Ricevo e pubblico

Ricevo e pubblico:

Recentemente ho avuto il piacere di immergermi nel mondo di “Ljuba senza scarpe”, un’opera che trascende i confini tradizionali dell’arte e della narrazione. Quest’opera non è semplicemente una raccolta di pagine, ma un viaggio, un’esperienza che si snoda attraverso le sfumature dell’animo umano.
Ljuba, il protagonista, è ritratto con una maestria tale da renderlo quasi tangibile al lettore, come se le sue avventure e i suoi pensieri fossero i nostri.
Un aspetto che rende questa opera unica è la sua capacità di esplorare temi profondi come l’amore, il viaggio, la gioia e il dolore, senza mai diventare didascalica o predicatoria. Tecce ci guida attraverso questi sentieri emotivi con una delicatezza che risuona profondamente, lasciando un’impressione duratura.
La scrittura è fluida, ricca e coinvolgente, capace di trasportare il lettore in luoghi e tempi lontani, ma sempre incredibilmente vicini al cuore.
Un aspetto distintivo di “Ljuba senza scarpe” è la sua capacità di sfumare i confini tra il reale e il surreale. Tecce crea un’atmosfera quasi mistica, dove la realtà interiore dei personaggi si fonde con gli elementi paranormali, offrendo ai lettori momenti di profonda riflessione su temi esistenziali.
In conclusione, “Ljuba senza scarpe” è un’opera che sfida e arricchisce, invitando i lettori a esplorare le profondità della psiche umana e la complessità delle relazioni interpersonali. È un libro che lascia un segno, stimolando una riflessione profonda e duratura@Recentemente ho avuto il piacere di immergermi nel mondo di “Ljuba senza scarpe”, un’opera che trascende i confini tradizionali dell’arte e della narrazione. Quest’opera non è semplicemente una raccolta di pagine, ma un viaggio, un’esperienza che si snoda attraverso le sfumature dell’animo umano.
Ljuba, il protagonista, è ritratto con una maestria tale da renderlo quasi tangibile al lettore, come se le sue avventure e i suoi pensieri fossero i nostri.
Un aspetto che rende questa opera unica è la sua capacità di esplorare temi profondi come l’amore, il viaggio, la gioia e il dolore, senza mai diventare didascalica o predicatoria. Tecce ci guida attraverso questi sentieri emotivi con una delicatezza che risuona profondamente, lasciando un’impressione duratura.
La scrittura è fluida, ricca e coinvolgente, capace di trasportare il lettore in luoghi e tempi lontani, ma sempre incredibilmente vicini al cuore.
Un aspetto distintivo di “Ljuba senza scarpe” è la sua capacità di sfumare i confini tra il reale e il surreale. Tecce crea un’atmosfera quasi mistica, dove la realtà interiore dei personaggi si fonde con gli elementi paranormali, offrendo ai lettori momenti di profonda riflessione su temi esistenziali.
In conclusione, “Ljuba senza scarpe” è un’opera che sfida e arricchisce, invitando i lettori a esplorare le profondità della psiche umana e la complessità delle relazioni interpersonali. È un libro che lascia un segno, stimolando una riflessione profonda e duratura

Ljuba

Il mondo visto dal basso

Seduto su una panchina gigante, mi sento piccolo in un mondo che sembra estendersi all’infinito. Eppure, è proprio in questa percezione di piccolezza che riscopro la mia vera grandezza. Ogni individuo, anche il più minuto, è parte di un meccanismo complesso e delicato, in cui ogni ingranaggio ha il suo ruolo essenziale. Senza di noi, quella ruota si incepperebbe, quel movimento si arresterebbe, per sempre.


Essere piccoli non significa essere insignificanti. Significa avere il coraggio di osservare l’immensità con umiltà e consapevolezza, sapendo che il nostro contributo, per quanto piccolo possa sembrare, è fondamentale per l’equilibrio di tutto ciò che ci circonda.
Guardando il panorama, seduto su questa panchina, mi accorgo che l’orizzonte è solo un limite apparente. Noi, con i nostri sogni e le nostre azioni, siamo capaci di spingerci oltre, facendo girare l’ingranaggio di questo mondo vasto e meraviglioso.

