Il chianchiere di Nusco

Quante strade portano a Nusco, tutte diverse, ma tutte contorte allo stesso modo. Che si provenga da est o da ovest, bisogna arrampicarsi su per la collina, attraverso strade che sembrano serpenti sinuosi e sfuggenti.
Ettore, quelle strade, le percorreva ogni mattina, per aprire la bottega di famiglia, che si tramandava da generazioni. Ettore era il chianchiere di Nusco, anche se a Nusco non ci viveva più. Con più precisione Ettore viveva durante il giorno nella sua bottega, mentre di sera tornava a dormire nella casa che aveva acquisito con il matrimonio. Ettore aveva sposato Teresina, la figlia del barbiere di Teora, e proprio a Teora, nella piazza centrale aveva la sua casa, grande, ampia, luminosa, con lunghi balconi sovrastati da archi sorretti da colonne. La sua abitazione vista dall’esterno sembrava un palazzo di signorotti medievali, con richiami in pietra e grandi finestre dall’aspetto sinistro e gotico. Sul balcone lui ci stava d’estate, quando, di sera, tornato dal lavoro, si levava di dosso il fetore del sangue raffermo e sul balcone sorseggiava vini di ogni terra, sognando viaggi in lande lontane, dove lo aspettavano donne docili e sorridenti, dall’aspetto morbido e tondeggiante, come le donne di Botero. Ad Ettore la carne piaceva assai, soprattutto quella che stava addosso alle donne, che le forme gliele facevano immaginare fertili e propense ad essere amate. E quella carne proprio non se la toglieva dalla testa. Immaginava di sezionarne un pezzo, che so, magari un pezzo della pancia. Immaginava di inciderlo con un coltellaccio da macellaio, o con un bisturi, ed immaginava di osservarne gli strati di pelle, ben attaccati tra loro, che ricoprivano uno spesso strato di lardo. Il lardo, se lo immaginava bianco, candido come la neve, e nulla aveva a che fare con le miserie di un corpo umano. Sia ben inteso che quelle erano solo fantasie, malate se vogliamo, ma pur sempre fantasie erotiche provenienti dalla mente di una persona, che mai e poi mai, avrebbe fatto male ad alcuno, e men che meno ad una donna. Lui, Teresina non l’aveva mai tradita fisicamente, ma solo nella fantasia, con quelle donne rubiconde e spensierate, che non gli comportavano nessun impegno né dispendio di energie. Ettore di energie non ne aveva tante e non voleva spenderle, di certo, invano. Le poche che possedeva, se le voleva conservare per vivere una vita serena, almeno fino a novant’anni. Aveva calcolato, infatti, che spendendo il minor numero possibile di energie ogni giorno, avrebbe accumulato un surplus energetico, che, secondo alcuni suoi complessi calcoli, gli avrebbero permesso di superare agevolmente i novanta anni.
Ettore era un uomo saggio e previdente. All’epoca dei fatti, di anni, ne aveva già cinquantaquattro, ma, nonostante ciò, si era premurato di programmare il suo futuro più prossimo e quello più remoto. Lui e Teresina non avevano figli, e la cosa cominciava a pesargli. Aveva quattro nipoti e sperava che almeno uno di loro, figli di suoi fratelli, potesse portare avanti la tradizione di famiglia, assumendo le redini di quell’attività che si svolgeva senza soluzione di continuità da alcuni secoli. D’altra parte quale altro modo esisteva per poter sfidare il tempo ed i secoli, se non quello di tramandare un’identica attività di generazione in generazione a esseri umani della stessa discendenza genetica?
Quel nipote, Antonio, l’unico che sembrava avere una predisposizione per l’attività di chianchiere, se lo portava sempre in bottega. Antonio viveva a Torella dei Lombardi e a Nusco ci arrivava per altre vie. Gli piaceva attraversare i fitti boschi che crescevano rigogliosi proprio sul fondo della valle, alla quale si accedeva dalla stretta via che passava davanti al cimitero. Il bosco, poi, si inerpicava sulla collina di fronte e ricopriva con vegetazione fitta tutte le colline a seguire, fino ad arrivare poco sotto Nusco. Il bosco era cosi fitto che durante le estati, Antonio, di tanto in tanto si fermava sotto quelle fronde, in cerca di frescura e di ossigeno. Antonio, di anni ne aveva venticinque, all’epoca dei fatti. Era un ragazzo forte, robusto il giusto per essere adatto ad un lavoro che lo costringeva a restare in piedi per tutto il giorno. Aveva le scocche rosse su guance paffute, ricoperte di una peluria sottile e rada. Non aveva il volto da barba e nessuno, nella sua famiglia, aveva mai osato farsela crescere. “La barba è per i Signori”, diceva il padre, “e noi Signori non siamo. La povera gente come noi, non ha tempo per pensare a certi vezzi o a spendere soldi per curare quei peli sulla faccia. Noi siamo fatti per lavorare sodo, sotto al sole e per sudare. La nostra faccia deve essere pulita, per darci onore e dignità, perché richiede meno cure ed è più facilmente lavabile”. Ma Antonio, ai discorsi del padre, non ci faceva nemmeno più caso. Era, ai suoi occhi, il solito vecchio brontolone, anche se vecchio non lo era per davvero.
