La neve di Mosca

Ero a Mosca già da un po di giorni. Credo di essere arrivato intorno al 29 di dicembre, carico di vestiti pesanti. Avevo sentito parlare, ed avevo letto tanto, dell’inverno russo, ma non lo avevo mai toccato con mano prima di allora. Nonostante ciò il mio abbigliamento ordinario era piuttosto inadatto al clima ed era costituito, solitamente, da un paio di jeans indossati sopra ad una calzamaglia, un maglione indossato sopra ad una camicia, un giubbotto tipo moncler, che arrivava poco sopra alle ginocchia e ai piedi un paio di Timberland, quelle a collo alto. Nei primi giorni sembrava che fossi stato catapultato in un mondo da fiaba: il freddo, la neve, le bevande calde, la vodka. Tutto sembrava maledettamente romantico. 

La prima cosa che feci, pochi giorni dopo il mio arrivo, fu comperare un termometro da esterno, uno di quelli dotati di una ventosa, che utilizzai per attaccare alla parte esterna della finestra. Passavo le ore a guardare quel termometro, sospeso alla finestra che dava sull’incrocio tra Molodogvardeskaya e Yartsevskaya ulitsa. 

Dalla stanza accanto sentivo ogni tanto dei rumori. Era Zoia, la nostra coinquilina, che dalla sua stanza strisciava verso la cucina o verso il bagno, stanze comuni, poste in fondo al corridoio. In quell’epoca Zoia era già vecchia. Era una donna sdentata, dall’aspetto burbero, dall’animo litigioso, che alzava spesso il gomito. La vedevo ogni tanto in cucina pasticciare con la farina, le patate e poco altro. Credo preparasse pelmeni, una sorta di ravioli ripieni di patate schiacciate e cipolle. Poi la vedevo aggirarsi per il corridoio come un fantasma, brontolando parole incomprensibili. 

Ma torniamo al termometro: passavo le ore a guardarlo. Credo che fosse il mio passatempo preferito a quel tempo, insieme alle canzoni di Celentano e Mina che spopolavano sulle radio russe. La mattina appena sveglio andavo a controllarlo; dava una temperatura più o meno costante, che si attestava intorno ai meno trenta gradi. Durante le brevi giornate, la temperatura saliva un po’, con delle massime che potevano raggiungere anche i meno sedici, ma in genere erano più basse. Nonostante ciò in casa si stava benissimo. Le abitazioni erano costruite con tecniche tali da poter resistere al freddo estremo. I termosifoni erano sempre bollenti e non si potevano spegnere mai. Le uniche possibilità che si avevano per scampare al caldo fortissimo dell’interno, erano: restare in mutande e canottiera, come si fa al mare, nelle giornate più calde delle nostre estati, oppure aprire le due botole create nei doppi infissi della finestra, per far entrare finalmente aria fresca. Così si arrivava all’assurdo, che mentre fuori le temperature scendevano anche a meno trentacinque gradi, bisognava dormire con la finestrina aperta per sopportare il caldo allucinante all’interno. 

Durante il giorno il freddo si avvertiva di meno, perché si scendeva con Fatima, per fare servizi in giro, e quando si andava in giro si macinavano chilometri, e il freddo, come per magia scompariva. Però mi piaceva guardare il mondo dal vetro di quella finestra, e il mondo che mi appariva, era un mondo in fermento. La strada era sempre trafficata, la neve cadeva in continuazione. Gli spazzaneve non facevano in tempo a passare che nel giro di pochi minuti si depositavano altre decine di centimetri di neve. Le mamme non si lasciavano intimidire, né dal freddo, né dalla neve, e ne vedevo tante che, indossando tute da neve, portavano i propri bambini, anche neonati, avvolti in tute termiche, legati su slittini che trainavano con delle corde che tenevano legate strette in vita. Di sera, andavamo spesso da Nagoya, il ristorante giapponese vicino casa, dove ti servivano il sakè caldo che scaldava amina e corpo. Poi si tornava a casa cantando canzoni russe, delle quali storpiavo le parole. 