L’importanza di ascoltare ciò che accade a Lampedusa.

Oggi ho avuto l’occasione di partecipare a due eventi molto importanti: la marcia del Comitato 3 Ottobre che, questa mattina, è partito dal centro di Lampedusa, arrivando fino alla famosa Porta d’Europa (commovente è stato il momento di preghiera e la deposizione delle corone di fiori per le vittime della tragedia del 3 Ottobre 2013). Altro momento importante è stata, questa sera, l’inaugurazione del Giardino dei Giusti, proprio al belvedere sopra al porto vecchio. Il giardino custodirà i nomi di tutti i giusti, che con il loro sogno umanitario sono da esempio per l’umanità intera. Sono persone semplici, magari pescatori, che hanno salvato vite umane. Ebbene stasera ho avuto la fortuna di ascoltarli anche quei pescatori, li ho visti commuoversi quando raccontavano gli eventi che li hanno fatto diventare dei supereroi. Ma supereroi lo sono diventati solo per noi, perché per loro era tutto normale: loro hanno fatto l’unica cosa che si doveva fare quando, andando per mare, trovi persone in difficoltà e in pericolo di morte.
Bisogna ascoltare quello che succede a Lampedusa, perché quello che succede a Lampedusa dovrebbe entrare bene nel cervello dei politici europei, che, al contrario, sulla pelle della povera gente ci costruiscono le loro carriere politiche. Ascoltare Lampedusa vuol dire ascoltare l’umanità.

Ecco come va la vita

La vita non è facile, e non è scritto da nessuna parte che debba esserlo.
Nessuno ha il diritto di essere servito e riverito solo per il fatto di esistere. La realtà è fatta di sfide quotidiane, di battaglie contro nemici visibili e invisibili, che dobbiamo affrontare per guadagnarci il nostro posto sotto il sole.
Mi dispiace, ma la vita è così. Anche se oggi cercano di farci credere che sia tutto rose e fiori, la verità è un’altra: non possiamo sottrarci al dolore, alle delusioni e alle difficoltà. Possiamo solo decidere come affrontarle. Essere resilienti, mantenere la rotta nonostante le tempeste e lottare per ciò che ci sta a cuore.
Non permettete a nessuno di dirvi che siete fuori strada solo perché scegliete di lottare invece di arrendervi. Perché il vero successo non sta nell’avere una vita facile, ma nel trovare il coraggio di affrontare le difficoltà con dignità e determinazione.

Parlami Ancora

Tutte le cose sono state create per essere amate. Quest’albero è stato creato e mandato sul pianeta per essere amato, e lo stesso vale per le pietre che ne delimitano l’aiuola, per il terreno che lo sostiene, senza contare poi tutti gli esseri che lo abitano e che da esso ne traggono forza e sostanza. Tutto ciò che era animato ed inanimato in quel micro universo, era degno e necessitava di amore. Luisa si era dapprima fermata e poi accovacciata, accanto all’albero che si ergeva, solitario, al centro del marciapiede che costeggiava la larga strada nella periferia sud di Napoli. Il puzzo dei gas di scarico saturava l’aria ed era nauseabondo, mischiandosi con i miasmi che salivano dalla griglia di una fogna che era poco più avanti. Luisa non ci faceva caso, lei era abituata a quell’odore forte ed acre, che riempiva le narici, attraversava i seni nasali e stringeva la gola in una morsa, che talvolta la induceva a tossire. Una volta accovacciatasi, in quell’universo vi era entrata di diritto, da umile spettatrice e mai interferendo con esso, se non come osservatore.

