profondità e destino. Raccontare un luogo non significa fare folklore né tantomeno raccontare delle cartoline. Significa salvarne la memoria, custodirne i dettagli, dare dignità alle vite delle persone che lo attraversano. Significa ricordare che anche nei paesi piccoli, nelle aree interne, nelle terre considerate marginali, si muovono passioni, dolori, speranze, sconfitte e grande umanità. E tutto questo merita di essere raccontato.
Per quanto mi riguarda, continuare a scrivere dell’Irpinia è quasi una necessità. Perché l’Irpinia non è soltanto il posto da cui provengo: è una lingua interiore, un modo di guardare il mondo, un serbatoio di immagini, di facce, di silenzi, di strade, di vento, di ferite e di bellezza. È una terra dura e insieme profondamente poetica, che troppo spesso è stata raccontata poco o raccontata male. Scriverne, pertanto, diventa un atto d’amore ma anche di responsabilità. Vuol dire opporsi all’oblio. Vuol dire dire che qui non c’è il vuoto, ma un mondo intero. Vuol dire trasformare una terra appartata in una materia che entra a pieno titolo nella letteratura. Più si racconta bene un luogo, più quel luogo parla a tutti. Perché le radici, la nostalgia, la fatica, il senso della comunità, il desiderio di restare o di fuggire non appartengono solo all’Irpinia: ma appartengono all’uomo.

Il Goleto

IL GOLETO

Oggi è il 23 Agosto del 2025, fa un caldo che ti toglie il respiro. L’aria carica di umidità di fine estate si appiccica sulla pelle, penetra nei polmoni, come se fosse un forno ventilato. Mi sono rasato completamente i capelli, nella vana illusione di trarne beneficio e frescura. Il tentativo è stato vano, perché gocce di sudore fuoriescono dal nudo cuoio capelluto, poco al di sopra delle tempie, impregnando la parte bassa del cappello da baseball, che sono solito indossare, scendendo poi lungo la basetta, fino ad arrivare sulla guancia arrossata dal sole. Mi trovo a Sturno, e monta l’inquietudine per il pomeriggio assolato, e i mille pensieri del lavoro che affollano la mente. E’ un vortice di pensieri, un dedalo di possibilità inesplorate che fronteggiano le tentacolari vie della necessità. Un mantra si auto costruisce dentro al mio capo. Un canto a due voci, che s’intrecciano in una melodia lenta e spasmodica. Un salmodiare lento che sale dal profondo ventre e sale su fino al quinto chakra, dove incontra i lumi della ragione e i nervi derivati dai piedi posati a terra come radici: il Goleto, mater mea. Il Goleto è la mia terra, il mio cielo, la mia casa. Mi pare di sentire antiche melodie che si intrecciano a motivi scritti da Carlo Gesualdo: i madrigali. Il principe assassino della sposa ha trovato la sua casa, che è diversa, ormai, dal Castello di Gesualdo, ma è più simile ad una Abbazia. Lo spirito di movimento, mi dice che è ora di andare via, sotto al sole cocente, alto oltre lo zenith alle tre del pomeriggio. E’ sabato, e alla controra nelle strade non c’è nessuno. Solo qualche cicala ha ancora la forza di cantare sui rami di un faggio che sta al di la del torrente. Mettersi in auto è esso stesso un esercizio Zen.

A poco valgono i finestrini aperti, perché non soffia un alito di vento. Il mio pantalone cargo, pieno di tasche e cerniere si fa un tutt’uno con la pelle delle gambe, macerata dal sudore. Attraverso a marcia lenta il bosco di castagni, che mi divide da Frigento. Il bosco di castagni è esposto a nord e si sa che ciò che è esposto a nord è sempre più fresco. Così porto un braccio fuori dal finestrino, appoggiando il gomito sul montante del vetro e comincio a godere delle temperature leggermente più basse. Parliamo di qualche grado in meno, che in questo contesto sembrano apportare un gran beneficio al corpo provato dall’umido torrido. Il mantra continua a suonare nella mia testa e la macchina stessa mi chiede di andare al Goleto, anzi me lo impone e prende il controllo della strada. Ha deciso lei: oggi si va al Goleto, perché probabilmente è un giorno particolare o perché delle energie attrattive si sono concentrate li e ci chiamano con prepotenza. O forse non è nulla di tutto ciò. Ma io che sono sempre stato sensitivo, sento che nell’aria c’è un qualcosa di particolare, oserei dire di magico, che mi porta, o per meglio dire, ci porta esattamente in quella direzione.