Credo che fosse pressappoco la metà di gennaio, quando una mattina, intorno alle 9, scendemmo di casa per andare al consolato italiano. Fatima doveva sbrigare delle pratiche burocratiche per ottenere il visto per l’ingresso in Italia. Come al solito indossai il consueto abbigliamento, la calzamaglia blu, il jeans, la camicia, il maglione di lana, le timberland, i capello di finta lana, la sciarpa ed uscimmo di casa. Dopo una ventina di minuti di metropolitana, arrivammo nei pressi del consolato, sito in una bella palazzina in stile liberty, sulle sponde del fiume Moskva, che, per l’occasione, era completamente ghiacciato. La temperatura si aggirava intorno ai meno venti e fummo costretti a metterci in fila all’esterno per poter accedere al consolato. C’era una coda ordinatissima di almeno 30 metri, con uomini e donne composti, ben attrezzati con pellicce, montoni, colbacchi e scalda mani in pelle di castoro. Mi misi in fila, rispettando le priorità di chi stava davanti. La fila scorreva molto lentamente, ed ero in coda già da almeno un’ora quando avvertii una strana sensazione. Dalla base dei piedi, uno strano calore cominciò a risalire verso l’alto, arrivando ai polpacci, a quadricipiti, alle anche, all’addome e poi ancora più su fino al torace. Una sensazione di strano calore che non avevo mai avvertito prima di allora e che mi mise in allarme. Avvertivo l’ansia che saliva di pari passo con quello strano calore, fino a quando non potendo più trattenerla mi misi a correre in direzione del consolato, inseguito da Fatima preoccupata per quell’insolita manifestazione. Scavalcata la fila, arrivato alla porta d’ingresso, mi misi a battere con le mani intorpidite dal freddo sul legno scuro, urlando, contemporaneamente, il bisogno di dover entrare: “Aprite, aprite, sono un italiano. Dovete farmi entrare, perché sono un italiano e sto morendo”. 

Due carabinieri che erano di guardia, si affrettarono ad aprire, trovandosi di fronte la scena di me che urlavo a squarciagola e che imploravo aiuto e Fatima dietro che non si era nemmeno scomposta più di tanto per l’accaduto. Ci fecero entrare immediatamente, e mi avvolsero in una di quelle coperte termiche che si vedono ogni tanto in televisione. Mi fecero accomodare in una bella sala, rivestita di legno scuro, portandomi una tazza di cioccolata calda e subito dopo una tazza di the caldo. Sentivo la vita che, lentamente, ritornava in me. Quello strano calore piano piano svaniva, mentre mi accomodavo al caldo tepore di una casa italiana nel cuore di Mosca. Intanto Fatima, approfittando dell’accaduto, salì al piano di sopra per espletare le pratiche necessarie per il visto. Uscito dal consolato ripiombai al freddo più assoluto e contrattai con un tassista abusivo, dei quali Mosca era piena, la cifra di 20 euro per farmi percorrere in macchina i duecento metri che ci separavano dall’imbocco della metropolitana. Scesi, gli diedi i venti euro, era contento. Io di più. 

I Neandertal di Frigento

Ogni tanto mi concedo una passeggiata meditativa in mezzo alla natura.
Così oggi scopro che sotto Frigento c’è un sentiero, debitamente segnalato, che porta a degli antichi insegnamenti preistorici. Che il luogo fosse abitato sin dall’antichità lo sapevo, come testimonia, in zona, la presenza dei resti del tempio della Dea Mefite, ma non pensavo di trovarne tracce nei luoghi che percorro ogni giorno, senza averci fatto caso.
Il cartello recita così:
“In questa località, sopra e sotto la strada, ricerche geoarcheologiche svolte nel 2006-08 hanno permesso di definire la presenza e l’età di alcune occupazioni paleolitiche, o dell’età antica della pietra.
Molte altre, non datate, sono documentate a Frigento e nei comuni limitrofi.
Sopra e lungo la strada, in località Pretaliscia/Pietraliscia, i terreni che ricoprono il versante racchiudono strati riferibili a due principali capitoli dell’età paleolitica, datati mediante la stratigrafia dei livelli vulcanici e dei “paleosuoli”: occupazioni di 105-100 000 anni fa con tracce di carbone di legna, dovute a gruppi paleolitici dell’Ultimo Interglaciale (questi uomini dovevano avere anatomia neandertaliana); e indizi di accampamenti “epigravettiani” di circa 15-12 000 anni fa, al termine dell’Ultimo Glaciale e ormai all’epilogo dei tempi paleolitici. Una sezione stratigrafica dimostrativa è presentata in figura.
L’attiva frequentazione da parte di cacciatori-raccoglitori epigravettiani è altresì rivelata da un sito sotto la strada in località Pila.
Una forte impronta culturale locale è riconoscibile nei manufatti di pietra scheggiata.
Queste testimonianze rigorosamente esaminate e datate contribuiscono a illustrare le origini del popolamento irpino e appenninico.
Attratti dalle utili rocce locali (“pietra di Frigento”), nonché dalla visuale preziosa e dall’acqua, gruppi paleolitici hanno frequentato questa collina e i dintorni in innumerevoli momenti dell’ultimo mezzo milione di anni, se non prima. Lo suggeriscono i ritrovamenti di superficie dovuti a ricognizioni metodiche; c’è indizio di resti scheletrici umani fossili da Frigento città.
Le manifestazioni più originali di questa lunghissima e remota storia sono tuttora allo studio.”

