Appunti per una geografia umana necessaria
C’è una parte del Paese che continua a essere raccontata come se fosse un problema. L’Italia interna, l’entroterra, i paesi, soprattutto quelli montani, vengono evocati quasi sempre con un lessico difensivo: spopolamento, marginalità, declino. È una narrazione pigra, figlia di uno sguardo urbano che ha smesso da tempo di interrogarsi su se stesso.
Eppure, se si prova a guardare meglio, proprio da lì arriva una delle domande più urgenti del nostro tempo: come vogliamo vivere?

Parlo spesso del Sud Italia, perché è la terra che mi ha generato, quella che mi ha insegnato il passo, il silenzio, l’attesa. Ma ciò che vale per il Sud vale per tutta l’Italia interna. I monti, che attraversano la penisola come una spina dorsale, non sono un fondale paesaggistico: sono l’innervatura profonda del Paese, il suo sistema nervoso storico e umano.
Negli ultimi decenni le città sono cresciute troppo e troppo in fretta. Hanno assorbito energie, giovani, sogni, promettendo un’idea di sviluppo che spesso si è rivelata parziale, quando non apertamente fallace. Dentro le grandi aree urbane convivono oggi ricchezze vistose e povertà invisibili, solitudini radicali, marginalità silenziose. Molte persone sono rimaste intrappolate nel loro stesso sogno di progresso.

Su questo punto, il lavoro di Ernesto De Martino resta fondamentale. Quando parlava di “crisi della presenza”, descriveva già lo smarrimento dell’uomo moderno, il rischio di non riuscire più a stare nel mondo in modo pieno. Il Sud, per De Martino, non era folklore, ma un laboratorio umano dove osservare fratture profonde, che oggi si sono estese ovunque.
Accanto a lui, Carlo Levi ha mostrato che esistono luoghi esclusi dalla Storia ufficiale, ma non per questo privi di dignità o di senso. Cristo si è fermato a Eboli è il racconto di un confino, che è, al contempo, una denuncia dell’abbandono strutturale di intere comunità, ed è ancora oggi un libro di bruciante attualità.
Poi c’è Rocco Scotellaro, che non ha mai parlato dei contadini, ma da contadino. Nelle sue poesie e nei suoi scritti politici, il paese non è un’idea astratta, ma un corpo vivente, fatto di fatica, di legami, di desiderio di riscatto. Scotellaro aveva capito che senza il mondo rurale non esiste una democrazia piena.
Più tardi, Corrado Alvaro ha raccontato il dramma dell’emigrazione e del ritorno, lo strappo identitario di chi parte e non è mai più intero, né altrove né a casa. Una condizione che oggi riconosciamo in milioni di vite sospese.
Su questa scia si colloca il lavoro contemporaneo di Vito Teti, che ha smontato l’idea del paese come cartolina nostalgica, restituendogli complessità, conflitto, profondità storica. E quello di Franco Arminio, che ha avuto il merito di riportare i paesi nel linguaggio comune, non come reliquie, ma come luoghi dell’anima e della possibilità.
Fuori dall’Italia, uno sguardo affine è quello di John Berger, che ha raccontato il mondo contadino europeo come spazio politico, poetico e resistente. Berger ha insegnato che parlare di un territorio significa prendere posizione, non descrivere.
Dentro questa tradizione io provo a collocare il mio lavoro. Come scrittore e come giornalista del Corriere dell’Irpinia, racconto ciò che vedo: un mondo sbandato, sospeso tra un passato che non esiste più e un futuro che non è ancora stato delineato. Un mondo che cerca una direzione.
I piccoli borghi possono tornare centrali. Non per nostalgia, ma per necessità storica. Possono essere una cura attiva alle distorsioni economiche e sociali del nostro tempo. Uno stile di vita più umano, più misurato, restituirebbe centralità alla persona, migliorerebbe la salute mentale, riattiverebbe economie legate alla terra che producono reddito e, insieme, custodiscono il paesaggio.
È evidente che tutto questo non può reggersi solo sulla buona volontà individuale. Servono politiche pubbliche coraggiose, servizi diffusi, incentivi fiscali, una visione che sappia invertire la rotta di decenni di accentramento miope. È un compito arduo. Ma qualcuno dovrà pur farsene carico.
Io, nel mio piccolo, provo a fare la mia parte.
Con i racconti, con i libri, con il lavoro giornalistico.
Da L’agente della Terra di Mezzo a Racconti dall’Irpinia.
Con le storie che verranno, come quelle del giornalista Mimì Gagliardi.
E con un nuovo romanzo di formazione a cui sto lavorando, La Stanza degli Uomini, che attraversa tre generazioni, nonno, padre e figlio, per cercare l’anima profonda del nostro Sud e il Genius Loci che l’ha generata.
Non so se questo basterà.
So che raccontare, oggi, è già una forma di resistenza.
E che l’Italia interna non è il passato: è una delle poche ipotesi serie di futuro che abbiamo ancora.
