In libreria a Notting Hill

Dopo chilometri, percorsi rigorosamente a piedi, entro finalmente nella famosa libreria di Notting Hill, sbircio tra gli scaffali e cosa esce fuori?
Incredibile ma vero!

Coesistono gli opposti

C’è una straordinaria armonia nella coesistenza degli opposti che abitano questo mondo. In un medesimo istante, sotto lo stesso cielo, l’umanità si muove tra estremi che si abbracciano in una danza eterna. Mentre qui, il sole infuocato spinge la terra al limite dell’aridità, altrove il freddo avvolge le cime innevate, sussurrando storie di gelo e di abbracci. Mentre in un angolo del mondo la primavera tesse i suoi colori, dall’altro, l’autunno riveste gli alberi di sfumature rosse e dorate, donando bellezza e malinconia al paesaggio.
In questo caleidoscopio di contrasti, non c’è contraddizione ma l’essenza stessa della vita: il caldo e il freddo, la fioritura e la caduta delle foglie, il secco e l’umido, convivono in un equilibrio misterioso e perfetto.
La terra ci ricorda che tutto esiste, tutto ha un senso nel suo tempo e nel suo luogo. Ci ricorda che, sebbene ognuno viva nel proprio pezzo di realtà, c’è un legame invisibile che ci unisce, facendoci partecipi di uno stesso respiro universale.
Così, mentre il mondo si muove e muta, restiamo consapevoli che la bellezza non è mai in un solo luogo, ma ovunque. E in questo fluire, la vita trova la sua pienezza, nutrendosi della diversità, degli opposti che non si scontrano ma si abbracciano, come in una danza eterna.
In fondo, lo stesso vale per la giovinezza e la vecchiaia: non si inseguono, ma coesistono, intrecciandosi nello stesso tempo e nello stesso luogo. Mentre un bambino scopre per la prima volta il mondo con occhi innocenti, un anziano, poco distante, contempla quei medesimi paesaggi con la profondità di chi ha attraversato tante stagioni. Sono due sguardi diversi sulla stessa realtà: uno proiettato verso il futuro, l’altro rivolto a custodire il passato.
Questa simultaneità crea un equilibrio silenzioso: la freschezza e l’entusiasmo del giovane danno nuova linfa, mentre la saggezza e la calma dell’anziano offrono radici e stabilità. Non c’è opposizione, ma una coesistenza che arricchisce entrambe le parti, con un continuo scambio di energie.

È da collezione, ormai!

Carissimi amici, se avete una copia di questo libro, tenetevela ben stretta, perché da oggi è diventato a tutti gli effetti un libro da collezione. Questa edizione è completamente esaurita, sicuramente ne seguirà un’altra, con un altro editore e con un altro titolo, in una versione rivista, e, pertanto, se avete questo libro, conservatevelo!

Sono io

Sono io
L’oggetto dei tuoi desideri
Ciò cui tu aspiri
E che mai sarai.
Io,
Il sicuro e l’insicuro
Il tenero ed il duro,
Genio maledetto
Per arte ed intelletto.
Sono io
L’eterno insoddisfatto
Cui la vita ha dato
Ed io maltratto.
Sono la mela
Caduta accanto all’albero
Il tarlo che la rode
E la talpa che non vede.
Sono io che
Aspiro ad esser tutto
E tu stai fuori ad osservare
Vedi e non comprendi
Che la vita scorre nelle vene
Il vino è buono ma non conviene.
Sono io
Maldestro e distratto
Incapace in ogni atto
Cui tu aspiri
E che mai sarai .