Vengo da 2000 anni di storia

Vengo da 2000 anni di storia 

Ma ancora non lo sai. 

Ho una bicicletta verde opaco

E con lei attraverso 

Campi sconfinanti 

Dai paesaggi mistici

E dai colori sgargianti

Il Sud mi aspetta 

Il Sud è qui, 

Dentro di me, 

Avvolto dal mediterraneo

Come avvolto può essere

Un pezzo di pane giallo

O una bistecca di casertana

In un pezzo di carta kraft

Color avana . 

Il Sud è racchiuso in una preghiera

Un lento salmodiare sul finire del giorno

Proveniente da una chiesa messa su uno scoglio

A picco sul mare

Ingiallita dai ricordi, 

Falciata dalla salsedine. 

Il Sud è il volo di un gabbiano

Che dalla rupe Marina

Arriva fino alla cima dell’ Appennino 

Silenzioso come il vento, 

Navigatore esperto dei cieli del mattino. 

Sento il frusciare del vento

Il solletico degli insetti

Che mi attraversano il volto

Quando corro sulla mia bicicletta. 

Le donne mi salutano da lontano

Piegate nei campi

Sotto al sole cocente. 

L’amore è fatto per le giovani

È un ricordo lontano

Che a volte ritorna

Come ritorna il treno

Dai vagoni arrugginiti, 

Che una volta era partito da Sapri

Per andare non si sa dove. 

Ho 2000 anni di storia

E me li sento addosso

Come un maglione intriso di sudore

Come l’odore pungente delle cipolle

Quando mia nonna prepara il soffritto. 

Ho 2000 anni di storia

E me ne vanto! 

Esoterismo e Neopaganesimo in Ljuba senza scarpe

Le regole del ciclista

Sono uscito in bici, mi trovo a Mirabella Eclano, una lunga salita mi ha portato qui, è l’inizio dell’alta Irpinia, secondo alcuni dell’altra Irpinia.
Una donna grida: “Iesc a’lla!”. Attira la mia attenzione. Mi fermo, guardo la scena. No, no, non è una donna musulmana, ma una contadina che intima alla propria figlia di spostarsi.
Qui il dialetto è figlio di una stratificazione di culture e di un isolamento atavico, che risale a quando fu deviata la via Appia antica, che ha tagliato l’alta Irpinia fuori dalle rotte commerciali e dagli appetiti dei ricchi commercianti.
È qui che incrocio il primo ciclista, come me, vestito da ciclista, spalle dritte, testa alta. Alza una mano: “Salve collega!”.
È il primo di una piccola schiera di ciclisti, che erano stati di poco distanziati. Uno alla volta, come su un carillon, sfilano dinanzi a me in direzione opposta e in sequenza, alzando la mano: buongiorno, salve, m buongiorno, salve, salve, buongiorno.
La prima regola del ciclista è salutare sempre gli altri ciclisti. Loro, come te, sostengono uno sforzo che agli altri è
sconosciuto.
Alzo la mano con religioso rispetto e strozzati in gola si fermano sei “buongiorno”.
La seconda regola del ciclista è che se sei in discesa saluta pure affettuosamente, ma se sei in salita saluta solo con un cenno della mano, il collega capirà le motivazioni.
Proseguo la mia strada, ancora salita, mi trovo a un bivio: a sinistra strada dritta e pianeggiante, direzione Grottaminarda, a destra ancora salita, è l’appia antica, che attraversa il territorio di Fontanarosa per inerpicarsi su su fino a Frigento e poi sul Formicoso. Ovviamente svolto a destra, le
pianure non mi sono mai piaciute.
Lentamente mi trovo a passare davanti a una massaria, il padrone di casa, è seduto sul bordo di un antico abbeveratoio per buoi, e grida: “Hai bisogno di acqua”. Sorrido, mi fermo, accetto l’invito, e riempio la mia borraccia di acqua freddissima. È l’acqua dei Monti Picentini. Scambiamo due
chiacchiere.
La terza regola del ciclista è che bisogna mostrare benevolenza e rispetto per i contadini locali, veri custodi del territorio: loro spesso sono i padroni di feroci molossi che hanno la passione per rincorrere e azzannare i ciclisti.
(Da “L’agente della Terra di Mezzo, edito da Bookabook edizioni)
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Per un perduto amor