Eppure Luisa, acuta studiosa ed osservatrice della realtà, conosceva bene la teoria dell’osservatore nella meccanica quantistica che si riassumeva nella teoria del doppio taglio, attraverso i lavori di John Wheeler.

Quella teoria suggeriva che la realtà a livello quantistico non era definita fino a quando non veniva osservata. In altre parole, le particelle subatomiche potevano esistere in molti stati possibili contemporaneamente (una sovrapposizione di stati), ma quando veniva effettuata una misurazione, esse ‘sceglievano’ uno stato definitivo in cui esistere.

L’esperimento del doppio taglio dimostrava, per l’appunto, questo concetto in modo chiaro e nitido. Quando gli elettroni venivano sparati attraverso due fessure in direzione di uno schermo, essi creavano un modello di interferenza che faceva supporre che ogni particella passasse attraverso entrambe le fessure contemporaneamente, comportandosi come un’onda. Tuttavia, se si poneva un dispositivo di misurazione per osservare attraverso quale delle due fessure passasse la particella, queste ultime smettevano di creare un modello di interferenza e si comportavano come particelle classiche, passando attraverso una fessura o attraverso l’altra, ma non da entrambe.

Luisa interpretava ciò rifacendosi alla massima di Protagora, secondo cui l’uomo era la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono, e alla massima del Daishonin, che faceva riferimento all’esistenza di “tremila regni” in ogni istante di vita. In entrambi i casi la sostanza della realtà non mutava, secondo l’aspetto di Luisa: l’uomo costruiva il proprio percorso di vita attraverso le migliaia di scelte cui era costretto a sottoporsi in ogni singolo istante della propria esistenza. Nulla era affidato al caso o al destino, tutto era minuziosamente costruito attraverso un lavorio incessante di scelte consapevoli o meno.

Rassegna stampa

Il giorno dopo

Il giorno dopo aver ricevuto un premio, ancora meglio se importante, è sempre tremendo: ti assalgono mille pensieri, sul lavoro fatto e su quello che devi ancora fare. Ti poni in una prospettiva complicata, e pensi al grande lavoro che dovrai fare, di scritto e di relazioni, per mantenere sempre fede a ciò che hai già raggiunto. Insomma, per me, il giorno dopo è sempre un giorno complicato e riflessivo.

Premio internazionale Spoleto Art Festival per la Letteratura

A Spoleto ci arrivi sempre per la cultura. Qui tutto respira di arte e cultura. La città intera lo fa, con le sue mille gallerie d’arte, i caffè letterari, nascosti nei vicoli, e ancora con i negozi di tappeti, di ceramiche, e con le mille e mille attività culturali che vi si svolgono: rassegne musicali, rassegne cinematografiche, letterarie, artistiche, ecc.
Oggi è stata la mia prima volta a Spoleto, e ci sono entrato a testa alta e dalla porta principale. Il conferimento del premio internazionale Art Festival di Spoleto, è stato, insieme al premio Approdi D’Autore di Ischia, la ciliegina sulla torta di un anno magnifico, nel quale io e Tramonti Occidentali ne abbiamo fatta di strada. E non è finita ancora qui…. Ci sono, in serbo, ancora altre sorprese! Non finisce qui!
Intanto il premio di oggi lo voglio condividere con Pietro Graus e con Maurizio Del Greco, con i quali facciamo squadra…. E squadra che vince, non si cambia!

