Letture dal Bosco, il Festival

L’emozione cresce e con essa anche l’adrenalina. Voglio rinnovare a tutti l’invito a partecipare alla seconda edizione del festival “Letture dal Bosco”, da me ideata e che si terrà a Lago Laceno, sulla Piana dei Vaccari il 21 Luglio. L’evento si propone di essere il primo Festival rivolto ai lettori, che si renderanno protagonisti di performance espressive, attraverso le letture dei testi degli scrittori Giuseppe Tecce e Marta Krevsun. La giornata sarà presentata da Grazia Caruso. Avremo una giuria prestigiosa, che valuterà le performance, formata da Pietro Graus, Rosanna Lemmo, Luigi Frasca e Emanuela Liaci. Ai primi tre classificati saranno consegnati dei premi prodotti da Avventura di Latta, officina Sociale di artigianato artistico di Napoli. La manifestazione si svolgerà tra le 11 e le 17, Si inizierà con degli esercizi di benessere fisico e spirituale, a cura di Marta Krevsun, e si chiuderà con il Rito di Ringraziamento del Piccolo Popolo, a cura di Michela Ottobre della Associazione “Sabba de Nuce”.
Il tutto nella cornice spettacolare dei Monti Picentini, comodamente sdraiati all’ombra di lecci secolari. Simbolo del Festival sarà l’immancabile corona di fiori, che verrà posta sul capo di chi si esibirà. La partecipazione è gratuita, e vi aspettiamo numerosi e pieni di entusiasmo ed allegria.
Un grazie di cuore a Maria Baldares e alla Graus Edizioni tutta, che ci stanno dando una grande mano nell’organizzazione. Ed un ringraziamento ancora all’amico regista Maurizio Del Greco che, pur a distanza, ci trasmette tanta energia positiva in tutto ciò che organizziamo.
E ancora un grazie doveroso al Comune di Bagnoli Irpino e alla Provincia di Avellino che ci hanno concesso il Patrocinio.
Cliccando su questo link troverete altre informazioni utili: https://www.facebook.com/share/MJU1JTmagXLPwjqg/?mibextid=9l3rBW

La gente della Terra di Mezzo

Mi trovo al bivio per Andretta. Ho lasciato lì Celestina ed ho fatto due passi a piedi sulla statale che taglia il Formicoso. Una striscia d’asfalto che divide un’altura piatta e priva di vegetazione. In altri tempi ti avrei raccontato ancora che questa via segue il tracciato della Via Appia Antica, ma adesso non ne ho più voglia. Le cose non mi attirano più, o, almeno, non quanto le persone e le loro storie. Sono arrivato fino al guardrail che protegge gli automobilisti più audaci in una curva troppo stretta e falsa. Mi sono fermato ed ho guardato. Le ginocchia poggiate contro la barriera, poi il vuoto, ed il ventre poggiato ad un parapetto metallico. È freddo, mi procura i brividi, che però non sono nulla al cospetto di quello che avrei provato poco dopo. Ero distratto dallo smartphone che mi segnalava l’arrivo di un messaggio, ma una volta riposto nella tasca posteriore del pantalone, sono stato costretto a sollevare lo sguardo. Costretto dalle ansie del momento che mi trascino dietro ovunque io vada e che, a volte, mi spingono ad avere una fretta che non si addice alla bellezza del luogo in cui mi trovo. Resto senza fiato, ancora una volta questa terra così cruda e dura mi lascia senza fiato. Cerco un contatto con la realtà: mi volto dapprima verso destra. La via da dove sono venuto è deserta. Mi volto, poi, a sinistra; poco più avanti, al centro esatto dell’incrocio, ci sono dei cartelli stradali: Bisaccia, Calitri, Lacedonia, Andretta. Bisaccia, il paese di Franco, Lacedonia, quello di Mario, Calitri, quello di Franca. Ho un piccolo seme piantato in ciascuno di questi paesini disseminati su queste alture impervie, ma fertili. Mi volto d’improvviso, alzando, poi, lo sguardo di fronte a me. Questi luoghi mi sono così familiari che non posso non pensare che in una vita passata li abbia abitati. In fondo li riconosco istintivamente, emotivamente, a pelle, e a naso. Tutto mi è familiare, i colori, i panorami, gli odori e d’istinto mi accorgo di sentirmi a casa, accolto in un abbraccio tenero, tipico di una madre premurosa, che teme la partenza del figlio, che non vuole che vada, che gli da cibo in abbondanza per legarlo a se, per sempre.
Ho alzato lo sguardo ed ho guardato verso Sud, attraversando con la vista un terreno all’apparenza brullo, privo di vegetazione da fusto. Qui sotto c’è Morra De Sanctis, e li più avanti, sulla sinistra c’è il lago di Conza. E ancora Lioni, Teora, Materdomini, Calabritto, poi lo sguardo si alza verso l’imponenza austera dell’Appennino. È la magnificenza del massiccio dei Monti Picentini, un massiccio immenso, ricco di acqua e di fitta vegetazione, che divide la terra irpina da quella salernitana.
(Inedito da: La Gente della Terra di Mezzo, di Giuseppe Tecce)

