Scrivo per dare voce a ciò che il tempo vorrebbe portarsi via
Mi raccontano di essere venuti da Lioni, quindi dalla parte opposta alla mia, e che nelle giornate estive, quando il tempo permette, fanno volentieri un giro fino a Rocca San Felice e fino alla Mefite. Sei stato già alla Mefite, mi chiede uno dei due, con aria quasi preoccupata. L’altro mi guarda con aria stupita, quasi a rafforzare la domanda del compagno. No, ancora non ci sono passato, ma l’ora è tarda, non so se riesco a passarci oggi. Come, risponde il secondo, con aria ancora più stupita, sei arrivato fino a qui e non vai alla Mefite? Quasi fosse un segno di mancanza di rispetto, quasi come se fosse d’obbligo passare a dare un saluto alla dea progenitrice della terra. Ma lo sai che gli antichi ritenevano, e forse a ragione, che li risiedesse la porta degli inferi e che Virgilio ne parlava nell’Eneide? Mentre lo dice, in effetti, mi ritorna alla mente il VII canto dell’Eneide che così recita: “Vi è un luogo al centro dell’Italia circondato da alte montagne, famoso e celebre in ogni posto: la valle d’Ansanto. Ha quinci e quindi oscure selve, e tra le selve un fiume che per gran sassi rumoreggia e cade, e si rode le ripe e le scoscende, che fa spelonca orribile e vorago […]”. Mentre ciò dicevamo, avevo letteralmente divorato il panino, senza nemmeno avere un ricordo del sapore del pregiato formaggio che lo farciva. Beh, si ragazzi, in effetti avete ragione, sarebbe un vero peccato essere arrivato fin quassù senza passare per la Mefite. Mi avete convinto, rimonto subito in sella e vado a salutarla. (Da “L’agente della Terra di Mezzo”, BookaBook edizioni. Lo trovi qui: https://amzn.eu/d/dTjHqUU
Ancora, da questa mattina, il mio contributo per la rivista internazionale di arte e letteratura Masticadores, ringraziando sempre Simon per avermi voluto nella squadra e per la sua accuratezza nella ricerca delle immagini che accompagnano i miei scritti. La definirei una ricerca maniacale, che però da dei risultati meravigliosi. Vi lascio il link da seguire per leggere il mio contributo:
ringrazio la Dirigente, i colleghi, le autorità presenti e tutti voi per questa preziosa occasione.
Oggi ho il piacere e l’onore di parlarvi di un libro che mi ha profondamente colpita e che credo possa parlare direttamente a ciascuno di noi: “Tramonti occidentali” di Giuseppe Tecce.
Un testo breve, ma intenso e denso di significato, che affronta con rigore e sensibilità una questione che sentiamo vicina e urgente: la crisi profonda della nostra civiltà, del nostro tempo, e forse, anche di noi stessi.
Tecce ci accompagna in un percorso di riflessione critica sull’Occidente contemporaneo, una civiltà che ha ottenuto grandi conquiste materiali e scientifiche, ma che sembra aver perso qualcosa di essenziale: la propria anima, il senso profondo della vita, l’orientamento etico e spirituale.Le pagine parlano di smarrimento, di una crisi dei valori che ci mette davanti a una domanda fondamentale: che cosa resta quando le certezze di un tempo vengono meno?
Cosa resta quando le radici sembrano fragili e le prospettive confuse?
Questa condizione non è solo un’astratta diagnosi culturale, ma una realtà che viviamo quotidianamente. Viviamo in un’epoca di grandi contraddizioni: da un lato, la rapidità dei cambiamenti, le nuove tecnologie, le possibilità di comunicazione globale, dall’altro, la difficoltà a trovare un senso autentico, una direzione condivisa. Viviamo un mondo che corre, abbiamo l’ansia degli affaccendati come dice Seneca , non sappiamo più dove andare. Siamo una società che tende al disincanto, al disimpegno, all’indifferenza,eppure “Tramonti occidentali”non è un testo arrendevole né fatalista,non è il canto del disincanto.È piuttosto una sfida, un invito a guardare con occhi nuovi ciò che sta accadendo, a non cedere alla rassegnazione.
Il tramonto evocato nel titolo è anche l’alba di un nuovo inizio, se solo sapremo coglierne il senso e la possibilità.
In questo quadro, il ruolo della scuola diventa decisivo. Non siamo qui solo per trasmettere nozioni e competenze, ma per coltivare coscienze, per ridare profondità al pensiero, spessore alle parole, e significato ai gesti,per accendere le anime come sostiene Plutarco.