Da Frigento, imboccata la statale 303, la strada si fa più semplice. Diventa un serpente che corre lungo la cresta del monte, dividendo a metà da una parte la Valle dell’Ufita e dall’altra la Valle D’Ansanto. E’ un tripudio di colori che vanno dal giallo oro al giallo ocra, mescolati al marrone della terra e a qualche chiazza verde di vegetazione che non è sottoposta all’insulto del periodo secco. L’odore della Mefite, lasciata la valle, arriva fin quassù. La mancanza d’acqua aiuta i gas solforosi a librarsi meglio nell’aria. Uno strano intreccio di sottili venti fa il resto del lavoro, portando gli effluvi fin sulla strada principale, che diventa un tutt’uno con la caldera che li produce. Sono tentato quasi di chiudere i finestrini, di proteggermi. La ragione prevale: l’anidride solforosa diluita in quel modo non è più letale, ma diventa una miscela benefica che purifica e protegge le vie respiratorie. Un aerosol naturale di cui potrò beneficiare anche nei successivi mesi freddi. D’altronde la saggezza popolare lo dice: “Austo capo re vierno”. Agosto è già l’inizio dell’inverno e bisogna prepararsi bene ad affrontare la stagione fredda, che già si para all’orizzonte. Dal bivio di Sant’Angelo dei Lombardi la strada è tutta in discesa. Una grossa pala eolica ci osserva passare. Siamo gli unici esseri, viventi e meno, che passiamo da qui, da chissà quante ore. Mi fermo giusto un attimo. Spengo il motore. In fondo sulla sinistra, arroccato sul suo monte, c’è Sant’Angelo, tutto intorno a me c’è il silenzio. Una leggera brezza fa muove le grosse pale, che producono un sibilo leggero e un fruscio che muove l’aria circostante. Gli steli dell’erba più giovani, ancora verdi, si abbassano al passaggio del venticello e forse sono lieti che in giro non ci siano pecore a brucarli. E’ tempo di rimettersi in marcia. La strada si fa ancora in discesa e sinuosa. Si oltrepassa l’ospedale di Sant’Angelo, la cui sorte rimanda ai tempi bui del terremoto, ma questa è un’altra storia e la racconteremo a parte. Si scende, si scende, in direzione di Lioni, fino ad imboccare una stradina stretta, che sulla destra porta in una zona pianeggiante.

Li, la strada si fa ben presto lastricata di pietra. Si capisce che siamo arrivati in un luogo particolare, una sorta di salotto pavimentato, dentro a una grande valle, dove gli appezzamenti di terreno lavorato, creano un mosaico di colori e di sensazioni piacevoli e accattivanti. Sono davanti al Goleto. Parcheggio nei pressi di una vasca, forse un antico abbeveratoio per i cavalli e per le vacche. Scendo, ed oltrepasso la soglia del cancello d’ingresso. Ma che cos’è il Goleto? Il Goleto è innanzitutto un luogo magico, dove la spiritualità tocca vette altissime o vola bassa a livello delle umane sventure. Il Santuario fu voluto da San Guglielmo da Vercelli, il monaco che fondò Montevergine sul Partenio. Ma qui ha dato spazio alla fede nuda e cruda, costruita pietra su pietra, scavata nella pietra nuda. Nella parte centrale il Santuario, che è stato di recente oggetto di restauro, presenta alti muri perimetrali e divisori, che sorreggono maestose arcate, che dividono le navate di quella che anticamente doveva essere una basilica di culto. Ciò che colpisce è la mancanza del tetto, o per meglio dire il tetto è rappresentato dal cielo stesso, le mura sono costituite dal silenzio che c’è tutt’intorno, rotto solo da qualche attività di qualche sparuto contadino, che ha deciso di portare a compimento i lavori settimanali. L’odore del fieno, e il canto degli uccelli rappresentano le finestre sensoriali, attraverso le quali ci si riconnette con la natura e attraverso di essa anche con l’energia che pervade l’intero universo. C’è una sedia al centro di quella enorme sala senza tetto, una di quelle sedie che si usavano nelle scuole degli anni novanta. Non mi resta da fare altro che sedermi, e meditare. Poi, da una delle tasche caccio fuori i miei “Racconti dall’Irpinia” e mi metto a leggere ad alta voce. Qualche passante si avvicina e ascolta con piacere.