Fabrizio guidava senza una meta, quella sera. L’aria pungente dell’inverno invocava pietà a chi cercava riparo dal vento gelido che sferzava i visi temerari dei pedoni. Aveva preferito stare in macchina, girovagare come faceva di solito quando l’umore era stanco, brutto, e di restarsene a casa non aveva nessuna voglia. La routine era sempre quella: musica a palla, passo lento, piede leggero e nessuna meta. In quelle occasioni era accaduto, in passato, di essersi ritrovato finanche in Puglia. Lui sosteneva che la macchina andasse da sé e che il viaggiare lento, accompagnato dalla musica, gli permettesse di accordare i pensieri, di sintonizzarli su vibrazioni più alte. 

Quella sera aveva litigato per l’ennesima volta con Marilena. Ultimamente proprio non si capivano. Sembravano due bambini capricciosi, che, proprio, non riuscivano ad acchiapparsi. Più posato lui, più sbarazzina lei, tutto lavoro, amici e aperitivi lunghi. L’intesa si era affievolita, rimanendo pur sempre forte. I legami del cuore sono duri a morire; ti fanno soffrire, contorcere le budella, schiumare dalla bocca, restare insonni per intere notti, ma restano saldi, solidi, arpionati al cuore, seppure smossi dalla tormenta. 

Era seduto in macchina, quella sera,  ascoltando una canzone:

“Certo ci fu qualche tempesta

Anni d’amore alla follia

Mille volte tu dicesti basta

Mille volte io me ne andai via

Ed ogni mobile ricorda

In questa stanza senza culla

I lampi dei vecchi contrasti

Non c’era più una cosa giusta

Avevi perso il tuo calore

Ed io la febbre di conquista

Mio amore mio dolce meraviglioso amore

Dall’alba chiara finché il giorno muore

Ti amo ancora sai ti amo”

Gli occhi gonfi non gli permettevano di vedere più la strada, ma come in un film gli passò davanti tutta la loro storia, che la sua mente aveva racchiuso in un minuto o poco più. 

Il bello fu che, quella volta, la storia non la vide dal suo punto di vista, ma da quello di lei. Era come se fosse entrato dentro di lei, toccando con mano la sofferenza e la delusione che la devastavano. Vide tutto quello che lei aveva fatto per lui. Sentì il peso che si era caricata su di lei, la solitudine e la responsabilità di un figlio. Percepì la rabbia e la sua voglia di amare, ma anche un senso inspiegabile di rivalsa. Aveva visto se stesso, attraverso suoi occhi, e si era osservato mentre si atteggiava da padre e non da suo uomo. A tal riguardo, però, pensò, per essere in pace con la propria coscienza, che su quel comportamento, avesse giocato un ruolo importante la sua maggiore età ed esperienza, per cui quando l’aveva vista fare qualcosa di non corretto, aveva cercato di proteggerla e di evitarle inutili sofferenze, dimentico del fatto che tutti esseri umani sono fatti per sbagliare e per imparare dai propri errori. 

Non capiva come tutto ciò gli fosse accaduto, cosa avesse stimolato le corde più profonde del suo io, ma era accaduto e si radicò sempre più forte in lui la convinzione che lei fosse una donna forte e speciale, uno scricciolo tosto, nonostante tutte le sue fragilità, nonostante che si fosse chiusa a riccio per non far entrare più nessuna sofferenza. Quella chiusura, però, era avvenuta nel momento sbagliato, e se ne dispiacque. Tanti pensieri gli passarono per la testa: solo una settimana prima le aveva chiesto di andare a vivere insieme. Lei era rimasta confusa: chissà cosa le fosse passato per la mente, quale strano cortocircuito le si fosse attivato.

Lui, pronto a porre rimedio, tutt’al più, avrebbe potuto chiederle scusa per le sofferenze che aveva potuto, involontariamente, arrecarle e non poteva  far altro che ringraziarla per tutto ciò che gli aveva donato, a cominciare dai sorrisi. Non aveva più paternali da fare, Fabrizio, era tornato in sintonia con se stesso ed era lì fermo sotto la pioggia battente, ad attendere un suo sì. 

