Facciamo vivere i piccoli paesi

Ieri passavo per Venticano, e nei pressi del Coiffeur noto la macchina di mio padre.
Che ci fa questo, qua?
Mi fermo, mi affaccio, guardo dentro e trovo questo simpatico parrucchiere intento a sistemare i capelli di mio padre.
Alla fine ha ragione Franco Arminio quando dice che i paesi vanno fatti vivere, vanno sostenuti e coccolati, perché sono preziosi.
Ed è proprio vero. Luoghi come questo sono rari, con quell’atmosfera retrò, stile anni 50, con l’odore di Brillantina Linetti.
E allora, voi che avete i capelli, ogni tanto andate nei paesi e fateveli sistemare lì. Comprate in quei luoghi i vostri servizi.
Mio padre già lo fa!

Odessa: Italia

Nel 1794, Giuseppe De Ribas, nato a Napoli da un nobile spagnolo al servizio dei Borbone,fondò la città di Odessa, in Ucraina, organizzandone il porto, la flotta e il commercio, rendendola una città importante per il Mar Nero e il Mediterraneo.

Al posto di Odessa “città leggendaria”, come la definisce Charles King, docente di Affari internazionali della Georgetown University di Washinghton, nel suo recente libro Odessa (Einaudi 2014), sorgeva un villaggio, Khadjber, abitato dai tatari. De Ribas entrò in contatto con questo lembo di terra quasi fortuitamente, in quanto Ufficiale di collegamento al servizio dell’Ammiraglio Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, principe e amante dell’imperatrice Caterina, il cui obiettivo, dopo la sconfitta dell’impero ottomano, era di estendere verso ovest il grande impero russo.

De Ribas ribattezzò il villaggio Odesso, in omaggio alla vecchia colonia greca che si estendeva sulla costa. Luogo di incontro tra la civiltà orientale e quella occidentale, multiculturale per la sua stessa natura geografica, situata alla foce di grandi fiumi, tra cui il Danubio, divenne presto il cuore pulsante dell’impero meridionale della zarina Caterina, la quale per la sua stessa forza ed importanza geo-strategica ribattezzò il villaggio al femminile, Odessa.

Ben presto, ad Odessa si costituì una colonia italiana, che nel 1850 contava circa tremila di abitanti, quasi tutti di origine meridionale. Rilevante fu il contributo che questa comunità diede alla fondazione, allo sviluppo e all’economia dell’impero russo. L’italiano rimase lingua ufficiale dell’attività economica della città. Cartelli stradali, passaporti, liste dei prezzi erano scritti in italiano, e la comunità italiana diede un grande contributo alla cultura della città alle porte del Mar Nero, soprattutto nell’ambito dell’architettura. Il napoletano Francesco Frapolli fu nominato architetto ufficiale della città da Richelieu, nel 1804 e fu lui a progettare la monumentale Opera di Odessa e la famosa Chiesa della Trinità.

La famosa canzone O’ sole mio fu scritta e composta ad Odessa da Giovanni Capurro e Eduardo Di Capua che in quel tempo si trovava nella città russa. La musica si ispirò ad una bellissima alba sul Mar Nero e dedicata alla nobildonna oleggese Anna Maria Vignati Mazza. Il brano non ebbe immediato successo a Napoli, salvo poi diventare famosa sulle sponde del Mar Nero e da lì divenire canzone patrimonio della musica mondiale.

Inoltre, grandi attori teatrali come Tommaso Salvini, Ernesto Rossi ed Eleonora Duse contribuirono alla formazione dell’Opera di Odessa, facendo della città la più europea e mediterranea dell’impero russo.

Tuttavia, il peso della colonia italiana diminuì progressivamente nella seconda metà dell’Ottocento (nel censimento del 1900 la comunità italiana contava solo 286 unità), ma l’impronta italiana nella città è evidente tutt’oggi.

Odessa, città di frontiera tra est e ovest, in realtà vanta radici nell’Italia meridionale. Ieri come oggi, la costa del Mar Nero rimane una regione di frontiera tra l’Europa occidentale e quella orientale. Ripensare alle radici comuni aiuterebbe a guardarsi con fratellanza e unione.

Manterrò le aspettative della loro attenzione?

Vita da Scrittore: ogni tanto mi pongo il problema del “se” riesco ad attirare e a mantenere l’attenzione delle persone che, non solo leggono, ma partecipano ai miei eventi presentazione. Tutto questo, almeno, fino a quando…..?