La Taverna re Coccione

Voglio ringraziare Antonio Suelzu, che riesce sempre a trovare fotografie storiche di Paternopoli. Questa in foto era la Taverna re Coccione, che apparteneva a mio nonno Peppino (Soccorso) Tecce, in località Casale a Paternopoli. Si trattava di una Taverna di posta antichissima, che di sicuro risaliva all’epoca medievale, ma sicuramente costruita su altre strutture antecedenti. Era una taverna dove si fermavano le persone che andavano a piedi in direzione di Avellino e viceversa. A sinistra dell’abitazione sono stati trovati resti di origine romana, attestando l’importanza della zona come luogo di passaggio. Io credo, più semplicemente, che la Taverna sorgesse su una delle tante diramazioni della via Appia antica che passava poco più sopra, per Gesualdo e Frigento. Quindi doveva essere una zona molto trafficata. Oggi purtroppo non esiste più, perché cadde con il terremoto del 1980 e sono rimaste solo le mura perimetrali. Che peccato.

Li intorno, nel periodo post terremoto, io e mio padre eravamo soliti passeggiare, prima che sui quei campi crecessero i rovi e cadessero in uno stato di abbadono, e semplicemente smuovendo il terreno trovavamo monete romane e monete del Regno delle due Sicilie. Questo a riprova, ancora una vota, laddove ce ne fosse bisogno, del fatto che quelle vie erano molte frequentate nell’antichità, e dove c’erano persone c’erano commerci, soldi, e tutto ciò che ne consegue.

Infine un’ultima considerazione va fatta anche sul fatto che non lontano dal luogo della taverna, al centro della Valle D’Ansanto, c’è la Mefite, già antichissimo luogo di culto delle genti pre romaniche. Si ritiene che già in quell’epoca arrivassero in zona molti pellegrini, anche dalla Puglia e dalla Calabria, per venerare la Dea Madre. Probabilmente taverne come questa, dovevano esistere già in quell’epoca in cui le persone si sobbarcavano lunghissimi viaggi e avevano bisogno di ricovero.

Quindi, alla fine dei conti, posso dire, ancora una volta, che la Storia è passata dall’Irpinia e che l’Irpinia è stata sempre una terra importantissima sin dai tempi dell’antichità. Magari anche più di quanto non lo sia adesso.

I riti del fuoco, a Lioni

I riti di Lioni

Sono arrivato a Lioni, dopo aver fatto un tour estenuante di diverse tappe nella terra dell’anima, o, detto con le parole di Rossi Doria, nella terra dell’osso. Sono ancora inebriato dalla bellezza dei paesaggi e dal silenzio rotto solo dal frusciare del vento, che, come una locomotiva lenta, solca campi sconfinati di grani e di cespugli. Il rosso vivo del tramonto mi ha lasciato con lo sguardo incollato ad ovest, e l’ho osservato come si osserva un quadro che trasuda d’arte e di mistero da ogni feritoria. Sono stanco, mi concedo solo una breve passeggiata nel centro storico. Un uomo, con un cappotto, tira su il bavero e si ripara dal freddo. Ha pantaloni di velluto e scarponi da montagna. Fa freddo, quello gelido e secco, che ti taglia il viso. Se solo fosse un po’ più affilato, potrei rimetterci la barba. Il solo pensiero di vedermi senza barba mi spaventa. Mi tiro su lo scaldacollo di pile, fino a coprirmi la bocca ed il naso. Il cappello scende più giu. Siamo agli inizi di dicembre, ma, da queste parti, già il freddo ha l’odore della neve, e il naso percepisce odori che mai osa annusare in città. Mangio in una trattoria. Alcune vie del paese sono animate da giovani che preparano cataste di legna, a terra e dentro grandi bracieri di ferro. Si allestiscono punti ristoro, e si accendono fari che illuminano le strade avvolte dalla notte. La notte di paese, della provincia più interna, si animano, così come dovrebbero essere animate sempre, ma sono stanco, entro in una locanda e dormo. Sogno di essere nel giorno di santa Lucia, e sogno me stesso che sogna qualcosa di ancora più cupo. Mi sveglio di buon’ora, quando il sole comincia a fare capolino all’orizzonte.

Mi stropiccio gli occhi e comprendo di essere sul letto, a Lioni, e che la mia mente stava appena uscendo dalle nebbie di un sogno. Mi riprendo con forza e sorseggiando un caffè mi rendo conto che era per davvero la mattina del giorno di Santa Lucia. Un giorno benaugurante, in un periodo speciale per le nostre terre. È il tempo dei riti del fuoco.