A Rocca San Felice

Gerardo era arrivato in fretta, dopo la mia chiamata. Era arrivato con una Golf nera, tutta smantellata, con il paraurti anteriore appeso da un lato, il faro mancante, ed un lunghissimo struscio sulla fiancata, dallo stesso lato. Era arrivato da Rocca San Felice, alle diciannove in punto. Io ero seduto all’ombra di un fico, proprio di fronte all’abitazione. Davanti a me un tavolino tondo di ferro, lavorato, credo, artigianalmente e quattro sedie in ferro battuto. Io non sapevo, di preciso, dove mi trovassi, né tantomeno sapevo la distanza tra quell’abitazione ed il centro abitato più vicino. Queste cose le avrei scoperte in seguito.
Ciò che vedevo era ciò che esisteva, dal mio punto di vista, e ciò che vedevo era una casetta a due piani, di forma rettangolare, colorata di un giallo paglia, e sulla sinistra, attaccata ad essa, un’ulteriore casetta, anch’essa rettangolare, più piccola e colorata di bianco. Tra il giardino in cui sedevo, e la casa gialla c’era una strada; stretta, con un’unica carreggiata, ma messa bene, appena asfaltata, che contrastava con il disordine che c’era tutto intorno. E tutto intorno a me, c’era il disordine: un trattore arrugginito, da un lato, un altro trattore dal quale era stato asportato un pezzo anteriore, appezzamenti di terra coltivati a foraggio, dove il grosso del foraggio era stato tagliato e sistemato in grosse rotoballe, con scarti di paglia sparsi sul terreno, che il vento forte della sera spargeva anche sulla strada. Ce n’era di vento sabato sera, nonostante fossimo solo al primo week end di agosto. Tutt’intorno, gli alberi non davano l’idea di essere molto in forma: rami secchi, foglie ingiallite e spazzate via dal vento.
Il vento, quello sì che sapeva fare bene il suo mestiere, sabato sera. Soffiava forte da sud-ovest il vento di libeccio, spazzando via l’afa del giorno, zittendo le cicale, mettendo fine alla quiete calda della controra, riponendo al sicuro e a riposo la bestia del grano, che aveva poco da fare, ormai, ora che il grano era stato mietuto. Qualcuno, però, già dalle parti del Formicoso, da dove provenivo, mi aveva avvisato che, nonostante la mietitura anticipata dal gran caldo, la bestia del grano continuava a scorrazzare indisturbata per i campi tagliati della zona ed in tanti avrebbero giurato di averla vista nell’arco dell’ultima settimana.
Mi ero fermato al margine della strada, poco prima del bivio per Guardia Lombardi, e mi ero messo a fare conti con un simpatico signore che armeggiava su un trattore. Non ci volle molto che la combriccola si allargasse e che si finisse a parlare proprio di mietitura e della bestia del grano. Tutti i presenti erano certi di averla vista almeno una volta nella vita, confermando l’antico proverbio: “una volta nella vita non si nega a nessuno”. Più complicata diventava la faccenda quando il discorso si spostava verso gli avvistamenti fatti nel periodo successivo alla mietitura. A quel punto il gruppetto si spaccava in due parti: da un lato c’erano Antonio, Pasquale e Carminuccio, tutti e tre di una zona più vicina a Guardia Lombardi, che sostenevano che dopo la mietitura era impossibile osservare la bestia, perché era venuto meno il suo habitat naturale. Dall’altro lato c’erano Luigi, Generoso e Gerardo, che erano della zona di Oscata, che sostenevano di aver avvistato la bestia anche dopo la mietitura. Uno di loro, addirittura, si era spinto a farmene una descrizione: “era come una faina ma con una lunga coda bianca”, sollevando le ilarità dell’altra parte che, tra sghignazzi e sgomitate, sosteneva che fosse, per l’appunto, una faina.
Gerardo di tutto ciò, però, non ne sapeva nulla e poco gli interessava. Parcheggiata la Golf davanti alla casa bianca, era sceso, venendo dritto verso di me, con la mano allungata in avanti, in segno di saluto. Era alto poco più di un metro e sessanta, rotondo quel tanto che serviva da dargli un aspetto da contadino rubicondo. La mano callosa, che indicava una vita fatta di fatica manuale nei campi, contrastava con la pelle liscia della mia; una mano da ufficio, da uomo cittadino, poco avvezzo ad avere a che fare con i lavori manuali. Ci stringiamo la mano, è gioviale e cordiale. Mi sciolgo, mi metto a mio agio e divento cordiale come lui. Si siede di fronte a me, e comincia subito a parlare: “da dove vieni?”