Ottima la seconda. Ljuba senza scarpe incanta Metis

Un ultimo focus sulla serata di ieri a Metis Social Club. Una serata rara, con aria rarefatta tra atmosfere sognanti ed una bella partecipazione di tutti.
Il complimento più bello? “Dovevo andare via, a una certa, ma era talmente bello e coinvolgente che non sono più andato: non riuscivo a staccarmi”
Grazie ancora a tutti, ed in particolare a Flavia Diana che ha condotto, a Premjeet Kaur Tina che ha organizzato le letture, con annessa bella sorpresa, e a Francesco Santucci il padrone di casa!

Buona la prima per Ljuba senza scarpe

Come si dice in questi casi:”Buona la Prima”.
Oggi 13 Luglio 2023, Ljuba ha fatto il suo esordio in società. E lo ha fatto in pompa magna, presso il garden roof della libreria Ubik di Benevento. Con l’aiuto di due preziosi amici : Grazia Caruso che ha presentato Ljuba in maniera superlativa e Peppe Fonzo che ha saputo rendere vivi, attraverso le sue letture, i personaggi di Ljuba e Katia, protagonisti del libro.
Un ringraziamento speciale va all’editore, Graus Edizioni, che ha investito molto su “Ljuba senza scarpe” e sulla mia persona, e alla bellissima libreria Ubik LiberiTutti che mi ha concesso lo spazio per la prima uscita pubblica del libro e per la calorosa accoglienza.
Un grazie anche a tutti coloro che sono accorsi alla presentazione, nonostante il caldo di oggi, manifestandomi un grande grande affetto.
Ljuba è senza scarpe, ma farà tanta strada!

Ljuba è con noi

Ho respirato gli odori della foresta,

il vento freddo era una lama tagliente sulla pelle del viso,

gli alberi erano appena più tiepidi di linfa e di vita,

e il calore del fuoco ha sciolto anche l’ultima brina

che si era depositata sul mio petto.

G. Tecce

 

Ljuba. Senza scarpe di Giuseppe Tecce è un romanzo destinato a lettori affascinati dal mistero del paranormale, che si avvicinano a scritture introspettive che offrono squarci di realtà interiori e dinamiche apparentemente surreali, ma che fanno riflettere su tematiche esistenziali.

Ljuba senza scarpe è anche un viaggio sciamanico che tocca diverse realtà. Realtà soggettive intrappolate nella propria narrativa. Realtà sognate ma reali. Realtà contadine e semplici fatte di solidarietà, condivisione, empatia e natura, tra chi è attento al maturare di un frutto e chi invece vive senza accorgersene. La denuncia del predominio dell’uomo sulla natura. Ma Ljuba senza scarpe è anche tanto altro; al lettore il compito di scoprirlo!

 

Ljuba è un giovane genuino, fortemente sofferente per via del modo innaturale di vivere degli altri uomini. La sua vita, invece, è improntata alla semplicità, a partire dal suo rifiuto più brutale dell’utilizzo delle scarpe e del suo disgusto nei confronti degli abiti che però è costretto a indossare per via delle semplici convenzioni sociali: il suo è uno sforzo fermo di avvicinarsi quanto più possibile allo stato naturale e originale della vita. Questo da quando, una volta arrivato in Italia dall’ex Unione Sovietica, ha fatto parte della Rainbow Family: un’organizzazione che gli ha lasciato il segno in maniera permanente, anche dopo essere accorso via. Da allora vive con la sua compagna, Katia, una donna che soffre enormemente per le scelte dell’uomo, ma che gli resta accanto.

Quando una sera, però, la giovane inviterà a cena due loro amici, Milena e Marco, la loro pace indisturbata verrà completamente stravolta: i quattro, nel tentativo di approfondire la loro intimità, inizieranno un gioco di storie e sogni. Ljuba accompagnerà i tre in un incontro paranormale che li segnerà profondamente e cambierà totalmente il corso delle loro vite, i loro pensieri e le loro decisioni, in un accostarsi di realizzazioni, perdite e ritrovamenti.

Con questo romanzo, che segue le linee di un realismo particolare, l’autore racconta il vero come se fosse l’onirico, riportando alla luce l’importanza del contatto con la natura per il superamento delle sofferenze e il raggiungimento della felicità. Il suo approccio alla vita, così come ci viene raccontato nel libro nelle descrizioni dei boschi e delle sue creature che li abitano, è la risposta al più grande interrogativo umano: l’uomo deve tornare quanto più possibile allo stato primitivo e diventare parte della natura in uno scambio reciproco di serenità che renderà inevitabilmente contento il corpo e l’animo umano.