Tutto il periodo dell’avvento è un susseguirsi di feste e di riti che affondano le loro radici nel paganesimo. Così il 6 di dicembre si festeggia San Nicola, l’8 di dicembre è l’Immacolata Concezione, fino ad arrivare al 13 dicembre che è il giorno di Santa Lucia. Per far capire l’importanza di queste feste devo, innanzitutto, spiegare che si tratta di riti antichissimi legati alla civiltà contadina e al lento trascorrere delle stagioni. Questa è la parte dell’anno in cui le giornate si accorciano sempre più, quando la luce, generatrice della natura, diminuisce a tal punto che il tempo della notte supera di gran lunga quello del giorno. Noi sappiamo che ciò accade nel giorno del solstizio d’inverno, che cade verso il 22 di dicembre, ma per le antiche popolazioni contadine non era così, ed il giorno più breve dell’anno coincideva con quello di Santa Lucia. Così già a partire dal giorno di San Nicola iniziavano i riti che dovevano propiziare il ritorno alla luce e alla fertilità dei campi. In certi paesi, il giorno di San Nicola si porta in processione un sacchetto di grano come buon auspicio per la prossima raccolta. Ma la tradizione che maggiormente caratterizza le nostre terre è quella dei falò.

I falò oscillano tra sacro e profano, ed alcuni riti e tradizioni collegati al fuoco, affondano le loro radici addirittura nel periodo precristiano, trasmettendosi, successivamente, ai riti di fede cristiana.

Si tratta di riti di origine pagana che celebravano il fuoco ed il calore nella parte più fredda dell’anno, e la forza della fiamma che rappresentava la purificazione e la luce nelle notti più lunghe dell’anno, quando il ruolo del fuoco era considerato primario sia come elemento purificatorio che come buon auspicio per il futuro.

Decido di alzarmi e di mettermi in gioco, ma il giorno è ancora lungo davanti a me e sono curioso di esplorare Lioni, ma, soprattutto, non vedo l’ora che arrivi il buio, per festeggiare, come un contadino di altri tempi, la luce rigeneratrice del fuoco, portatrice di rinnovamento e fertilità. Le giornate sono brevissime, ormai, e già prima delle cinque mi ritrovo in piazza, dove mani esperte, appiccano il fuoco ad una enorme catasta di legna, accuratamente selezionata e posizionata per alimentare con costanza un fuoco che non deve osare di spegnersi.

Le strade si riempiono presto di avventori, turisti, curiosi, che si aggirano per i vicoli del centro storico, mangiando il famoso caciocavallo impiccato, e bevendo generosi bicchieri di aglianico. Da vicoli vicini mi arriva il suono della montemaranese, e vedo persone muoversi a ritmo. Mi sento immerso nell’atmosfera magica della sera e mi sento parte di questa cittadina, posta ai piedi dell’Appennino Centro Meridionale.

C’è stato un tempo in cui le nostre terre non conoscevano ancora il fenomeno della desertificazione e le terre di mezzo erano popolate, molto più di adesso, e allora in ogni paese, in ogni quartiere, in ogni rione si accendeva un falò e così tutta la dorsale appenninica dell’alta Irpinia era costellata da puntini luminosi, simboli di fratellanza, di buon augurio per un futuro migliore e allora tutta la terra diveniva comunità. Era il tempo in cui lo spirito comunitario era forte, accomunato nello sforzo di una vita dura nei campi e di un clima sempre inclemente. E così tutti i contadini, figli e custodi di questa terra danzavano intorno al fuoco, bevendo vino e augurandosi strepitosi raccolti.

Ancora oggi questi falò vengono accesi, anche se non sono più così tanti come una volta e rappresentano lo spirito di fratellanza nella lotta che accomuna tutti verso una globalizzazione che ci vorrebbe tutti uguali ed omologati alle stesse regole di vita. E ancora oggi si sta insieme intorno ai falò, mangiando prodotti di una terra generosa, bevendo l’aglianico di Castelfranci accompagnato dal mitico carmasciano frigentino e ballando al ritmo della montemaranese.

Così da Castelfranci a Volturara Irpina, da San Nicola Baronia a Bonito, da Luogosano a Sant’Angelo dei Lombardi, da Montemiletto a Caposele, da Morra de Sanctis a Cairano fino a Rocchetta  Sant’Antonio, e a Lioni, nelle notti del 6, del 8 e del 13 Dicembre è una danza di falò e alti si levano nel cielo i canti delle nuove generazioni delle terre irpine. Io, con soddisfazione, mi sento uno di loro.