Approdi D’autore

Ed eccoci in dirittura d’arrivo. Sono tra i 20 finalisti del prestigioso premio letterario “Approdi D’Autore”, che ci vedrà schierati sabato 6 Luglio nella bellissima cornice di Forio d’Ischia. In bocca al lupo a tutti e vinca il migliore.

L’amore per la Terra

C’era un tempo in cui vivevo in simbiosi con la mia bicicletta. Era il tempo in cui mi allungavo in lunghe escursioni, seguendo la direttrice della via Appia Antica, tra Benevento e l’Alta Irpinia. In quel tempo scorrazzavo lungo quel pezzo di Appennino Centro Meridionale che è conosciuto con il nome di Formicoso.
Era il tempo in cui prendevo appunti di viaggio, che poi sarebbero diventati un libro “L’agente della Terra di Mezzo”, che racconta i lati più intimi della terra Irpina. Oggi, a distanza di anni, quella terra mi ha accolto, ed io trascorro qui le mie giornate, nel bellissimo centro di Sturno, tra mille progetti e l’amore per questa terra, selvaggia e miracolosa, misteriosa e magica. Sono diventato uno scrittore, viaggio molto, ma ritengo, con fermezza, che “L’agente della Terra di Mezzo”, sia il libro che ogni Irpino debba tenere nella propria biblioteca, per piccola o grande che sia.

https://amzn.eu/d/03qjcQ3Z

La Gente della Terra di Mezzo

“Quando si zappa e quando si pota, non tengo ziani e non tengo nipoti, quando è tempo di vendemmià, ziani di qua e nipoti di là”.
Mi ci sono seduto sopra. È l’Appennino, appuntito ed aspro, con i suoi sali e scendi, bello e mitologico, popolato di personaggi fiabeschi, abiti colorati, streghe, maoni, Janare, e tutte le bestie conosciute e sconosciute. Dalle cime dei monti godi panorami che ti fanno immaginare immortale. Nel fondo delle valli, mandrie di vacche podoliche migrano verso pascoli più verdi, dove gli steli d’erba si fanno poesia, e le dentature, straziate, stringono radici tirate a forza di strattoni dal terreno duro del cammino. Escrementi di bovino diventano secchi ripari per insetti, neri come la merda, corazzati come i Leopard, che non si fanno acchiappare, nemmeno se ti ci tuffi sopra. Ranocchiette verdi saltano veloci dentro a ciò che resta di uno stagno. L’odore acre della melma mi sale al naso causando reminiscenze antiche, di muschio e fango: è il petricore.
(Inedito da “La Gente della Terra di Mezzo”)