 

 

Le presentazioni in programma:

  • 13 luglio 2023 ore 18:00 presso Ubik di Benevento
  • 15 luglio 2023 ore 19:30 presso Ass. Metis Social Club di San Giorgio del Sannio
  • 27 agosto 2023 ore 19:00 presso Rocca dei Rettori a Benevento
  • 1 settembre 2023 ore 18:00 presso Caffèoveggenza di Avellino

 

Il volume

Ljuba è un giovane nato e cresciuto nell’ex Unione Sovietica, che ha fatto parte dell’organizzazione Rainbow Family. Vive insieme a Katia, la sua compagna di origini italiane, che una sera decide di invitare a casa due suoi amici: Marco e Milena. Così, una semplice cena immergerà i commensali in dinamiche surreali: Ljuba porterà in un suo sogno i tre personaggi, permettendo loro di imbattersi nella selvaggia legge di natura in cui lui si identifica. L’autore firma un romanzo singolare, in cui la narrazione improntata sul realismo magico si presta a continui e sconvolgenti colpi di scena.

 

 

 

L’autore

Giuseppe Tecce è nato a Benevento nel 1972; si è laureato in Giurisprudenza, abilitato alla professione di Agente in Attività Finanziaria, e si occupa da molti anni di cooperazione sociale, sia a livello nazionale che internazionale. Attualmente è Presidente della cooperativa sociale Medina, è coordinatore di una Struttura Tutelare per persone non autosufficienti, ed è coordinatore dei soci di Banca Etica per il Sannio, Irpinia e Molise. È autore di tre libri: L’agente della Terra di MezzoStoria di un Presidente che si credeva un topo Il Portiere.

L’ho toccato per la prima volta

Ed eccoci qua…. È il suo genetliaco. Oggi, 7 luglio 2023, Ljuba senza scarpe ha aperto gli occhi sul mondo. Non ci resta che augurargli tanta buona fortuna, tanta strada da percorrere ed un successo strepitoso. Dalla settimana prossima lo potrete acquistare in libreria.

Ciao Marcello

Apprendo ora la notizia della scomparsa, oggi, di Marcello Colasurdo, cantore del popolo e grande raccoglitore di saggezza popolare. Mi sembra ieri che avevamo girato il video, che vi allego in basso, a Apice Vecchia, quando rende questa bella lezione sulla musica popolare. Il suo nome resterà per sempre legato al culto della Madonna di Montevergine (mamma Schiavona).
Ciao Marcello

Basta attese… Ljuba è arrivato!

Ljuba è arrivato. Ci vediamo il giorno 13 alle 18 presso la libreria Ubik Liberi Tutti di Benevento. Ci sarà la prima uscita pubblica del mio nuovo libro.
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E’ morta Victoria Amelina, penna da scrittrice contro la guerra in Ucraina

“Una lettura di poesie a Kiev a dispetto di tutto, stanotte”. Era il 24 giugno. In cielo volavano i droni, ma Victoria Amelina era lì con il microfono in mano e i versi sulle labbra in un club della capitale.

Victoria che scriveva libri e vinceva premi, che inseguiva passo dopo passo il dramma di uno scrittore rapito e ucciso dai russi durante l’occupazione, e poi dirigeva festival letterari e dava la caccia ai crimini commessi dagli occupanti nei territori liberati.

Se n’è andata tre giorni dopo esser stata portata all’ospedale Mechnikov di Dnipro – il 27 giugno – per le ferite devastanti subite mentre mangiava una pizza a Kramatorsk insieme a una delegazione di giornalisti e scrittori colombiani.

“Per tutta la notte ho sentito le esplosioni, poi sono andata a dormire senza leggere le notizie – aveva twittato il 24 – la guerra è quando non puoi più seguire tutte le notizie e piangere di tutti i vicini che sono morti al posto tuo a un paio di chilometri di distanza. E tuttavia non voglio smettere di impararne i nomi”. Oggi è il suo, il nome che si piange in Ucraina. Aveva compiuto 37 anni il primo gennaio.