Ettore aveva il vezzo di indossare sempre un camice immacolato, ed ogni mattina ne indossava uno pulito ed inamidato. Il servizio della pulizia e della stiratura con amido era compito di Teresina, che lo faceva con amore e dedizione. D’altra parte, Teresina non aveva figli e tutte le sue attenzioni erano rivolte al marito, o almeno così pensavano i ben pensanti, che vedevano dall’esterno la fotografia della famiglia perfetta, con il marito dedito al lavoro e la moglie tutta casa e chiesa, dedita ai lavori domestici. Timorata di Dio, Teresina, per carità. Andava in Chiesa tutti i giorni e certi giorni lo faceva anche più volte al giorno. Andava in Chiesa, si inginocchiava, pregava e si batteva il petto, proprio sopra a quel cuore, che, ogni tanto, batteva per chi non proprio doveva battere.
Anche quella mattina Ettore, indossò il camice pulito, bianco immacolato e si incamminò per la via di Nusco. Con la sua piccola autovettura, attraversò Teora, poi Lioni, prendendo, infine il solito svincolo che lo avrebbe portato sopra Nusco. E a Nusco ci arrivò in poco tempo, perso, come sempre nei suoi pensieri, con lo sguardo smarrito nei rami degli alberi che costeggiavano, verdi e rigogliosi, la via.
La bottega era nella strada principale che dalla piazza centrale, portava alla piazza più piccola sopra al paese. Una sorta di corridoio elegante della cittadina, lungo la quale si praticava il consueto struscio serale, soprattutto nei fine settimana, quando le donne, in particolare quelle in età da marito, imbellettate alla buona e meglio passeggiavano avanti e indietro, con stivali alla moda indossati sopra pantaloni attillati e corpetti stretti e corti che non lasciavano nulla all’immaginazione. Antonio, che giovane lo era ancora, e che di ormone ne aveva da vendere era solito sostare, nel tardo pomeriggio proprio sull’uscio del locale, osservando con attenzione tutte le ragazze che lì davanti passavano, gettando occhiate più o meno maliziose.
“Entra dentro”, diceva Ettore, che di guai in giro già ne vedeva troppi e che pretendeva che il nipote si occupasse solo del negozio di famiglia, con poche distrazioni e nessuna frequentazione. Temeva, che, se il nipote avesse trovato una donna, avrebbe mandato all’aria tutti i buoni propositi di cui lo aveva caricato, lasciandolo, magari, di nuovo solo a portare avanti la chiachieria, e senza alcuna prospettiva di futuro.
Ma chiedo al lettore, ora, di non divagarsi in altre argomentazioni e di concentrarsi su quanto avvenne quella mattina. Ettore, aperta la bottega come ogni mattina, dopo essersi fatto il segno della croce, che sempre segnava l’inizio della giornata lavorativa, si stirò il camice bianco, tirandolo verso il basso, con lo scopo di eliminare quelle fastidiose grinze che, in genere, si formavano quando restava seduto in auto per raggiungere Nusco. Subito dopo, con un gesto meccanico, automatico, si infilò le mani in tasca, voltandosi per entrare nel locale retrostante la bottega, quello in cui si conservavano le carcasse da sfasciare, prima di poterle esporre in vetrina. Nella tasca destra, però, qualcosa attirò la sua attenzione. Al tatto, sentì qualcosa, che prese tra due dita, il pollice e l’indice, che cominciarono, d’istinto a roteare, appallottolando quel qualcosa che restava ancora misteriosamente in tasca.
La sensazione tattile era strana, come se stesse toccando dei fili di sottile seta, che avevano anche difficoltà ad appallottolarsi. Sempre senza pensarci, estrasse la mano dalla tasca, portando le due dita davanti agli occhi. Quello che vide lo lasciò senza parole: erano dei peli, aggrovigliati in una piccola matassa irta e setosa. Ma la cosa più strana, fu che i peli che aveva in mano non erano peli qualsiasi, ma, erano con ogni evidenza, peli pubici. La cosa lo lasciò molto perplesso: perché mai dei peli, che con ogni evidenza, erano appartenuti ad un pube, erano finiti nella sua tasca?
