Osvaldo Sanini, il poeta dell’Irpinia

Le vicende umane, talvolta, percorrono strade che sono lontane dal solco tracciato dalla ragione, e portano, spesso, a risultati inattesi, quanto non cercati. È accaduto anche ad uno dei tanti esseri umani vissuti a cavallo del secondo conflitto mondiale, la cui vita prese una piega non voluta, non cercata, ma dettata dalle circostanze. Lui, l’essere umano, si chiamava Osvaldo Sanini e arrivò a Grottaminarda in un giorno di pioggia, con una valigetta di cuoio sottile, consumato, tenuta stretta da legacci di spago. L’aria spaurita di chi andava incontro al proprio destino, accettato con coraggio e rassegnazione. Lui sapeva bene che i fatti della ragione, spesso non andavano di pari passo con le esigenze del corpo e che quest’ultimo doveva sottostare alle leggi inesorabili del tempo, cui spesso la ragione sfugge, determinando uno sfasamento, una sorta di fuso orario, tra i due livelli, che causava non poche sofferenze, tanto alla carne quando allo spirito. Non sappiamo, in realtà, se il giorno dell’arrivo fosse davvero un giorno di pioggia, ma possiamo immaginare che dentro al suo animo fosse così, e sempre l’immaginazione ci fa pensare che l’arrivo non fosse accompagnato da fanfare o bande musicali, quanto, piuttosto, possa essere plasticamente rappresentato attraverso l’atto della discesa dei gradini di una corriera su una strada polverosa. Ma è d’obbligo fare un passo indietro e descrivere chi fosse Osvaldo Sanini e perché fosse finito in terra irpina, pur avendo percorso ben altre strade. 

Osvaldo Sanini nacque nell’isola di Creta nel 1874 da una famiglia di origini parmensi. Presto ritornò nella città di origine, per poi trasferirsi a Genova per continuare gli studi universitari. Osvaldo si distinse presto per essere un ottimo scrittore, tanto che, in breve tempo divenne giornalista presso il secolo XIX, e nello specifico divenne corrispondente estero, trascorrendo lunghi periodi nella capitale francese. Nel 1940, proprio tornando in Italia da Parigi, fu fermato dalla  polizia fascista con l’accusa di propaganda antifascista e fu relegato in esilio. A quel tempo l’esilio forzoso avveniva attraverso la deportazione in aree del paese considerate disagiate, difficilmente raggiungibili, dalle quali diventava estremante difficile comunicare con l’esterno. Così era accaduto a Carlo Levi, confinato ad Aliano, in Basilicata, a Cesare Pavese, confinato a Brancaleone Calabro, ad Altiero Spinelli, confinato a Ventotene, a Manlio Rossi Doria, confinato a San Fele in Basilicata. Il Sud, terra abbandonata dagli esseri umani e da Cristo, terra povera, fatta di contadini e gesta semplici, diventava così il carcere segreto in cui segregare tanti personaggi scomodi. Il Sud Italia, diventava così, e senza saperlo, la fucina in cui si forgiavano le menti più brillanti che avrebbero dato lustro alla nostra nazione negli anni successivi. Perché ciò avvenisse ci è ignoto, ma lo possiamo immaginare o desumere dalle parole scritte dai tanti intellettuali che ivi furono deportati e costretti a vivere per periodi più o meno lunghi. Carlo Levi scriveva: “In quel mondo chiuso e lontano dove Cristo non è mai sceso, ho imparato che il dolore degli uomini ha lo stesso colore ovunque.” Ma a noi piace pensare che il Genius Loci abbia operato anche in quelle occasioni e che l’intelligenza antica, sepolta sotto un mondo contadino, abbia avuto modo di venir fuori e di contaminare e di danzare con le menti più brillanti dell’epoca, portando il loro vissuto al di sopra di ogni possibile immaginazione. Così Osvaldo Sanini arrivò a Grottaminarda, la porta della valle dell’Ufita e della Baronia. Ma lì successe qualcosa di inaspettato: Sanini si innamorò di quella terra, e, nonostante la fine del fascismo, nonostante l’inizio di un nuovo ciclo storico, decise di restare ancorato a quella terra, alle sue tradizioni e alla sua cultura. A Grottaminarda fu povero, vivendo solo del suo sapere. Viveva in una grande stanza a Largo Sedile, dove dava lezioni private di italiano per racimolare il necessario per sopravvivere. Ci fu qualche famiglia che si prese cura di lui. Le esigenze del corpo, appunto, non seguono il destino delle idee, e la carne ha bisogno di cure assidue per mantenersi viva. Nonostante le cure prestate da alcuni abitanti di Grotta, non ebbe molti amici, anzi, uno solo gli fu amico, un altro grande personaggio che rende onore alla piccola cittadina, Leopoldo Faretra. Quest’ultimo meriterebbe una storia a parte, per il vissuto coraggioso e ardimentoso, che lo portò, a sua volta, a scontrarsi con il regime fascista e con quello nazista. Leopoldo era un medico, che per lo più lavorò a Rocchetta Sant’Antonio, arruolato, successivamente come medico da campo durante la guerra, e ribelle agli ordini dei nazisti dopo l’8 Settembre del 1943. Per questo fu inviato in un campo dì concentramento in germania, dove, in qualità di capo dell’infermeria, aiutò tantissimi italiani a non soccombere alle angherie dell’esercito e del regime nazista. Tornato nella propria terra, dopo la guerra, trovò una facile sponda nella mente brillante di quell’uomo avanti con l’età che era Osvaldo Sanini. Non sappiamo con precisione come e perché si fosse intavolato un tale rapporto di amicizia tra i due, ma, anche in questo caso, possiamo immaginare che due delle menti più fervide e due dei cuori più coraggiosi dell’epoca, abbiano saputo trovare delle sintonie che forse sfuggono alle logiche dei più. E fu così che due solitudini, diverse ma speculari, si tennero compagnia nel silenzio discreto di una Grottaminarda che allora ancora odorava di stalla e di terra bagnata. Si dice che la casa in cui viveva Saniniavesse pareti scrostate, un letto cigolante di ferro e una finestra che affacciava su un pezzo di cielo sporco, dove in certi giorni passavano stormi bassi come pensieri tristi. Ma lì, in quella stanza povera, si leggevano libri in francese, si traduceva Goethe, si commentava Orazio, si raccontavano le guerre dell’anima e del mondo come se fossero favole da spiegare ai bambini.