19 giugno 2024

Ho pensato molto prima di scrivere questo post, ma credo che sia un dovere civico, proprio di ogni buon cittadino, quello di menzionare ciò che è accaduto oggi. Si tratta di una data storica in negativo. L’approvazione della Legge sull’autonomia differenziata segnerà la separazione netta tra due italie, quella ricca che ha tutto, intendendo per tutto i beni materiali, i soldi, la capacità di acquisto e di negoziazione, e un’Italia di serie b, quella che di materiale non ha nulla, ma ha l’anima, la sensibilità per accorgersi, finalmente, di essere stata ancora una volta frodata. La mia posizione di cittadino, non solo del Sud, ma di un’area interna del Sud, mi fa comprendere bene la devastazione che deriverà da questa scelta scellerata. Le ASL, che già ora fanno fatica a sostenere le spese per la sanità, crolleranno. Già oggi per fare un’analisi con la mutua, devi avere l’accortezza di farla nei primi 7 giorni del mese, perché già dall’ottavo i budget sono esauriti. Cosa sarà senza più nemmeno i trasferimenti statali? E cosa succederà nel campo degli ospedali, dove i medici delle regioni ricche saranno pagati molto di più di quelli delle altre? Ci sarà una corsa, come nel calcio, ad accaparrarsi i dottori migliori? E lo stesso varrà in tutti gli altri campi della res publica e tutto ciò avrà necessariamente ripercussioni sulle attività private. Ma, mi chiedo, in una siffatta Italia, hanno calcolato gli scienziati della lega, che tantissimi meridionali emigreranno verso il nord? Hanno calcolato il peso dello spopolamento delle nostre regioni quanto peserà sulla loro economia, considerando che noi siamo da decenni il mercato naturale di sbocco delle loro merci? E cosa accadrebbe se il sud si riorganizzasse per non acquistare più beni e servizi del nord? Credo che lega non abbia fatto bene i propri conti e soprattutto non li hanno fatti tutti quei leghisti del sud, che pur di accaparrarsi un posto in prima fila si sono messi a difendere degli interessi indifendibili. I leghisti del sud sono i più meschini, e non da meno sono tutti i parlamentari del sud che hanno votato a favore, pur vestendosi da vittime quando tornano nei loro territori e protestano perché l’ospedale di montagna non ha neppure più i soldi per fare una medicazione. Ma i più meschini di tutti sono tutti coloro che non votano, quelli che delegano agli altri il compito di decidere, che da ora non avranno più nessun diritto di lamentarsi se a scuola mancheranno anche le sedie o se al pronto soccorso mancheranno medici ed infermieri. Spero solo che il Sud per una buona volta si svegli, perché ad essere inculati sia abituati, ma quella che è stata fatta oggi è la più grande truffa fatta ai danni del sud.

Giorni di poesia

Come stai? Molto bene!
Ho preso la macchina, sono andato in ufficio!
Il caffè al solito bar
Ho fame, pranzo
Ho sete, bevo
Ho sonno, dormo
Le sigarette, il vino, le donne, il gioco!
Ho un cavallo,
L’ho bardato,
Domani parto!

Nella foto: il famoso editore Pietro Graus, Tramonti Occidentali , ed un vino esclusivo, il Madro delle cantine Ifalco_vini di Paternopoli.

L’UNICA CALDAIA ROMANA AL MONDO


Una scoperta straordinaria, unica al mondo, che si trova negli scavi della Villa Della Pisanella a Boscoreale.
La Villa della Pisanella, situata nella campagna romana di Boscoreale (Napoli), costituisce uno dei tanti insediamenti produttivi che, in epoca romana, erano sparsi nei sobborghi settentrionali di Pompei. Purtroppo questi insediamenti, salvo rari casi, non sono stati oggetto di scavi sistematici, ma solo esplorazioni parziali. Questi scavi rapidi, effettuati senza alcuna sistematica scientifica, avevano l’obiettivo di recuperare preziosi reperti oggi sparsi in vari musei del mondo.
Le prime testimonianze della Villa Della Pisanella risalgono al novembre 1868, quando Modestino Pulzella, ripercorrendo le fondamenta di un muro, trovò alcune strutture murarie preesistenti. Continuando gli scavi, sono stati trovati alcuni mosaici. Gli scavi si sono poi dovuti fermare perché il proprietario del terreno vicino, Vincenzo De Prisco, ha evidenziato il pericolo di danni al suo terreno. Solo nel settembre 1894 furono ripresi gli scavi, che continuarono fino al giugno 1895. Questa volta proprio per iniziativa di De Prisco che, evidentemente, non temeva più “danni. ” Ecco come è venuto alla luce il famoso “Tesoro di Boscoreale”, venduto sensazionalmente all’estero a causa di un fallimento della legislazione a tutela del patrimonio culturale. Ci fu un’altra interruzione, che durò circa un anno, prima che gli scavi riprendessero nel maggio 1896. Così vennero alla luce le terme romane e la caldaia, trovate intatte, con tutte le loro tubature. De Prisco ha poi effettuato il restauro di parte della villa, trasformandola in una sorta di museo (prima che si decidesse di riseppellirla). Ed è proprio durante la vita del “Museo De Prisco” che i Fratelli Alinari hanno avuto la possibilità di scattare questa straordinaria foto.
La caldaia era dotata di veri rubinetti per regolare il flusso dell’acqua. Le valvole erano di tipo maschile: il cilindro superiore è stato poi inserito nel corpo della valvola e, perforandolo, ha chiuso e aperto il flusso d’acqua con una rotazione di 90 gradi. La produzione di questo tipo di meccanismi da parte della Collegia Fabrorum doveva rispettare norme precise, analoghe a quelle definite oggi dall’UE, che conosciamo attraverso il lavoro di Frontinus: De aquae ductu urbis Romae.
La caldaia e i tubi erano in piombo ma le valvole erano in bronzo e fuse in un unico blocco utilizzando stampi. Il collegamento con i tubi di piombo è stato realizzato tramite saldatura. Invece della fiamma ossidrica, sono state utilizzate piccole barre a punta piatta (un tipo di cacciavite), le cui punte erano state riscaldate a caldo grazie all’uso di fucine portatili. Inoltre, è stato utilizzato un filo saldatore con lega di piombo al 70%. Per il flusso (prodotto che favorisce la distribuzione del nuovo metallo sulla superficie da saldare, proteggendolo dall’ossidazione) è stata probabilmente utilizzata la resina di pino.
Per quanto riguarda l’attuale ubicazione della caldera, grazie alle informazioni fornite dal Nobile Di Castroreale, è noto che è conservata nella sezione tecnologica del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN). Sezione in fase di ristrutturazione e non aperta al pubblico.