Gerardo la tua domanda si presta ad una duplice interpretazione: con la domanda “da dove vieni” vuoi chiedere la mia città di provenienza, oppure il luogo da cui provengo e dove ero prima di venire qui?
Gerardo ci pensa un po’, poi, con tutta tranquillità mi dice: “no, no, voglio sapere proprio di dove sei?” Poi, con un mezzo sorrisetto, aggiunge: “che mi frega da dove stai venendo oggi”.
“Ecco”, rispondo io, con altrettanto sorriso, “ora sì che la domanda è più chiara: vengo da Benevento”.
Gerardo si illumina: “Benevento! La frequentavo spesso, venti anni fa, mi dice. Ma è ancora la bella cittadina di allora?”
Cerco di tagliare corto: “la città resta sempre la bella città di una volta, solo che è amministrata male”.
Mi fa qualche domanda sull’amministrazione, ma cerco di glissare: “Gerà, sono venuto per riposarmi, non di certo per parlare di politica”.
Gerardo sorride, comprende il mio disappunto e cambia subito argomento.
Mi racconta, come se ci conoscessimo da sempre, che per tre anni era rimasto bloccato a letto, con una brutta ernia del disco, che lo aveva quasi paralizzato. “Pesavo 67 kg, prima di quell’episodio, poi, che vuoi farci, i farmaci, il cortisone, l’immobilità mi hanno ridotto così. Ora di kg ne peso 94”.
“Non va bene” gli faccio eco, “sei ancora giovane e dovresti rimetterti in forma”.
“Giovane” sorride lui. “Quanti anni mi dai?”
Lo guardo, lo scruto, poi sparo la mia sentenza: “A mio avviso non hai più di 56 anni”.
Gerardo sorride divertito: “di anni ne ho 62”.
“Complimenti”, rispondo. “Al di là della faccenda del peso, non te li porti male”.
“Due cose mi hanno salvato dal calvario: le bestie”, ed indirizza lo sguardo verso i cani, i gatti, che scorrazzavano liberamente sotto ai nostri piedi e poi alle mucche che pascolavano poco più in là.
“E poi”, gli faccio io di rimando.
“E poi”, continua lui illuminandosi in un sorriso ancora più luminoso, “mia moglie e mio figlio”. Poi si ferma, ci pensa su un po’, poi continua: “è la mia quarta moglie, sia ben inteso. Ho già due figlie grandi, di 40 e 35 anni che vivono lontano da qui. Quest’ultimo mio figlio, il maschio, ha ventidue mesi”.
“Me lo fai conoscere?” gli chiedo con spontaneità.
“Ora sono in Ucraina. Lei è di Odessa, ed è andata lì per stare un po’ con la famiglia. Ma credo che sia quasi ora di tornare”.
Gerardo si commuove a parlare dell’ultima moglie e soprattutto del tanto atteso figlio maschio. Se ne accorge e cerca di togliersi dall’impaccio: “ora devo governare e chiudere gli animali”.
Appena si alza dalla sedia, accorrono una decina di cani ed un gatto dalla coda arricciata.
Gli chiedo se fossero tutti suoi quei cani. Lui mi risponde che solo i due pastori scozzesi, Alfonso e Rita, erano propriamente i suoi cani, tutti gli altri erano dei cuccioli randagi della zona, che un po’ per volta si erano aggregati e che, ora, facevano parte della sua famiglia allargata. Li chiamava tutti per nome, ed avevano tutti un nome di persona: Alfonso, Rita, Franco, Gennaro, Anna, e così via di seguito, per quanti cani c’erano.
Capii subito che, a dispetto dell’aspetto fisico, il suo cuore era grande e che, per lui, non c’era poi tanta differenza tra animali ed esseri umani: tutti, a suo avviso, erano dotati di un’anima e, in quanto tali, erano degni della sua compagnia e della sua custodia.
Mi accompagnò, frettolosamente, nella camera che mi aveva riservato per la notte, al secondo piano della casa gialla. Passammo attraverso una grande sala da pranzo, poi salimmo delle scale esterne, e da lì apri la porta che dava nella camera da letto, che affacciava sul retro della casa. Lui scese, indaffarato, per sistemare le mucche e le tante pecore che pascolavano libere tutto intorno. Le sistemò in un grande recinto, ed io lo guardavo orgoglioso.
La notte, però, l’ho passata in bianco, per via del campanaccio appeso al collo di Carolina, la mucca più grande, che, quella notte, ha fatto un concerto solo per me. (Inedito da “I racconti della Terra di Mezzo”, di Giuseppe Tecce)