I miei primi 25 anni nel sociale

In questi giorni festeggio i miei primi 25 anni di attività nel mondo del sociale.
Quando ho cominciato a muovere i primi passi in questo mondo ero un ragazzino, con una laurea in Giurisprudenza e tanti sogni da realizzare.
Avrei potuto fare l’avvocato, o forse l’impiegato pubblico, ma sarebbe stato troppo scontato. Chi mi conosce, sa bene che sono una persona eclettica, a cui non piacciono le etichette, a cui piace essere fuori dagli schemi, ma sempre e per sempre dalla parte delle persone più fragili, degli svantaggiati, di coloro che hanno bisogno di sostegno, sia fisico che morale.
Si, sono 25 anni che mi occupo di sociale e lo faccio, con gli amici di una vita, in una delle zone più svantaggiate d’Italia. Lo facciamo con pochi soldi, con poche risorse umane, con pochi servizi territoriali, ma con tanto amore, tanti sorrisi, perché ci divertiamo da morire, pur facendo cose serissime.
È proprio vero quello che si dice: se scegli un lavoro che ami, non lavorerai nemmeno un giorno della tua vita. Ora, sono quasi tre anni che mi sono preso carico delle persone anziane della piccola comunità di Sturno, un piccolo comune dell’Alta Irpinia, e continuo a farlo con assiduità quotidiana e tanta passione, tutto per far sì che loro stiano un po’ meglio, per portare quei servizi che sui nostri territori mancano e per animare una comunità che ha poche risorse da mettere in campo.
Sono 25 anni che faccio il lavoro più bello del mondo!

Tecnica di Seduzione

Ciao sono Roman, disse lui, tendendole la mano.

Roman? Rispose lei, guardandolo con sospetto.

Si, sono Roman Stepanovich Dorosh, piacere di conoscerti. Sono giorni che ti osservo. Ti dai un gran da fare per la nostra terra, la nostra patria e per i nostri uomini.

Ciao, sono Natalka, Natalka Ivanivna Diachenko, rispose lei, sfiorandogli appena la mano, indaffarata com’era a portare sacchi di riso verso il lato sud della piazza.

Fai presto Natalka, non perder tempo, urlava un gruppetto di donne, intente a cucinare su grandi fornelli da campo, posti proprio nella direzione in cui Natalka trasportava i sacchi.

Tutto intorno c’era il caos: uomini e donne danzavano al ritmo di musiche popolari sparate a palla, altri gettavano mobili e quello che trovavano nel grande fuoco acceso ai margini della piazza. A stento i furgoni carichi di viveri, scortati da uomini della polizia, riuscivano a passare attraverso la Boulevard Lesi Ukrainky, arrivando fino alla piazza Nezaleznosti, che tutti, ma proprio tutti, ormai chiamavano semplicemente Majdan.

Majdan in ucraino vuol dire piazza, ma nell’immaginario collettivo di un popolo quella si identificava con l’unica piazza della nazione, dove quaranta milioni di cuori battevano all’unisono, anelando quella libertà che per troppo tempo era stata negata.

Aspetta che ti aiuto, disse Roman, sembri così fragile, e saltò giù dal basso muretto che cingeva la piazza. Prese tre sacchi di riso, che erano appoggiati di lato, ma dovette subito lasciarne uno.

Sono pesanti, ci devi mettere tutta l’energia che hai per portarli. Eh sì, ci avevo visto lungo. Sei una vera patriota. Lo diceva con affanno, mentre teneva a stento i due sacchi, tirati per i bordi in juta, camminando con piccoli passi e tendendo il busto all’indietro per trovare il punto di equilibrio.

 Stai zitto e aiutami. È quasi l’ora del pranzo e tutta quella gente, tra poco, vorrà mangiare. Credi che le rivoluzioni si facciano senza cibo?

Che caratterino che sta tirando fuori la biondina. Certo che ti aiuto.  Mi è venuto già l’affanno. Per fortuna sono rimasti solo due sacchi di riso.

E quei dodici sacchi di patate laggiù in fondo, rispose lei, senza nemmeno dargli il tempo di finire la frase.

E quei dodici sacchi di patate, ripetè Roman sconsolato. Per la patria questo ed altro e gli spuntò un gran sorriso sul volto, fatto di pelle chiara bucata da due grandi occhi blu, profondi come il mare.

Il freddo era già pungente in quella fine di novembre del 2013, e mille sbuffi di vapore si alzavano al cielo dalle bocche delle miglia di persone accorse per manifestare la propria volontà di libertà.