Fotografia: fratelli Alinari.

Manuale D’amore

Tutte le cose sono state create per essere amate. Quest’albero è stato creato e mandato sul pianeta per essere amato, e lo stesso vale per le pietre che ne delimitano l’aiuola, per il terreno che lo sostiene, senza contare poi tutti gli esseri che lo abitano e che da esso ne traggono forza e sostanza. Tutto ciò che era animato ed inanimato in quel micro universo, era degno e necessitava di amore. Luisa si era dapprima fermata e poi accovacciata, accanto all’albero che si ergeva, solitario, al centro del marciapiede che costeggiava la larga strada nella periferia sud di Napoli. Il puzzo dei gas di scarico saturava l’aria ed era nauseabondo, mischiandosi con i miasmi che salivano dalla griglia di una fogna che era poco più avanti. Luisa non ci faceva caso, lei era abituata a quell’odore forte ed acre, che riempiva le narici, attraversava i seni nasali e stringeva la gola in una morsa, che talvolta la induceva a tossire. Una volta accovacciatasi, in quell’universo vi era entrata di diritto, da umile spettatrice e mai interferendo con esso, se non come osservatore.

Eppure Luisa, acuta studiosa ed osservatrice della realtà, conosceva bene la teoria dell’ osservatore nella meccanica quantistica che si riassumeva nella teoria del doppio taglio, attraverso i lavori di John Wheeler.

Quella teoria suggeriva che la realtà a livello quantistico non era definita fino a quando non veniva osservata. In altre parole, le particelle subatomiche potevano esistere in molti stati possibili contemporaneamente (una sovrapposizione di stati), ma quando veniva effettuata una misurazione, esse ‘sceglievano’ uno stato definitivo in cui esistere.

L’esperimento del doppio taglio dimostrava, per l’appunto, questo concetto in modo chiaro e nitido. Quando gli elettroni venivano sparati attraverso due fessure in direzione di uno schermo, essi creavano un modello di interferenza che faceva supporre che ogni particella passasse attraverso entrambe le fessure contemporaneamente, comportandosi come un’onda. Tuttavia, se si poneva un dispositivo di misurazione per osservare attraverso quale delle due fessure passasse la particella, queste ultime smettevano di creare un modello di interferenza e si comportavano come particelle classiche, passando attraverso una fessura o attraverso l’altra, ma non da entrambe.

Luisa interpretava ciò rifacendosi alla massima di Protagora, secondo cui l’uomo era la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono, e alla massima del Daishonin, che faceva riferimento all’esistenza di “tremila regni” in ogni istante di vita. In entrambi i casi la sostanza della realtà non mutava, secondo l’aspetto di Luisa: l’uomo costruiva il proprio percorso di vita attraverso le migliaia di scelte cui era costretto a sottoporsi in ogni singolo istante della propria esistenza. Nulla era affidato al caso o al destino, tutto era minuziosamente costruito attraverso un lavorio incessante di scelte consapevoli o meno.
(Inedito, dal mio “Manuale D’Amore”)