Il sole di mezzanotte di Kokkola

Nell’anno 2009 andai in Finlandia. Era la prima volta, poi ci sarei ritornato diverse volte ancora. Il volo che partiva da Roma fece scalo ad Helsinki e da lì, alle 2 di notte, ci piazzarono su un piccolo aereo che aveva non più di dieci posti, e ci spedirono in un cittadina che stava al nord, ai confini della Lapponia. La città si chiamava Kokkola, e l’aereo per arrivarci sorvolò delle aree immense fatte di boschi e di una miriade di laghi. Si vedeva tutto nitidamente per via del sole di mezzanotte. Era fine giugno, cioè nel periodo in cui il sole non tramonta mai. Sull’aereo ero con delle persone provenienti da diverse parti d’Italia e d’Europa, che facevano parte dello stesso progetto cui afferivo anche io. A bordo si rideva e si scherzava, mentre il piccolo aeroplano vibrava e dava scossoni: “se l’aereo cade, non lo verrà a sapere nessuno”, dicevo io, mentre indicavo il grandissimo numero di laghi che ci avrebbero inghiottiti senza lasciare traccia alcuna. Gli altri ridevano: c’era un clima goliardico, da gita scolastica. Non ricordo per quale progetto fossimo lì, ma ricordo che la mia cooperativa faceva parte di una rete internazionale di cooperative che si chiamava Reves, con la quale abbiamo fatto tantissime cose. Senza dilungarmi nelle sessioni lavorative o nelle lunghe passeggiate nella città di Kokkola, avvolta nella luce tiepida e spenta del sole di mezzanotte, ho un ricordo particolare di una serata speciale. In una di quelle sere, ci radunammo al porticciolo. Credo che fossero almeno le 21. Come al solito il cielo era illuminato e faceva molto freddo, nonostante fosse l’inizio dell’estate. Non c’erano più di 5 gradi. La barca, molto bella e tutta rifinita con legni di pregio, partì per una meta a noi ignota. Scendemmo in sottocoperta, dove trascorremmo molto tempo in un ambiente molto bello e soprattutto caldo, avvolti da una bellissima musica jazz e mangiando, tanto per cambiare, salmone in tutte le salse.

Arrivammo a destinazione che era poco prima di mezzanotte. Scendemmo dall’imbarcazione. Eravamo arrivati sull’isola di Tankar. Li avemmo modo di girare l’isola, ma soprattutto di osservare, da una postazione d’eccezione, il sole di mezzanotte che fu una costante di tutto quel viaggio. Ricordo ancora il freddo pungente della notte (notte è un eufemismo, ovviamente), che mi costrinse a mettere un k-way sopra al mio giubbotto di jeans.

Tornammo sulla terra ferma a notte fonda, ma non ce ne accorgemmo, visto era sempre costantemente giorno. Fu una bellissima avventura in quella nave della quale ricordo ancora i grandi finestroni nella parte bassa, che erano per metà immersi in acqua e permettevano di guardare sia sopra che sotto il livello del mare, dove nuotavano pesci che non avevo mai visto prima di allora. Nella prima foto eravamo sulla prua della nave con il comandante, nell’ultima foto ero ad Helsinki il giorno prima del ritorno in patria.

Un giorno nell’antica Sepinum

SEPINUM

La striscia nera dell’asfalto ti guida da sola, e ti invoglia anche ad accelerare, se non fosse per le tante macchinette che scattano foto ricordo, a costo salatissimo, che rimpinguano le casse dei comuni limitrofi. Venendo da Benevento, il massiccio del Matese te lo ritrovi sempre sulla sinistra. Una catena montuosa imponente, vera spina dorsale dell’Appennino Centro Meridionale. E come tutte le spine dorsali vanta creste, depressioni, e dischi vertebrali più o meno delineati, più o meno caratterizzati. L’intera catena montuosa, che è Parco Nazionale, è divisa tra quattro province divise, a loro volta, tra due regioni:

Benevento, Caserta, Campobasso e Isernia, suddivise equamente tra Campania e Molise. Quando percorri queste strade ti arriva forte l’odore di foraggio di alta quota. Terre d’altura che dominano un pezzo di mondo variegato, che contiene cime famose, montagne sacre e laghi dalla bellezza estasiante. Ora sto passando davanti a Morcone, il paese arroccato sul fianco del monte che sembra un presepe. Dall’altro lato del promontorio, non visibile da qui, c’è il monte Mutria, montagna già sacra per le popolazioni dei Sanniti, sede di santuari molto frequentati dagli antichi fedeli. Ma soprattutto, la Strada Statale 87 ricalca, per lo più, il percorso di antichi tratturi, attraverso i quali si effettuava la transumanza tra l’Abruzzo e la Puglia, tra i monti dei freschi pascoli estivi e le grandi pianure che davano sicurezza e clima mite in inverno. Se chiudo gli occhi posso sentire il rumore dei passi e dei campanacci di intere mandrie che si spostavano lungo questa stessa direttrice. Posso vedere la fatica dei pastori, la sete dei grandi cani abruzzesi, che incessantemente giravano intorno alle bestie, i piedi feriti dai tanti chilometri percorsi.

Ne è passata di gente da queste parti, e insieme con loro, ne sono passate di bestie. Bestie da carne e da latte, bestie da lana e da formaggi. Ne è passata di gente, sicuramente in numero maggiore di quelli che ancora oggi vivono da queste parti.

La linea che divide la Campania dal Molise è una linea immaginaria, segnata da un cartello stradale e da una brevissima galleria, che passa sotto Sassinoro, ultimo paese del beneventano. Il primo insediamento che si trova, una volta passati in territorio molisano, è quello del bar, ristorante, caseificio Prozzo. Una bella costruzione, massiccia, che contiene in se ogni ben di Dio, ogni prelibatezza sia campana che molisana. Tappa obbligata, lungo il percorso di questa strada, quantomeno per un caffè.

Per arrivare ad Altilia, ossia l’antica Sepinum, la strada da percorrere non è ancora molta, circa 6 km in direzione di Campobasso. Prima, per accedere all’antica città si doveva fare un giro notevole, attraverso delle strade interpoderali, anche piuttosto sconnesse. Oggi, invece, si accede da un ingresso ampio, che dà direttamente sulla statale 87.  Parcheggio la Jeep gialla, mia compagna di viaggio, nello spiazzo in terra battura e mi avvio spedito verso il portale che segna l’ingresso nell’antica città. L’emozione è tanta, perché in questo luogo ci venivo da giovane, con degli amici. In quell’epoca la parte della città tirata fuori dalle tenebre del sottosuolo era piuttosto limitata. A memoria ricordo che ci fosse il teatro e credo una parte del foro o della Basilica. Oggi, invece, varcando la soglia di ingresso della città, mi accorgo subito che le cose sono profondamente cambiate. Trovo un ingresso ben ristrutturato. Le pietre sono tirate a lucido e subito dopo l’ingresso c’è anche una sala biglietteria. Si, hanno stabilito un costo per visitare il sito. Una volta non c’era, ma una volta non c’erano nemmeno i lavori di restauro e di ripristino di intere aree della città. Alla biglietteria ad accogliermi c’è una custode del parco, che mi aiuta a fare il biglietto, che viene emesso da una macchina automatica, che non è propriamente di facile gestione. La stessa custode, subito dopo, mi piazza in mano due brochure con le indicazioni salienti relative all’antica città e mi dice di essere attento, perché ci sono in corso diversi cantieri di restauro di intere parti della città. Mi indica, subito dopo, la direzione in cui si trova il teatro. Mi reco in quella direzione, più per il gusto di ricordare i vecchi tempi, quando da giovincello, venivamo in questo luogo per raccontarci storie di alieni e di astronavi provenienti da altri mondi. Non so per quale motivo, ma questo luogo, a quei tempi, ci ispirava a raccontarci storie particolari, quasi come se la città fosse meta di pellegrinaggio di extra terrestri.

Respiro a pieni polmoni l’aria fresca del pomeriggio di inizio primavera. Percorro la stradina fatta di ghiaia bianca e ciuffi d’erba. Tutt’intorno ci sono grandi prati verdi, ricoperti di margherite variopinte. Ad un bivio, prendo la strada di destra, come mi aveva detto la custode, e in poco tempo mi ritrovo al teatro. Si tratta di una costruzione a semicerchio, fatta a gradoni, composti da grossi blocchi di pietra. Il teatro in se è piccolo, credo che servisse solo per spettacoli di tipo teatrale, e non, di certo, per i giochi gladiatori. Tutt’intorno ci sono delle costruzioni in pietra, anch’esse completamente ristrutturate. Mi siedo su uno dei gradoni e mi viene da pensare ai pomeriggi estivi trascorsi lì, a chiacchierare senza alcun senso concreto delle cose.