Fabrizio si accorse che quella sera non avrebbe potuto scappare più lontano di così, nemmeno se avesse voluto. Non era la macchina a portarlo via, ma la verità che lo tratteneva lì, sospeso in quel groviglio di pensieri e pioggia. Era nudo davanti al peso delle sue mancanze.

C’era una domanda che continuava a tormentarlo: “Quando avevo smesso di ascoltarla?” Si rese conto che il loro allontanamento non era stato il frutto di un evento improvviso, ma una lenta erosione. Incomprensioni, parole non dette, silenzi, avevano scavato un solco tra di loro.

Però, ascoltando quella canzone, rivedendo con occhi puri il passato, qualcosa si era rotto. Non aveva più dolore, ma consapevolezza: il loro legame sarebbe stato solido.

Decise che non poteva restarsene immobile. Abbassò il volume della musica, spense il motore e aprì la portiera. L’aria fredda lo investì in pieno. Si trovò a camminare sotto la pioggia, senza nemmeno sapere dove stesse andando. Aveva bisogno di sentire il terreno sotto ai piedi, la pioggia sul suo viso.

Arrivò sotto casa di Marilena senza nemmeno accorgersene. La sua figura gli apparve sfuocata dietro la finestra, illuminata solo da una luce calda alle spalle. Fabrizio sentì il cuore accelerare, avvolto dalla speranza, la stessa che lo aveva spinto fino a lì. Si fermò per un attimo, osservando quella scena e capì che non sarebbe bastato chiederle scusa, né tantomeno delle vane promesse di cambiamento. Doveva dimostrare che, quella volta, aveva davvero imparato.

Salì le scale con il battito che gli martellava le orecchie. Quando Marilena aprì la porta, sembrò sorpresa. Lui rimase lì, bagnato fradicio, senza parole. Poi, finalmente, parlò:

“Marilena, ho visto noi… come se fossi te. Ho sentito tutto, ogni ferita, ogni delusione che ti ho inflitto senza accorgermene. Non voglio darti altre promesse vuote, né dirti cosa dovremmo fare. Voglio solo che tu sappia che, qualunque cosa tu scelga, io sarò qui. Non come un padre, non come un giudice. Come il tuo uomo, se ancora me lo permetterai.”

Lei lo guardò; aveva gli occhi pieni di lacrime, che non erano di dolore. Era incredula e sorpresa per quella sincerità che aveva atteso per così tanto tempo. Non disse nulla, ma fece un passo verso di lui: il perdono, la paura, e quella scintilla che, nonostante tutto, ancora li teneva ancora insieme.

Ljuba senza scarpe

I nonni di Ljuba erano nati nei pressi della piccola cittadina di Sumperk, situata nella regione Ceca di Olomouc, a sua volta appartenente alla regione storica della Moravia, la cui capitale, Brno brillava, ai loro occhi, come una capitale lontana e sconosciuta.
La modesta famiglia ebrea di origini russe viveva di agricoltura e di allevamento, in una “venkovsky dum “, che chiamavano semplicemente “dacia”, in memoria delle proprie origini russe. La dacia, ossia la casa di campagna, null’altro era se non una bassa costruzione in legno, piuttosto fatiscente e ben poco manutenuta, rivestita di assi di legno piegate dal tempo , quasi interamente avvolte dai licheni, e con un tetto spiovente , tipico delle costruzioni dell’Europa centrale, atto a far scivolare giù le grandi quantità di neve che cadevano durante i lunghi inverni. In compenso, durante le brevi, ma torride estati, erano avvolti dal verde profumo dei boschi dei Monti Iser, cullati dal rumore lento dello scorrere del fiume Desná.
L’avvento del nazismo , aveva trovato adepti anche in quella terra lontana da ogni modernità e ben presto, sotto la pressione di solerti soldatini, attivi aguzzini degli ebrei locali, decisero di rispolverare le antiche origini e di tornare nella città dei loro avi.
Prima ancora che le leggi razziali frenassero ogni loro velleità di libertà, riuscirono finanche a vendere la fattoria e con un lungo viaggio attraversarono la Polonia, ed entrarono nel territorio dell’immensa Unione Sovietica, terminando il lungo cammino nella cittadina di Zheleznogorsk, all’epoca poco più che un villaggio di campagna, nell’oblast di Kursk.
Li, ricongiuntisi con la famiglia d’origine, acquistarono una dacia , non dissimile da quella che avevano lasciato , vivendo appieno l’epoca sovietica che avanzava piena di speranze e di promesse di modernità.
(Tratto da “Ljuba senza scarpe”, Graus Edizioni)