La Mefite

Finalmente trovo l’ennesimo cartello, fatto di legno, consumato dal tempo, sul quale a malapena si legge: “Mefite”, con una freccia che ne indica la direzione. La vegetazione si è fatta più fitta e tutto intorno al cartello ci sono dei cespugli, probabilmente di mirti e di rosa canina. Seguo la direzione della freccia, si deve imboccare una strada laterale rispetto a quella che stavo percorrendo. La via si fa ancora più sconnessa, e l’asfalto scompare del tutto. Davanti a me c’è una larga striscia di terreno battuto, delimitata sul lato sinistro da una staccionata in legno, che indica l’unico percorso percorribile. A ondate mi arriva al naso un odore nauseabondo di zolfo, capisco di essere arrivato nel luogo sacro. La staccionata finisce in uno slargo, anch’esso in terra battuta, e sembra quasi che si sia fatto di tutto per evitare che le persone giungessero fin quaggiù.
Subito dietro la staccionata svetta un palo con un cartello dalle dimensioni più grandi rispetto agli altri. Mi avvicino, c’è una scritta grande, ma in parte consumata dagli agenti atmosferici. Mi avvicino e leggo: “ESALAZIONI PERICOLOSE, VIETATO AVVICINARSI ALL’AREA CIRCOSTANTE IL LAGO”.
Be’ in effetti il vento soffia in direzioni variabili, dapprima verso il fondo della valle, portando aria pulita e ossigenata, poi, d’improvviso, in direzione opposta portando su, fino allo spiazzo, gli effluvi benefici e letali nello stesso tempo. Poggio la bicicletta alla staccionata, mi fermo a fotografarla. È bellissima e si staglia nitida rispetto alle bellezze naturalistiche della vallata circostante. Arrivo là dove la strada sterrata forma un altro slargo, mi avvicino ancora alla staccionata e vedo, proprio sotto di me, il laghetto della Mefite. In effetti, come è normale che sia di questi tempi, la mancanza di acqua fa sembrare quel luogo più una pozzanghera che un laghetto. Vedo chiaramente un foro nel terreno, tutto intorno la vegetazione è quasi completamente assente, e la terra assume sfumature diverse che vanno dal colore della sabbia, al giallo ocra, colori sicuramente determinati dalla presenza di zolfo. C’è un silenzio tutt’intorno che gioisce e spaventa nello stesso tempo, dal fondo del cratere si intravede un fiume di acqua che scorre sotterraneo, e si ode il ribollire tipico delle zone in cui vi è un’attività geotermica così forte. Il vento, amico fino a quel momento, visto che spirava dalle mie spalle in direzione della valle, cambia d’improvviso direzione portando verso di me una zaffata di odore acre e solforoso. Lo respiro, e il naso inizia a bruciarmi terribilmente. Sembra quasi che una sostanza causticante sia entrata in contatto con le mucose, rendendo dolorante tutta la parte interna del naso fino alla faringe, e capisco, ben presto, chi comandi da queste parti. La dea Mefite ha rimesso le cose al loro posto e ha fatto capitare a quello straniero visitatore, fin troppo ardito da pensare di avvicinarsi ancora al laghetto nonostante gli avvisi dei cartelli circostanti, un piccolo assaggio della sua potenza, dei suoi poteri donati da madre natura.
Mi copro immediatamente il naso e la bocca con la mano e mi porto un lembo della t-shirt dinanzi a esse. Mi allontano, le mucose bruciano, mi fermo in un posto più sicuro, e comincio a soffiare dal naso e a sputare quel sapore di zolfo che è rimasto imprigionato dentro di me. Capisco che è tempo di andare, riprendo la bici, e proseguo lungo quella stessa strada che mi aveva portato lì, fino al fondo della valle. Ora non scende più, ma sale. Vedo sulla sommità della collina che mi sovrasta delle pale eoliche, sono le stesse che ho attraversato nel percorso di andata. Prendo una stradina laterale, particolarmente scoscesa e rapidamente mi porto sotto di esse. Sono bellissime mentre girano nel silenzio e dominano l’intera vallata d’Ansanto. C’è un unico cespuglio sotto di loro, rigoglioso di foglioline e di calici rossi. È una rosa canina. Appoggio la bici delicatamente sul terreno e mi siedo accanto alla rosa a godere dell’impareggiabile bellezza della natura di questo angolo d’Irpinia.
(da L’agente della Terra di Mezzo)