La prima volta a Pietracupa

Scrissi questi versi la prima volta che andai a Pietracupa. Era la fine di Aprile del 2025. La prima cosa che mi colpì fu il silenzio. Nelle società ultra dinamiche occidentali, un silenzio così è decisamente prezioso.

Tutto tace addormentato nel luogo in cui i vivi e i morti sono vicini di casa, dove le scope giacciono sul ciglio delle porte, ornate dai bei portali in pietra, colme della memoria del tempo che fu, sazie delle pietre portate a vista dal vento smemorato. Una vecchia si trascina una gamba tirata a fatica dalla tomba nella quale cominciava a prepararsi il pagliericcio, aspettando tempi migliori per migrare verso nuovi mondi. Ho camminato l’Appennino, per giungere a te, attraversando terre immense di boschi e selve, tentato di cadere nell’oblio da bestie feroci, che mi venivano verso a fauci spalancate. Ho camminato con il Signore degli stagni, le rane saltellanti, il bue scodinzolante, l’oca sciancata, sotto strascichi di pioppi, illuminato solo da una stella alta all’orizzonte. Ho camminato fino a giungere alla soglia dell’ennesimo cimitero, posto al margine dell’abitato. Qui i vivi e i morti sono soliti darsi la mano, salutandosi inebriati della bellezza del creato. La vecchia zoppicante si è fermata qui, sotto l’arco dell’ingresso, tentennando sul da farsi. Poi è entrata, ha salutato tutti e si è stesa nel suo posto, attendendo l’eternità.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista per il Corriere dell’Irpinia Direttore di RSA

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