Il Mazzamauriello e la Bestia del Grano

Il Mazzamauriello deve essersi svegliato presto stamattina, per prepararmi tutti i dispetti che mi ha propinato. Sono certo di aver lasciato le chiavi di Celestina sempre al solito posto, ieri sera, quando sono rientrato. Avevo svuotato le tasche del pantalone di due corposi mazzi di chiavi, che avevo deposto nel piatto di ceramica colorata, che faceva bella mostra di se proprio accanto al porta sigari in radica di noce. Le chiavi erano al sicuro dentro a quel piatto, me lo ricordo bene. Eppure stamattina non ci sono più. In casa tutti dormono ancora, è l’alba, e solo gli audaci e gli insonni sono già in piedi. Credo di non riconoscermi in nessuna delle due categorie, pur essendo già sveglio da un po’. Di certo non posso definirmi insonne, e sempre con certezza posso affermare di non appartenere alla categoria degli ignavi. Ma nemmeno oltremodo audace potrei definirmi, quanto piuttosto aduso alle comodità dell’era moderna. Nonostante tutto, nonostante tutti gli accorgimenti, le chiavi non ci sono più. Mi metto a cercare. La prima cosa che mi viene in mente è di guardare nelle tasche del giubbotto, appeso all’appendiabiti di fianco alla porta. Infilo la mano nella tasca destra, poi in quella sinistra ed infine di nuovo in quella destra. Delle chiavi nessuna traccia. Subito dopo passo in rassegna le tasche del pantalone, tutte, quelle del giubbotto giallo, di quello verde e di quello blu. Nulla da fare, Teresa, il caso vuole che le chiavi non si trovino. Il caso poi? Se vogliamo così chiamare il Mazzamauriello, tante altre cose si dovrebbero attribuire al caso.
Teresa, il Mazzamauriello è un piccolo gnomo che si nasconde in casa per far dispetti. Li pensa di giorno, quando si nasconde dagli sguardi sagaci ed inopportuni degli abitanti della casa e li realizza di notte, quando esce allo scoperto, certo di non esser visto. In tanti ne hanno sentito la presenza, che si manifesta attraverso il rumore dei passi e delle sue malefatte, in pochi possono dire di averlo visto. Io mi onoro di rientrare in quei pochi che possono affermare di averlo visto, il Mazzamauriello.
Come potrei descrivertelo: un omino piccolo, alto non più di due mele sovrapposte, con delle gambette esili. In testa aveva un copricapo rosso, senza la punta, al di sotto del quale fuoriusciva una folta capigliatura disordinata. Addosso aveva una camicia bianca con un panciotto scuro, come scuro era anche il pantalone aderente. Era pressappoco come appare nelle rappresentazioni classiche. Mi è apparso nel dormiveglia, quando un tonfo sordido ha attratto la mia attenzione. Attraverso la fessura della palpebra sinistra, appena sollevata, lo osservai. Pensai anche di alzarmi per prenderlo: sarebbe stato uno scoop mai visto fino ad allora. Ma un peso enorme sovrastava le mie membra e mi teneva incollato al letto. Non riuscii nemmeno a sollevare il capo, che risprofondai nel sonno più profondo dove a lungo mi intrattenni con elfi e fate in un bosco, illuminato solo dalla luna piena. Mangiammo bacche e bevemmo fermentati, che, vagamente, assomigliavano al vino. Mi parlarono di un loro lontano parente, che gli umani delle mie parti sono adusi chiamare la bestia del grano: uno gnomo anch’esso, abitante dei campi di grano, che si diverte a far muovere come onda, nelle giornate in cui l’aria è più calda e ferma. È soprattutto nell’ora della controra che entra in azione, quando minore è la presenza umana, il sole alto nel cielo, ed il caldo determina correnti ascensionali che fanno librare in volo i falchi e gli avvoltoi.
E fu proprio nell’ora immota che, un giorno, mi tuffai tra le spighe imbiondite dal sole, correndo nell’ affannosa gara per acchiappare la bestia, che, inesorabilmente, vinse la sfida a me lanciata. Fu allora che intravidi code pelose, dal colore fulvo, a volte a punta bianca, spuntare sopra le cime del grano, prendendosi gioco dell’ira delle scimmie pelate. Corsi più forte del vento, feci cento capriole, rimasi senza fiato, ma, come sempre accade, non riuscii a catturare la bestia. Il grano continuò a piegarsi in onde sempre più profonde, nonostante l’assenza di vento: me ne andai con il rammarico di non poter raccontare nulla di nuovo rispetto a quanto narrato nei ritornelli dei canti a lui dedicati. Lega la bestia alla fascina, che paghi pena per la rovina. Stringila forte, stringila bene, legala all’ultimo covone, che paghi pegno per la stagione. Lega la bestia forte allo stelo, fallo subito, senza pietà, prima che attacchi e ti mandi steso. Me ne andai dal campo, con in mano una spiga appuntita come una forchetta, spigolosa come solo la natura sa essere, morbida ed accogliente nello stesso tempo.
Voglio capire dove, in casa, possa nascondersi il mio personale Mazzamauriello. Mi premuro di spostare finanche l’armadio per scorgere qualche fessura nel muro, all’interno della quale potrebbe abitare. Teresa, mi sono soffermato finanche a riflettere sulle sue possibili abitudini di vita. Un essere, copia in scala ridotta di un essere umano, un corpo biologico, può mai sopravvivere senza ingerire cibo? A rigor di logica direi di no. È ovvio pensare che anche quel corpo, per quanto piccino possa essere, abbia bisogno di immettere nel proprio circuito chimico, quegli elementi che precorrono alla vita. Ma non ho mai trovato rimasugli di cibo, in giro, ne tantomeno sono scomparse cibarie di mia proprietà. Il mistero si infittisce, e continuo a cercare ovunque le tracce della sua presenza e soprattutto le chiavi. Faccio il giro dell’intera casa, facendo sempre meno attenzione a chi stava ancora dormendo. La sorpresa della sparizione si stava trasformando in ansia ed in rabbia.
Torno nel luogo in cui tutto ha avuto inizio e, come per magia, appoggiati sul piatto svuotatasche, sono ben in evidenza i due mazzi di chiavi che tanto mi avevano fatto penare. Resto sbalordito, mi guardo intorno, non c’è nessuno. Prendo con gran fretta le chiavi, prima che possano sparire di nuovo. Le tocco, sono vere, sono materialmente esistenti, sono freddo metallo, che si scalda in fretta a contatto con le mie mani. Le chiavi di casa le sistemo nello zaino, le chiavi che rimettono in vita Celestina le ripongo, con cura, nella tasca del pantalone. Credo che sia ora di uscire di casa, senza pensare a nulla, tanto il Mazzamauriello mi ha fatto fesso per l’ennesima volta e gli eventi, che ho visto con i miei stessi occhi, è meglio ascriverli a fenomeni soprannaturali. Quanto meno tutelo la mia integrità mentale, senza stare a scervellarmi troppo. (Inedito da La Gente della Terra di Mezzo, di Giuseppe Tecce)

