Indenni

Indenni mettemmo piede sugli steli d’erba fresca della montagna. Era stato duro salire fin lassù, ma affacciarsi dalla rupe più alta fu un’esperienza unica. I monti dall’altra parte della valle sembrava quasi di toccarli, e la lama tagliente del sole pungeva le guance rosse di gelo.

Sonia se ne stava lì, seduta su un muretto di pietra viva, immersa nel silenzio del momento. Il vento le attraversava i capelli, sciolti come fili di rame ricoperti di fuliggine. Erano neri come i corvi delle campagne, come il carbone prima di essere bruciato, come la fuliggine dei comignoli diventata pietra.

Se ne stava lì, con gli occhi chiusi, i palmi delle mani poggiati sulle pietre del muretto, riscaldate dal sole del tardo mattino. La testa era tenuta in alto, rivolta verso il sole, e di profilo si vedevano bene i tratti gentili del volto e la curva dolce del naso. Il respiro profondo faceva muovere il petto in avanti, trasmettendo un senso di benessere e di armonia.

Il piccolo levriero se ne stava rannicchiato ai piedi dello stesso muretto. Col pelo corto e lucido, sottile e muscoloso, era la rappresentazione vivente della forza e della gentilezza. Stava fermo a ricordarci che anche la gentilezza aveva bisogno della forza che la proteggesse e del tempo per realizzarsi.

Nico arrivò silenzioso da dietro, mettendole piano le mani sugli occhi, stando attento a non fare rumori che potessero identificarlo. Io osservavo la scena da lontano, guardando di nascosto i sorrisi che si generavano in quel gioco semplice, ma antico quanto l’essere umano.

Nico si manifestò presto, sedendosi poi accanto a lei, chiudendo gli occhi a sua volta, restando in posizione meditativa.

Le cime dell’Abruzzo erano lì, di fronte, come giganti bonari che ascoltavano il respiro di quegli esseri di passaggio sulle loro terre. Quante persone avevano già visto trascorrere la loro esistenza, in quelle valli, su quei declivi, sulle loro cime. Loro stavano lì da sempre, quando il tempo aveva cominciato ad esistere, e narravano nel silenzio storie di epoche remote e di genti diverse, ma tutte accomunate dalla stessa umanità.

Sonia sospirò, poi con un saltello scese giù dal muretto. Si stirò come fanno i gatti al sole di febbraio. Allungò bene i muscoli che le sarebbero serviti, tutti, nelle attività del giorno, e si risvegliò al mondo.

Mi vide dall’altra parte della strada. Mi corse incontro, saltandomi letteralmente addosso, facendomi piegare sulle ginocchia. Feci forza per restare in equilibrio, per catturare il bene placido delle sue ossa, per resistere a ogni tentazione.

Infine mi morse il labbro.

Trivento era dietro di noi, mentre Nico se ne stava ancora in ferma meditazione. Il levriero respirava lento, sonnecchiando.

Eravamo saliti fin lassù per salvarci.

E per un momento, soltanto per un momento, ci riuscimmo.

Indenni.

Non innocenti.

Ma vivi.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista per il Corriere dell’Irpinia Direttore di RSA

Lascia un commento