I sensi si esaltano al passaggio dal buio alla luce e vibrano in corde trasversali, attraversati da raggi divini, che mimano la luce del tempio.
Nel regno della quiete i cicli vitali si ripetono infinite volte, mentre un senso di abbandono si impossessa dei flaccidi corpi stanchi.
Ricordami di essere ancora felice nei giorni che mi restano e non abbandonarmi mai sull’uscio della dimenticanza.
Non c’è giorno senza armonia, non c’è notte che non venga rischiarata dalla luce, perché le sfere celesti più alte sono organizzate in meccanismi sincroni, dove energie a noi sconosciute sono rilasciate come una molla dal burattinaio che tutto muove, facendoli stridere tra loro, provocando connessioni sonore, come se fossero un carillon.
Quando l’umanità diventa gregge, vuole l’animale capo, tuona Friedrich Nietzsche.
E in quel tuono antico si cela l’eco delle nostre scelte mancate,
dei sentieri imboccati per paura e non per visione.
Ma io voglio restare sveglio, anche nel sonno del mondo,
voglio che il mio cuore batta all’unisono con il respiro della terra,
che il mio passo sia lieve ma deciso, come quello del pellegrino
che sa che la meta è nascosta nei dettagli, e nelle crepe,
e nelle ombre tremolanti di una candela accesa per amore.
Non voglio salvezza, né eternità,
ma solo il permesso di continuare a stupirmi, di sentire il canto silente delle stelle e decifrare il linguaggio segreto delle foglie.
Perché finché sarò capace di guardare in alto
e sentire dentro di me la musica delle sfere, non sarò mai davvero solo,
non sarò mai davvero perduto.
