Sono nato nello squarcio di una ragnatela, tra una tazza di tè e un fiocco di neve. Chi mi conosce sa che la camicia la dismisi in quel tempo e mai più la indossai. Il tempo si era fermato sulle lancette di un orologio rotto, tra lo scroscio del piscio nell’acqua ferma del cesso, che suonava insaziabili battute sonore, tra ritmi incalzanti e soffi di vita ancestrali. Sono cresciuto in una baracca di legno e polvere, con in mano una bottiglia di rum e nell’altra le carte del destino, quelle che predicono la tua povertà e mettono termine alla tua iraconda perfidia. Il vento era gelido oltre la finestra, e gli alberi erano mossi da un maestrale che non si vedeva da diversi lustri. Oggi sembra primavera, ma dentro le ferite dell’anima sanguinano Giove e Marte, con spruzzi di sangue che sembrano tempeste dal vago sentore di un uragano. Sono morto in un blocco di cemento, calpestato dai fori che tolsero dai cannoni, imbevuto di spirito divino e del senno del poi. Ah quante volte gridai al mondo che era terminata la vita del destino e che la virtù dei forti non era più la calma, ma l’abitudine.