Se n’è andata il primo luglio, ma la notizia è stata diffusa ora con il consenso della famiglia. Victoria era una combattente senza fucili e con il sorriso sulle labbra, ma non per questo meno efficace e letale. Nel 2021 aveva creato un festival letterario nel Donbass, in un paesotto dal nome altisonante di New York che le pareva perfetto per dargli un nome ironico ed evocativo, il “Festival della letteratura di New York”; ma l’anno dopo era iniziata l’invasione e aveva rinunciato a quel nome iperbolico varando quest’altro: “Combattiamoli con la poesia”. Non c’era giorno in cui non lo facesse.

Membro di “PEN International”, nel 2018 aveva rappresentato l’Ucraina all’84esimo World PEN Congress in India tenendo un discorso su Oleg Sentsov, il regista e scrittore ucraino prigioniero politico in Russia, dove è accusato di terrorismo.

La scorsa estate era entrata a far parte della Ong per i diritti umani Truth Hounds. Documentava i crimini di guerra nei territori disoccupati in tutta l’Ucraina, ma si era concentrata in particolare su Kapitolivka, nella regione di Izyum.

Aveva recuperato il diario dello scrittore Volodymyr Vakulenko, un suo amico che scriveva romanzi per bambini. I russi lo avevano rapito e ucciso, Amelina ne stava ricostruendo le orme e il crimine per mantenerli vivi come ora qualcuno farà con lei.

Intanto stava scrivendo il suo primo libro di saggistica in inglese, “War and Justice Diary: Looking at Women Looking at War”, in corso di pubblicazione: è il racconto della battaglia quotidiana delle donne ucraine che – come faceva lei stessa – inseguono i crimini russi e li documentano con una tenacia e una costanza incredibili nel clima tetro e tra i pericoli della guerra. E intanto sfruttava le connessioni intellettuali che il suo mestiere di scrittrice le aveva permesso di creare, facendo appello ai governi degli altri Paesi per fornire ai soldati ucraini le armi con cui combattere; e intanto combatteva in prima linea per chiedere la creazione di un tribunale internazionale speciale per tutti gli autori dei crimini di guerra russi in Ucraina.

Così combatteva Victoria Amelina, mentre con il suo sorriso un po’ malinconico sulle labbra veniva fotografata in tutta l’Ucraina, e lei stessa riempiva i social di immagini scattate tra edifici distrutti e vite sconvolte, tra sopravvissuti e parenti delle vittime, con il suo cagnolone bianco con in testa il cappello col tridente, coi bambini a cui dedicava romanzi e con i ragazzi che nei locali si riuniscono a rielaborare il lutto della battaglia nelle forme della letteratura e della poesia.

La letteratura era rimasta solo mezzo passo indietro, rispetto all’impegno politico. Nata a Leopoli e trasferitasi con il papà in Canada, era tornata in Ucraina e nel 2007 aveva superato con lode un master in tecnologie informatiche al Politecnico di Lviv. Per dieci anni aveva lavorato nell’information technology per i grandi gruppi internazionali, un settore in cui gli ucraini sono eccellenza assoluta.

Ma nel 2014 la sua vita era cambiata per sempre. Era l’anno della rivoluzione del Maidan e dell’occupazione del Donbass e della Crimea, e Victoria aveva pubblicato il suo romanzo d’esordio: ”Sindrome di novembre, o Homo Compatiens”, selezionato per il Premio Valery Shevchuk. Da allora aveva lasciato la brillante carriera informatica per dedicarsi integralmente alla letteratura e poi alla battaglia per i diritti umani. Nel 2016 e nel 2021 aveva pubblicato due libri per bambini, “Somebody, or Waterheart” e “Storie-e-es of Eka the Excavator”. Nel 2017 il suo “Dom’s Dream Kingdom” aveva vinto una serie di premi internazionali ed era stato tradotto in molti di Paesi, come il suo ultimo “Home for Home”.

Il 27 giugno era al Rio Pizza di Kramatorsk insieme al deputato colombiano e fondatore di Aquanta Ucraina, Sergio Jaramillo; allo scrittore Héctor Abad e alla giornalista Catalina Gómez. Loro se la sono cavata con ferite leggere, Victoria Amelina era subito apparsa gravissima ed era stata stabilizzata sul posto e trasportata a Dnipro, dove è morta 5 giorni dopo. Con lei, la strage della pizzeria diventa ancora più grave: 13 morti, tra cui una ragazza di 17 anni e le gemelle di 14, e 64 feriti tra cui un bimbo di otto mesi. Un altro dei crimini russi di cui Victoria Amelina chiederà il conto: sarà la poesia a combattere la sua battaglia.