Quello che è accaduto la notte di Capodanno a Crans-Montana merita di essere guardato con uno sguardo più ampio di quello della cronaca. Non come un fatto isolato, ma come un segnale. Un sintomo. Una spia accesa sul cruscotto di una civiltà stanca.
Crans-Montana è l’Occidente che si guarda allo specchio: ricchezza, turismo di lusso, locali esclusivi, la promessa di una felicità immediata e senza conseguenze. Eppure, proprio lì, nella notte che dovrebbe celebrare il passaggio, il rinnovamento, il futuro, emerge il vuoto, il disordine, la perdita di controllo.
L’Occidente non muore sotto i colpi di un’invasione. Muore per consunzione.
Le discoteche sono uno dei templi di questo declino. Non perché il divertimento sia in sé una colpa, ma perché questi luoghi hanno assunto un ruolo che non dovrebbe mai appartenergli: quello educativo, iniziatico, identitario.
Lì, i giovani non imparano a stare al mondo, ma imparano a stordirsi dal mondo.
Il volume della musica non serve a ballare: serve a non pensare.
L’alcol non serve a condividere: serve a dimenticare.
Le droghe non servono a esplorare: servono a spegnere.
Oswald Spengler, ne “Il tramonto dell’Occidente”, lo aveva scritto con inquietante precisione: le civiltà muoiono quando la tecnica prende il posto dello spirito, quando la quantità soffoca la qualità, quando la vita diventa intrattenimento permanente. E la sua non era assolutamente una profezia, ma una diagnosi.
Un tempo l’Occidente costruiva cattedrali, università, biblioteche.
Oggi costruisce locali dove si entra per perdersi e si esce svuotati.
Ha sostituito il rito con lo sballo, la comunità con la massa, il silenzio con il rumore.
Non voglio essere un moralista, né un nuovo Savonarola. Sto solo constatando.
Quando una civiltà non sa più offrire ai suoi giovani parole, orizzonti, visioni, allora offre anestetici.
E li chiama libertà.
Crans-Montana, come tante altre notti simili, ci dice una cosa semplice e terribile: l’Occidente non sa più festeggiare perché non sa più credere in nulla.
E dove non c’è senso, resta solo l’eccesso.
Forse la vera rivoluzione, oggi, è tornare a luoghi dove si possa parlare a bassa voce.
Dove il corpo non venga usato come merce.Dove la notte non sia una fuga, ma un tempo abitabile.
Perché una civiltà non cade quando perde la ricchezza, ma cade quando perde l’anima.