Ian Anderson a Zungoli

I passi sul sentiero della vita a volte sono morbidi e leggeri talvolta sono duri come pietre, o turbolenti come il fianco spoglio del monte, travolto da una frana. Bouree era nell’aria, Ian Anderson era attaccato al flauto traverso e me lo immaginavo con il ginocchio sollevato e con la gamba piegata verso il basso, fin quasi a toccarsi il polpaccio. Ero in auto sulla Napoli Bari, nel tratto tra Grottaminarda e Vallata, e dall’autoradio si spandevano, a palla, le gesta erotiche di immagini immaginate tra le musiche dei Jetro Tull, che risuonavano per le valli circostanti, risalendo lungo i crinali delle colline, fino a raggiungerne le sommità, sulle quali dormivano distesi, piccoli paesini che assomigliavano più a un presepe mesto che ai fasti del passato. Una stradina passava sotto al ponte alto dell’autostrada, tagliando come una lama sottile il terreno tra le colonne, come un filo di cotone che passava nella cruna di un ago, e risaliva lungo il costone della collina. Il sole, già basso delle quattro, di un dicembre freddo e piovoso, si rifletteva sull’asfalto della stradina, dileguandosi in mille cerchi arancioni, che sfumavano in tonalità calde, allargandosi attorno ad una macchia gialla al centro, che risaliva lungo tutto il corso della strada. Non c’era verso di evitarla, se non distogliendone lo sguardo, puntando gli occhi sui terreni arati circostanti. Riconobbi il paese in cui terminava quella striscia di asfalto. Era Zungoli, antico borgo irpino, oggi paese dì frontiera tra la Campania e la Puglia, un tempo via di comunicazione tra la via Appia e la via Traiana. Oggi la via Herculeia, che ottemperava proprio al suddetto compito, coincide esattamente con quella striscia di asfalto, che, ancora, mette in comunicazione l’Appia, che passa ad ovest, attraversando il Formicoso, con la Traiana, che taglia il percorso ad est, tirando dritto da Benevento fino Monopoli, passando dietro Ariano, tagliando in due Savignano e sfiorando Grieci.
Terre aspre e dure, terre cresciute in altezza e nemmeno più di tanto. Come panettoni afflosciati per metà, come lampi nel terreno, saette che attraversano gallerie, le terre d’altura sono state per secoli terre di pascolo e di caccia, luogo di incontro di mute di cani o falchi solitari, che al fischio concordato, tornavano al braccio del padrone, che restava guardingo sul cavallo. Federico II, da qui ci passava spesso. Era uno dei suoi terreni di caccia preferiti. Il promontorio che scorre alla mia destra è il Formicoso, altopiano brullo e ventoso, dove la caccia diventava arte venatoria, corso per la sopravvivenza, luogo in cui si incrociavano addestratori di cani e falconieri esperti. Il mite Federico, questa terra la percorreva in lungo e in largo, beandosi delle delizie della natura, riposando, infine, le sue membra stanche presso il castello di Bisaccia. Oggi, come allora, l’odore dell’origano selvatico, riempie le narici dei profumi delle terre a sud, delle terre di altura e di pascolo; terre abitate da pecore e cristiani, da lupi, tassi e scoiattoli. Terre brulle e amare, terre che o si odiano o si amano.

La bellezza è dentro di noi

Spesso cerchiamo la bellezza fuori di noi, negli oggetti, nei paesaggi, nelle persone. Eppure, la verità più profonda è che il bello sta dentro di noi. È nel nostro modo di vedere il mondo, nel coraggio con cui affrontiamo le sfide, nell’amore che riusciamo a donare, anche a chi non lo ricambia.
La bellezza sta nella gentilezza di un gesto, in un sorriso sincero, nella forza di un abbraccio. È nel bagliore che illumina i nostri occhi quando sogniamo, nei pensieri che scegliamo di nutrire e nelle emozioni che decidiamo di condividere.
Non c’è specchio che possa riflettere questa bellezza, perché risiede nel profondo: nel cuore che batte, nella mente che crea, nell’anima che si apre sul mondo.

Ah, Catullo

Leggere gli autori antichi è come fare un salto nel passato e dissetarsi alla loro fonte di infinita saggezza!
“Eterno, anima mia, senza ombre mi prometti questo nostro amore.
Mio dio, fa’ che prometta il vero e lo dica sinceramente, col cuore.
Potesse durare tutta la vita questo eterno giuramento d’amore.” (Catullo)