Mi sollevo, poi, dalle pietre per proseguire il giro. La città è profondamente cambiata. Ci sono molti più reperti da vedere. Ci sono muretti di cinta, e i resti di edifici pubblici. Al centro c’è in bel foro di origine romana, e di fronte si vedono ancora le tante colonne che sostenevano il tetto della Basilica, che è andato oramai perduto. La cosa che mi colpisce, in particolare, sono le due strade principali, il cardo e il decumano, che si intersecano esattamente tra il foro e la Basilica. E’ stata riportata alla luce la pavimentazione originaria, fatta di grossi blocchi di pietra. Si vedono ancora le pietre sollevate che costituivano i passaggi pedonali dell’epoca e a terra, con una cadenza regolare ci sono delle pietre lavorate ad arte, in modo da creare delle vere e proprie feritoie. Erano i tombini dell’epoca, che, tra le altre cose, erano delle vere e proprie opere d’arte. La città originariamente fu fondata dai Pentri, una delle popolazioni sannitiche, e si trovava in un punto strategico lungo il percorso dell’importantissimo tratturo Pescasseroli – Candela. Ciò le permise di fiorire già all’interno della Federazione del Sannio. Solo dopo il 290 a.C., anno in cui i Romani sconfissero definitivamente i Sanniti, la città divenne romana, ed è da quel momento in poi che furono costruiti la maggior parte dei monumenti che oggi vengono tirati fuori dal terreno e ristrutturati. Mi fermo ad osservare la pianta di un’antica casa, lungo la direttrice del cardo. Poco dopo l’ingresso, si vede bene un “impluvium”, ancora ben conservato, dove resto a guardare con stupore il canale di scolo dell’acqua, scolpito nella pietra con una precisione millimetrica. Non posso non pensare a quelle persone che, oltre duemila anni fa, scolpirono quella pietra con tanta cura e precisione, e a tutta la fatica fatta per costruire un’intera città fatta di pietra. Mi accovaccio e con una mano tocco la fredda pietra. Una goccia d’acqua si poggia sul dorso della mia mano. Comincia a piovere ed è tempo di andare.

Sono sbarcato negli USA

Con questo articolo sono definitivamente sbarcato negli Stati Uniti D’America. L’articolo è stato pubblicato su una rivista cartacea, che si chiama “United States of Italy”, ed è una rivista molto diffusa tra le comunità di italiani negli USA. La rivista, che ha base a Washington D.C. viene distribuita negli Stati Uniti, compresi i Consolati Italiani e i centri culturali. Voglio ringraziare la giornalista e amica Federica Brogna, che fortemente mi ha sostenuto in questa uscita. Tra l’altro l’articolo non è incentrato su un mio libro specifico, ma proprio su di me, come eccellenza italiana, che deve essere conosciuta negli USA.
Sono onorato di ciò d spero di venire presto negli USA per abbracciarvi tutti.

Ti racconto una storia con la morale

Stasera vi racconto una storia di vita vissuta e che sicuramente troverà molte conferme. Fatemelo sapere nei commenti. Intanto chi deve capire capirà.
C’erano una volta due vicini di casa, ma non due vicini qualunque. Ogni mattina, uno di loro trovava davanti alla porta un dono sgradevole: secchi di m€rda lasciati durante la notte. Scoperto il colpevole, il vicino offeso non si indignò. Invece di vendicarsi, raccolse le mele più splendide dal suo albero, ne riempì un secchio, e le posò sulla soglia del suo vicino.
Quando l’altro lo vide, spalancò la porta incredulo: “Come? Io ti porto m€rda, e tu rispondi con le mele più belle che hai? Perché?”.
E il vicino sorrise, con la serenità di chi è saggio: “Perché ognuno offre ciò che ha. Se tu hai la m€rda darai agli altri la m€rda, io, invece, ho le mele e ti do le mele.
La morale di questo racconto è che se una persona ti butta m€rda addosso, non devi sentirti in colpa, il problema è dell’altra persona che è fatta di m€rda e che, dunque, quella solo può portarti.
La soluzione? Stare lontano da chi sparla degli altri: prima o poi sparlerà anche di te.
Un bacione