La scuola può e deve diventare un luogo dove si reimpara a pensare: non un mero passaggio di informazioni, ma un esercizio di libertà, di responsabilità e di visione.
La nostra missione è formare non solo studenti preparati, ma persone consapevoli, critiche, capaci di costruire ponti tra passato e futuro, coscienze capaci di resistere alla superficialità e alla banalità, di abbracciare la complessità del vivere.
Leggendo “ Tramonti occidentali, ” sono stata sfidata e interrogata profondamente: Il libro mi ricorda che anche nei momenti più difficili e stanchi la bellezza può salvarci: la bellezza di una parola vera, di un’idea chiara, di un gesto che lascia traccia nel tempo.La bellezza non è da intendersi come lusso, ma una necessità perché diventa quel richiamo che ci riporta alla nostra umanità più autentica,a quella Humanitas tanto cara al popolo romano.
Noi insegnanti non possiamo cambiare il mondo da soli, questo è certo, ma possiamo seminare. Ogni giorno, anche quando non vediamo subito i frutti, possiamo offrire una parola, un esempio, una luce:si apprende per emulazione più che da mille lezioni accademiche .
“Tramonti occidentali “ è un libro che va letto, riletto, discusso, interiorizzato ma soprattutto attraversato. Questa crisi non è solo quella dell’Occidente ma della nostra capacità di pensare, di sentire, di immaginare un futuro.
E dalla consapevolezza di questa crisi può nascere la possibilità di una rinascita proprio perché crisi in greco significa passaggio. La scuola è il luogo dove si coltiva la speranza, dove si impara a guardare il mondo con occhi nuovi.
Il libro in esame è un saggio breve ma intenso; con uno stile diretto e appassionato.
Il “tramonto” non è solo politico o economico: è soprattutto interiore. L’autore ci invita a guardare il vuoto che spesso si nasconde dietro la retorica del progresso, della libertà assoluta e dell’individualismo esasperato.
Il testo richiama la necessità di un risveglio delle coscienze, per riscoprire le nostre radici culturali;propone un cambiamento possibile, che parta dall’uomo, dalla scuola, dalla parola, dalla bellezza e dalla cura delle relazioni autentiche.Tecce ci invita a guardare senza ipocrisie il vuoto che spesso si nasconde dietro la retorica del progresso, della libertà assoluta e dell’individualismo esasperato.
Pur partendo da una visione critica, il libro non è privo di speranza: propone un cambiamento possibile, che parta dall’uomo, dalla scuola, dalla parola, dalla bellezza e dalle nostre categorie.
Il libro sa toccare le corde profonde del sentire e del pensiero perché il testo è breve nella forma ma denso nel contenuto.
Come Pavese, Tecce guarda al tramonto con lucidità e dolore, ma anche con la volontà, quasi etica, di non chiudere gli occhi. Pavese scriveva: “La verità è che ogni uomo ha paura.”
Tecce sembra rispondere invitandoci ad affrontare questa paura, a darle un nome, a non delegare il pensiero a slogan, automatismi, superficialità o atteggiamenti gregari.
C’è nelle parole di Tecce la consapevolezza che educare ha in nuce il concetto di resilienza. Lo stile di Tecce è limpido e tagliente: un silenzioso urlo , capace di colpire. Mi ricorda Calvino nella precisione lessicale, nella capacità di fendere l’opacità con la parola giusta. Tecce come Calvino, ci dice che solo la leggerezza pensante — quella che nasce da uno scavo profondo — può salvarci dall’indifferenza e dal rumore del mondo. Ci chiede di guardare in faccia la crisi: non solo quella dell’Occidente come entità geopolitica o culturale, ma quella che ci attraversa dentro, ovvero la crisi del senso, dei legami, dell’identità. Questo libro,ripeto, non è un canto del disincanto, ma un monito alla responsabilità , la voce che ci ricorda che anche nei tramonti più cupi si nasconde la possibilità di un nuovo inizio.
Una bellissima mattina dedicata a Tramonti Occidentali, con 120 ragazzi che avevano letto il libro, ed espertissimi in ogni sua parte. Un’emozione unica poter firmare tutte le copie in loro possesso, che erano ben oltre il numero delle presenze fisiche. Soprattutto i ragazzi hanno posto tante domande intelligenti e perspicaci sulle tematiche trattate nel libro. Sono stati bravissimi, e con loro, ovviamente, le loro insegnanti. Un grazie di cuore alla Preside Nicolina Bova, alla professoressa Antonella Nardone, la professoressa Stefania Misuraca che hanno realizzato questa bellissima giornata presso la scuola Milani di Fondi! Un grazie, come sempre, all’editore Pietro Graus che mi sostiene sempre nelle mie peripezie.