La più grande nozione

” La più grande nozione che un uomo deve imparare non è la scienza medica, non è la sociologia, non è la chimica, non è la biologia, non è la matematica, ma è la scienza dell’uomo, la scienza del sé.
La scienza del sé e dell’ autoconsapevolezza è la più grande conoscenza che un uomo possa avere, perché allora potrà cavarsela in tutte le circostanze”. (Maestro Yogi Bhajan)

L’Appia Antica è Patrimonio UNESCO

All’incirca 5 o 6 anni fa, avevo la sana abitudine di andarmene in giro in bicicletta, percorrendo la strada che da Benevento porta in Alta Irpinia, seguendo la direttrice della Via Appia Antica, che, per l’appunto, dal passo di Mirabella saliva verso il Formicoso, seguendo il percorso di quella che oggi si chiama SS303, meglio conosciuta dai locali come l’Otica. Da quei viaggi nacquero dapprima dei video documentari, ancora oggi visionabili sulla mia pagina (www.youtube.com/giuseppetecce) e, poi, il libro “L’agente della Terra di Mezzo”, ricco di riferimenti storici sui territori attraversati, oltre che di tante considerazioni personali. Un libro che narra dell’amore per la bicicletta e di un ritorno alle origini irpine. Qualche giorno fa la “Via Appia Antica” ha avuto il riconoscimento di Patrimonio dell’umanità ed è stata riconosciuta come sito UNESCO. La speranza è che tale riconoscimento abbia una ricaduta anche per tutti i comuni irpini e sanniti che ne sono attraversati, con la speranza che sappiano valorizzarla, senza più considerarla come un semplice ammasso di pietre vecchie, come pure qualche amministratore locale aveva detto.