La manifestazione, cominciata in modo spontaneo, come un corteo contro le intromissioni russe nelle vicende politiche ucraine, si era trasformata presto in un vero e proprio sit in permanente, con persone che si davano il cambio in maniera continuativa.

Nella piazza c’erano tende un po’ dappertutto. Qualcuno si riparava dal freddo e ci dormiva anche. A tratti la folla era oceanica. Qualcuno parlava o cantava dal palco che era stato montato sulla parte nord.

Cataste di ferri vecchi e di copertoni usati sbarravano in parte le strade di accesso. Alcuni varchi, presidiati da uomini armati, venivano aperti per lasciare l’accesso ai furgoni che trasportavano cibo e alle ambulanze, che si davano un gran da fare. C’era sempre qualcuno da soccorrere e capitava spesso che gli animi si scaldassero a tal punto da terminare con qualche scazzottata.

“Un po’ di attenzione”, chiese la voce della ragazza con i capelli corti sul palco. “Un attimo di attenzione, passo il microfono a Serhiy Nigoyan, che declamerà i versi del nostro sommo poeta Taras Ševčenco”.

Salì sul palco un ragazzo, uno come tanti, con un maglione di pail, fatto a larghe strisce orizzontali dai color sgargianti, con una folta barba nera, ed un cappello di lana, calato fin sopra alla fronte.

Il ragazzo prese il microfono, in maniera piuttosto goffa, si presentò e senza andare troppo per le lunghe, cominciò:

E gloria, cavalieri della libertà, a voi

Dio non vi abbandonerà.

Continuate a combattere, siate sicuri di vincere!

Dio vi aiuta nella vostra battaglia

Perché fama e libertà marciano con voi

E la verità è dalla vostra parte.

Le parole rimbombarono con forza nella piazza zittita all’unisono. I presenti ascoltarono con attenzione, ed il battito di mani, iniziato solitario, in qualche punto della piazza, diventò un suono contagioso che coinvolse tutti i presenti. Migliaia di mani battevano all’unisono e migliaia di bocche gridavano, alternativamente, Tasas Šcevčenco e Nigoyan.

Il ragazzo, sul palco, prese vigore, perdendo in parte la naturale timidezza, arringando il popolo con parole dure come la sferza che li trascinava verso un mondo libero dal giogo della mentalità sovietica. Era il vento di libertà che soffiava forte dall’Europa ed inondava la piazza Euromajdan.

Nigoyan sarebbe stato il primo a cadere sotto i colpi dei “berkut”di Janukovyč, ma in quel momento nessuno lo sapeva. Nessuno sapeva che la pacifica rivolta, che stava contagiando l’intero paese, sarebbe stata sedata nel sangue. I giovani sono programmati per costruire un futuro libero di volare in alto, e non per essere ancorati a vecchie ideologie, talvolta stantie.

Nella piazza era tornato, in forma più sommessa, il brusio. Gli sbuffi di vapore dalle bocche si mischiavano con il fumo dei fuochi accesi, per mitigare il rigore del primo vero freddo invernale. Da qualche parte si levarono al cielo bottiglie di vodka. Qualcuno ne aprì di nuove e riempì i bicchierini, che quasi ogni partecipante, aveva con sé. Ci fu un brindisi generale alla gloria Ucraina, a Taras Šcevčenko e a Nigoyan.

Un manifestante sollevato dagli altri, porse un bicchiere di vodka allo stesso Nigoyan, che lo raccolse di buon grado, chinandosi in avanti, sollevandolo poi verso il cielo e benedicendolo, poi, alla gloria Ucraina. In quello stesso istante, partì forte dagli altoparlanti, l’inno nazionale. La piazza si fermò di nuovo, commossa per il momento che stava vivendo. In quel momento non importava se fossero sopravvissuti o meno alla rivolta, avevano già accumulato la forza per vivere in eterno.

(Inedito tratto da “Tecnica di seduzione”, di Giuseppe Tecce)

Nigoyan