I due gufi di pietra

La storia di queste pietre risale al 2017 o 2018. In quell’epoca ero proprietario di un bellissimo Bed and Breakfast a Pesco Sannita, che si chiamava Mirafloris. Un giorno si presentarono alla porta, dopo una prenotazione fatta on line, due persone tedesche. Credo fossero marito e moglie. Ad ogni modo erano due persone di circa sessant’anni, con le quali cercai di comunicare in inglese. un inglese maccheronico il mio, un inglese ancora piu maccheronico il loro. Alla fine intesi che si trovavano da quelle parti, sia per andare a visitare i luogi di Padre Pio e sia per visitare l’entroterra sannita. La cosa che mi colpì fu proprio quella, cioè la loro determinazione nel voler andare in giro per visitare l’entroterra. Rimasero a Mirafloris per circa quattro giorni. Il loro soggiorno fu tranquillo, tanto che non ci sentimmo praticamente mai, tranne un messaggio che mi inviarono su whatsapp con questa foto, e con i loro saluti e ringraziamenti per il piacevole soggiorno. Quando entrai in casa, trovai effetivamente queste pietre sulla scrivania. Avevano dei gufi disegnati, ed il gufo è stato sempre il mio animale prediletto… anzi lo stesso Mirafloris era a tema gufi. C’erano immagini di gufi praticamente dappertutto. Da lì nacque una breve ma simpatica corrispondenza con la signora che aveva soggiornato da me, la quale mi spiegò che il suo animale preferito era il gufo e che aveva voluto disegnarli su delle pietre trovate in zona, in onore della mia stessa passione. Io ne fui felice e le due pietre ancora oggi le custodisco gelosamente.

Io e Franco

Sono stato sempre un grande fan di Franco Battiato, e in verità lo sono ancora adesso, anche se lui fisicamente non c’è più.
Nel 1999, o forse era il 1998, andai a casa sua con la Fiat Ritmo rossa di mio padre. Cioè, aspettate un attimo, facciamo un passo indietro e lasciate che vi spieghi meglio: stavo andando in Sicilia con la mia Opel corsa grigia, quando all’altezza di Campagna si ruppe il cambio. Provvidenzialmente mio padre venne a salvarmi con la sua Ritmo Rossa, arrivando fino a Campagna e tornando indietro con un carroattrezzi, che portò indietro anche la mia macchina scassata. Io, ovviamente, proseguii spedito per Villa San Giovanni per imbarcarmi. Va premesso che in quell’epoca non esisteva ancora internet, o, per meglio dire, era agli albori, e le informazioni si passavano ancora attraverso i libri, i giornali, o i racconti orali. In quell’epoca, il mio amico Franco, anche lui grande amante di Battiato, mi aveva raccontato che il maestro viveva sulle pendici dell’Etna in un paesino che si chiamava Milo, precisando che lo stesso era nato in un paesino che si chiamava Jonia, che in quell’epoca già non esisteva più perché aveva cambiato nome. E il nuovo nome era Riposto, dove il piccolo Franco era solito andare in un certo bar per mangiare la brioche con la granita. E io, incamerate tutte le notizie, partii per quell’avventura. A Riposto ci andai spedito e andai esattamente in quel bar a mangiare quel tipo di brioche con la granita a limone. Poi decisi di salire verso Milo. La strada era tortuosa e curva dopo curva, la Ritmo mi portó verso il luogo in cui Franco risiedeva. Lungo il pendio incontrai la famosa “sciara delle ginestre esposte al sole”, e ricordo che mi feci tutta la salita cantando. Arrivato nella piazza di Milo, a ridosso di una ringhiera, che delimitava la piazza e creava un naturale affaccio su un belvedere, che chiamare meraviglioso era troppo riduttivo, vidi due uomini affacciati. A quella ringhiera, appunto, c’erano due persone, una locale con evidenti segni di problemi psichici, l’altra era Lucio Dalla. Chiesi informazioni per arrivare alla casa di Franco Battiato e me le diede proprio l’uomo con problemi psichici. Seguii con attenzione le indicazioni ricevute, considerando anche che in quell’epoca non esisteva nemmeno Google maps. Uscii fuori dall’abitato e mi inerpicai per una via di montagna. Attraversai una galleria fatta di alberi, alla fine della quale mi ritrovai di fronte a Villa Giulia, cioè l’abitazione di Battiato. Lì vidi l’antenna parabolica più grande che avessi mai visto in vita mia. Ero arrivato. Mi fermo qui e magari un’altra volta vi racconteró cosa successe dopo avere bussato al citofono di quella villa.