Sanini non fu mai un uomo facile, come si addice ad ogni uomo dal cervello grande, dal grande acume e dalla grande cultura. Sanini fu un intellettuale a tutto tondo, che seppe rielaborare la propria cultura in versi, descrivendo il suo rapporto di amore e di odio per quella terra benedetta e maledetta che lo aveva accolto, per quei paesaggi mozzafiato che L’Irpinia interna sa offrire agli occhi che non guardano con gli occhi ma col cuore. Lui scriveva versi che sembravano venire da un altro secolo, da un altro tempo. Aveva un approccio ottocentesco, tardo romantico, che traspare nei suoi stessi scritti. Alcune delle sue poesie più belle nacquero lì, in quella casa che oggi pochi sanno riconoscere. Poesie dedicate all’Irpinia, alla sua gente, alla sua natura ruvida e al tempo stesso accogliente. Una poesia, in particolare, “All’Irpinia”, sembra una lettera d’amore scritta da un uomo che, da prigioniero, è diventato figlio. Scriveva:

“Irpinia bella… tu mi parlasti tenera / e prendesti di me gentile cura / come ti fossi il più diletto figlio.”

E quello era diventato, in effetti: un figlio adottivo di una terra che lo aveva accolto senza clamori, ma con quella discrezione antica che hanno solo i luoghi profondamente umani.

Sanini morì nel 1962. La sua fine fu silenziosa come la sua permanenza. Non ci nessun clamore, nessun articolo sui giornali. Ma il suo nome restò inciso nella memoria di chi l’aveva conosciuto. Nella biblioteca ricavata nel bel Castello D’Aquino, sono conservate, ancora oggi, alcune sue carte, i suoi manoscritti, le lettere. E anche io in un giorno d’inverno mi sono perso tra quelle carte, innamorandomi di una storia sconosciuta ai più, ma che sa di letteratura vera e di esseri umani. 

La sua esistenza, come quella di tanti uomini giusti, si è consumata nell’ombra. Ma l’ombra, a volte, è il luogo dove il seme trova riparo per germogliare. E noi, oggi, abbiamo il dovere e la bellezza di ridire il suo nome.

Osvaldo Sanini.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista per il Corriere dell’Irpinia Direttore di RSA

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