Letture dal Bosco su Canale 21

Si parla ancora di “Letture dal Bosco”

Germano e il Lago Laceno

Germano l’ho incontrato una mattina di Luglio. Era un sabato o forse una domenica. Poco conta, perché qui il tempo sembra essersi fermato. La strada che porta a Lago Laceno è una striscia d’asfalto scura che si srotola tra i crinali di un monte sempre verde, sempre ricco di vegetazione. Ha la sua base a Bagnoli Irpino ed è da lì che la via si biforca portando, da un lato, ad Acerno, e dall’altro, inerpicandosi su per il monte, dove l’aria trova refrigerio, e la cincia canta in sincrono con il picchio. Germano è un tipo diffidente , poco avvezzo ai rapporti umani, guida le sue mucche, di razza podolica e tanto gli basta. Io mi sono seduto da un lato, sul pianoro che riempie la valle stretta tra le cime più famose del Laceno. Dietro di me svetta alto il Cervialto, che con i suoi 1800 mt è una delle cime più alte dell’Appennino centro meridionale. Ci troviamo sul massiccio dei Monti Picentini, roccaforte degli Irpini, quando facevano parte della confederazione dei Sanniti. Un popolo forte, ostile, ribelle, forse il più forte e ribelle di tutte le popolazioni del Sannio. Guerrieri indomiti, usavano contro le legioni dell’esercito romano le tecniche della guerriglia, quella che si usa ancora oggi negli attacchi nelle foreste. Salivano, scendevano su e giù per i monti, praticando attacchi fulminei che lasciavano senza scampo. La conoscenza del territorio era l’elemento chiave di quella tecnica. Sapevano bene come e dove muoversi, dove attaccare e dove nascondersi. Un vantaggio non da poco, in un’epoca in cui non esistevano mappe, ne cartacee, ne tantomeno digitali. Ma l’esercito Romano non tollerò a lungo un tale affronto e poco tempo dopo quelle popolazioni, fiere ed indomite, furono sconfitte e relegate ai margini della storia, praticandogli la damnatio memoriae. Tale evento, se da un lato fu deleterio per le popolazioni dell’epoca, dall’altro permise che le stesse su evolvessero secondo una propria cultura e propri codici morali e legislativi di riferimento. Tale isolamento, accentuato ancor più dall’abbandono della via Appia Antica, che attraversava una parte dell’Irpinia, tagliando in due l’altopiano del Formicoso, per dar spazio alla via Appia Nuova, ossia la via Traiana, inaugurata dall’imperatore Traiano, e con il suo inizio nella città di Benevento, aveva generato una progenie altrettanto forte ed autonoma, capace di vivere in zone impervie e con un clima inclemente, che avrebbe facilmente demoralizzato le altre popolazioni dell’impero. A niente servì l’innesto di una popolazione prelevata nell’area Picentina, da cui deriva il nome di monti Picentini. I Picentini si amalgamarono bene con gli irpini, creando una popolazione ancora più fiera ed autonoma. Quelle caratteristiche ancestrali si possono notare bene ancora oggi nelle popolazioni locali.
Germano è un inconsapevole portare di quei geni che lo rendono altezzoso ed autonomo, mandriano di poche parole, ma esperto conoscitore del territorio e del proprio mestiere.
La prima parola ce la siamo detta quando una delle sue mucche si è avvicinata troppo a me, finendo per calpestarmi un piede. Fortunatamente il terreno morbido sotto le scarpe ha scaricato bene il peso dell’animale. Ne sono uscito con qualche contusione e qualche dolore al piede. Germano si è rivolto a me chiedendo se mi fossi fatto male, ma senza creare allarmismi o inutili ansie. “Gli animali sono pesanti e questo è il loro territorio. Probabilmente non ti ha nemmeno visto”, sentenziò con un linguaggio scarno ed essenziale.
“Si sa che la vista delle mucche è scadente” , rispondo io, più per attaccare bottone che per una reale necessità di trasmettere quell’informazione. Probabilmente, lui, mandriano di professione, ne sapeva molto più di me, e non tanto perché lo avesse studiato sui libri, ma per esperienza diretta, sul campo.
Caccio prontamente dallo zaino una bottiglia di Taurasi, regalatami da un’amica e portata sul campo proprio con l’intento di farlo trasbordare dallo stato solido della bottiglia a quello liquido delle vene.
