Quella volta nel deserto del Negev

Correva l’anno 2010. Con una berlina della Chevrolet avevo attraversato tutto il deserto del Negev, partendo da Tel Aviv fino ad arrivare quasi alla striscia di Gaza. Da lì, con una virata, mi diressi verso il Mar Morto. Arrivare al Mar Morto significava scendere sotto al deserto del Negev, scendendo fisicamente, con una strada piena di curve che andava giù lungo il costone di una roccia rossa, sulla quale, con delle grandi linee dipinte di bianco, si indicava l’altezza di cui si scendeva sotto al livello del mare: meno 100 mt, meno 200 mt, meno 300 mt, meno 430 mt. Il Mar Morto è il punto più basso della Terra, considerando, ovviamente, solo la terra ferma. Li trovai un po di pace immergendomi nelle acque tiepide ed estremamente salate di quel mare, che assomigliava più ad un lago che non ad un vero e proprio mare. Sull’altra sponda si vedevano le coste della Giordania e dell’Arabia Saudita, che avevano lo stesso colore di quelle israeliane. Anche immergersi nel Mar Morto era un’esperienza quasi mistica. L’alta concentrazione di sale ti faceva galleggiare mentre una miriade di cartelli vietavano in maniera tassativa di nuotare sul dorso. Io ci provai a girarmi sul dorso e capii presto che, a causa dell’alta salinità, era impossibile rigirarsi, per quanto uno potesse dibattersi. Per fortuna c’erano due persone vicine a me, che, non senza difficoltà, riuscirono a girarmi e a rimettermi in piedi. Finì così la mia esperienza in quello strano mare. Me ne andai a dormire nel Kibbuts di Ein Gedi, tra i bull spider, dove, dopo una ricca cena a base di pasta katafimi, trascorso una piacevole serata sotto ad un enorme baobab, dove si stava svolgendo un festival jazz. Era il 9 aprile 2010.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista per il Corriere dell’Irpinia Direttore di RSA

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