E alla fine mi hanno fatto la festa a sorpresa, per festeggiare il premio di Spoleto e anche quello di Bruxelles. Sulla torta c’era scritto: talento, audacia e coraggio vincono sempre. Io, come al solito, sono rimasto senza parole. A Il Soffio sul Mulino Comunità Tutelare per non Autosufficienti-SturnoAv siamo davvero una grande famiglia. Un grazie alla caposala Vera Verenich, che ha coordinato il tutto a mia insaputa, e un grazie ad uno ad uno a Rossana Tranfaglia, Carmela Portolecchia, Daniele Senape, Carmela Bevilacqua, Marianna Genua, Anna Solomita, Angela Morra, Annamaria Colella. Ad majora!!!
Anche il premio Spoleto Art Festival è andato, con ricchi premi e cotillion, strette di mano, sorrisi, belle parole e la bella opera del maestro Craia. L’inaffondabile continua a ricevere premi. Oggi a Spoleto!
Un periodo di continue emozioni, una appresso all’altra. Questa è la copertina del mio primo libro in tedesco. Si tratta del mio primo romanzo, intitolato “Storia di un Presidente che si credeva un topo”, correttamente tradotto in tedesco. Il libro uscirà sul mercato tedesco il 15 ottobre con la casa editrice Pacifico Verlag. Un grazie di cuore a Antonio Pacifico, a Maurizio Del Greco per la pubblicazione e a Patrizia Pili per la minuziosa traduzione. Il libro avrà una prefazione importante, di una famosa attrice tedesca di origini italiane. Insomma si inizia un’altra bellissima avventura. Il libro lo presenteremo ufficialmente il giorno 19 ottobre presso il Cinedom di Colonia.
Oggi non parlo io, ma parla questo attestato. Mentre intorno a noi regna la mediocrità, mentre tutti si accontentano di sopravvivere galleggiando, io ho ricevuto un importante riconoscimento europeo per il mio lavoro da autore e, più in generale, da artista. Un attestato che ho ricevuto a Bruxelles, che mette nero su bianco che con “L’inaffondabile” ho trasformato una tragedia in una memoria viva e in un impegno civile. E sapete qual è la verità? che io questo premio ce l’ho in mano, voi no. In un mare di chiacchiere, io ho un segno concreto e tangibile del mio lavoro. E quindi oggi mi concedo di dirlo con orgoglio: non siamo tutti uguali.
Un grazie di cuore al mio giornale, che non solo mi dà l’opportunità di scrivere della nostra bellissima terra, ma che tiene sempre in conto tutte le iniziative culturali di cui mi faccio portatore. Un grazie ancora alla critica letteraria e giornalista Rosa Bianco che amplifica la mia voce, spesso ancora troppo flebile. Il lavoro di squadra, in fondo, nobilita tutti!
Il progetto “Made in Italy Experience” ha messo insieme tante esperienze immateriali che rappresentano il genio italico in Europa e nel mondo.
C’erano artisti di ogni sorta, in rappresentanza della musica, della pittura, della scultura, della moda, e alla Graus Edizioni, ed in particolare a me e a Antonio Pacifico, è toccato di dover rappresentare il mondo della cultura, quella della scrittura, dei libri, dell’arte del raccontare, e lo abbiamo fatto con coscienza ed orgoglio.
La giornata di ieri al Parlamento Europeo a Bruxelles è stata intensa, come era prevedibile. All’interno della Conference Hall anche io ho dovuto relazionare sul ruolo della scrittura in Italia, l’importanza della carta stampata e soprattutto sull’importanza di rappresentare l’Italia all’estero, come scrittore e soprattutto come persona.
Resta il fatto che, per un europeista convinto come me, essere al Parlamento Europeo, ha significato essere al centro del mondo, quello forte e rappresentativo della civiltà europea nel mondo intero.
Nonostante quello che possa dirsene in giro, restiamo un esempio di democrazia a livello globale e la cultura italiana primeggia, come sempre, per genialità ed inventiva.
Un grazie a chi ha permesso la realizzazione di questa giornata, in primis al mio editore Pietro Graus, instancabile portatore dell’arte dell’editoria nel mondo, e ai tanti soggetti politici che hanno reso possibile l’esperienza.