Germano, dapprima diffidente, guarda la scena con un piglio accigliato, poi, senza proferire parola, si allontana, arrivando alla sua tracolla, appoggiata su di un palo, tirandone fuori una pezza di formaggio ed un coltellino. Il formaggio era avvolto in uno straccio di cotone, si siede accanto a me, ne apre i lembi e ne taglia due fette. Tanto era brutto a vedersi dall’esterno, quanto era candido, compatto e bello nella parte interna. Il coltello affonda come se fosse burro, il profumo di fieno di pascoli d’alta quota si libera nell’aria e me lo porge con una inaspettata gentilezza. Poi mi passa anche il coltellino. “Provvedi tu stesso a togliere la crosta che può contenere delle muffe”.
“Lo produci tu?” Chiedo con l’aria impacciata di chi di formaggi non ne sa poi molto.
“Lo produco io” ribatte rapido lui, precisando che dopo averlo prodotto lo fa maturare per almeno quattro mesi in una grotta, nei pressi della propria abitazione. “Una grotta naturale”, precisa, “e non, di certo, una di quelle artificiali che si usano oggi per far maturare in fretta i formaggi. Il formaggio ha bisogno del suo tempo, e se acceleri il processo, quello che ottieni non sarà più un formaggio di qualità, ma uno dei tanti formaggi industriali, fatti per far arricchire qualche spregiudicato industriale, impoverendo i mandriani, che, tuttalpiù, gli vendono il latte per quattro spiccioli”.
“La solita storia che si ripete, dei furbetti che cercano di approfittarsi dell’economia di massa, e dei poveri cristi che lavorano sodo per portare a casa un tozzo di pane”, concludo io.
“Esattame, proprio così” risponde lui, mentre allunga il braccio per prendere il bicchiere che avevo riempito di nero aglianico.
Il vino fa sciogliere il sangue e le lingue, così Germano mi racconta di essere di Materdomini. Ci tiene a precisare che non vive nella frazione, ma in una casa di campagna. Di mestiere fa il vaccaro. Possiede oltre 100 vacche, che accudisce con il fratello, Pino, che nel momento in cui parliamo, è dall’altra parte del pianoro, con una parte della mandria e tre dei sette cani che li seguono.
“Non sapevo che i vaccari si spostassero con i cani”, gli dico io, lanciandogli l’assist per scioglierlo definitivamente.
“Pensavi che solo i pecorari avessero i cani? Ti sbagliavi di grosso. I cani svolgono un lavoro importante e delicatissimo, perché tengono insieme la mandria e non lasciano che i singoli animali si muovano autonomamente.”
“A Materdomini non ci sono mai stato”, gli ribatto io, cambiando completamente discorso.
Germano sgrana gli occhi, come se avessi commesso un sacrilegio. “ Non è possibile che tu non conosca il santuario di San Gerardo Maiella. Materdomini è famosa per quello. Per il resto altro non è se non un piccolo agglomerato di case , appartenenti al comune di Caposele.”
“Mi dispiace deluderti, ma davvero non ci sono mai stato, ma considerata la bontà dei vostri formaggi, di certo verrò a farci un giro”.
“Aspetta, ribatté prontamente Germano, non tutti i formaggi di Materdomini sono buoni, anzi, direi che sono piuttosto mediocri. Invece il mio formaggio è eccellente, ma , come vedi, dietro questo sapore c’è un lavoro enorme”.
“Ma la mandria la tenete sempre su questo pianoro?” Chiedo un po’ titubante.
Germano accenna un sorriso: “ certo che no. Hai mai sentito parlare di transumanza?”
“Ovvio che ne ho sentito parlare” rispondo prontamente io, che la materia la conoscevo per davvero.
“Bene, e ora la vedi in atto. Ogni anno, per la stagione estiva, io e Pino trasciniamo la mandria fin quassù.”
“A piedi?” Chiedo con un pizzico di meraviglia.
“Il grosso si, viene a piedi. Poi, ci sono gli animali più giovani, ma anche quelli più vecchi che vengono trasportati con dei camion. Una volta qui, posso pascolare libere per tutto il periodo estivo. Abbiamo costruito una recinzione leggera, solo per la notte”.
Germano butta un’occhiata furtiva all’orologio. Capisco che è tempo che vada.
“Devo mungere le vacche, e ne avremo per un po’,” disse con l’aria di chi era costretto ad abbandonare il convivio.
Mi lascia andare e gli do una pacca sulla spalla. Germano è un gran lavoratore. Ha un’età indefinita, tra i trenta e i quarant’anni. Indossa un jeans ed una t shirt. Ma soprattutto è un uomo generoso. Prima di andare via, avvolge di nuovo la pezza di formaggio nel fazzoletto di cotone, poi me lo porge: “questo è un regalo per te”.
Io lo accetto commosso. Non se ne trovano più in giro di uomini così. (Inedito da “La Gente della Terra di Mezzo, Giuseppe Tecce”)