La cosa diventava più misteriosa, soprattutto se si considerava il fatto concreto che Ettore di peli, addosso, non ne aveva. Infatti era solito ripulirsi di tutto, perché nel mestiere che faceva era facile contaminare il cibo con qualche pelo, e, per questo motivo, onde evitare problemi di ogni sorta, aveva preso la sana abitudine di togliere tutti i peli che crescevano sul suo corpo. E lo faceva con una cura maniacale, e con una cadenza precisa: ogni dieci giorni, non appena i peli cominciavano a fare capolino da sotto all’epidermide, ecco che si metteva all’opera e, con pazienza certosina, eliminava dalla propria pelle ogni forma di peluria, proprio come si fa con i peli del maiale dopo l’ora della sua festa. Ovviamente si faceva aiutare da Teresina, per giungere nei posti più irraggiungibili, come, ad esempio, dietro la schiena o sulle natiche. E Teresina, faceva anche quello, mostrando amore e dedizione, ripulendolo di ogni singolo pelo che crescesse sulla sua pelle. D’altra parte lo faceva anche per se stessa, perché tutelava, in quel modo, il lavoro del marito, che attraverso i guadagni del suo lavoro, le permetteva di fare una vita, tutto sommato, agiata e serena. Teresina lo faceva con dedizione, ma senza passione alcuna. Nemmeno quando vedeva il corpo denudato del marito, ormai, si lasciava prendere da brividi passionali. “Marito mio”, diceva, “siamo vecchi per certe cose, e le passioni giovanili son ben lontane dal nostro essere. Ora l’unica cosa che ci resta è pensare alla nostra salute e prepararci al meglio per la vecchiaia”.
Ettore, però, rimase immobile, con la matassa di peli pubici tra le dita, il cuore che batteva all’impazzata. La mente, che fino a quel momento aveva fluttuato tra i pensieri quotidiani della bottega e le forme generose delle donne di Botero, ora si accendeva di sospetto. Non disse nulla a Teresina quella sera, limitandosi ad osservarla con uno sguardo più curioso del solito, quasi come se la vedesse per la prima volta. La moglie, ignara della tempesta che si agitava nell’animo del marito, continuò le sue abitudini quotidiane con un fervore che a Ettore sembrava improvvisamente sospetto. Sempre in chiesa, sempre assorta in preghiera, sempre così devota. Troppo devota. Ettore decise di non dirle nulla, ma di investigare con astuzia, servendosi di piccoli stratagemmi. Cominciò col rientrare all’improvviso a casa in orari improbabili, fingendo di aver dimenticato qualcosa. Altre volte, la sera, diceva di essere stanco e si ritirava prima, per poi alzarsi di soppiatto e appostarsi dietro la finestra. Notò che Teresina non mancava mai di recarsi in chiesa, ma c’era qualcosa nei suoi movimenti, nella rapidità con cui attraversava la strada, che lo rendeva ancora più inquieto e sospettoso. Non sembrava la camminata di una moglie devota, ma quella di un’adultera prudente.
La faccenda si faceva seria e doveva andare fino in fondo, per scoprire cosa si nascondesse dietro quel comportamento maldestro di Teresina. Decise di sacrificare la bottega e di affidarla a suo nipote Antonio. Il ragazzo, forte e paffuto, si sentì investito di una responsabilità che accolse con entusiasmo, ma che gestì con la leggerezza tipica dei suoi venticinque anni. Un giorno, mentre Ettore si appostava tra le ombre della piazza di Teora per osservare i movimenti della moglie, Antonio si fece sorprendere in bottega da Concetta, una giovane vedova di Nusco, famosa per il suo carattere focoso e la sua incontenibile voglia di compagnia. La donna si avvicinò al bancone e iniziò a trattare il prezzo della carne con una serie di moine che resero Antonio rosso come un pomodoro. Lui, impacciato, le offrì uno sconto generoso, ma si trovò ben presto con le mani tra le sue forme prosperose, mentre lei rideva di gusto. Il tutto sotto gli occhi di mezza Nusco, che il giorno dopo già raccontava l’episodio con dovizia di dettagli piccanti.
Ma torniamo a Ettore. Dopo settimane di sospetti e appostamenti, la conferma arrivò in una mattina di sole pallido. Si era nascosto dietro il grosso gelso che fiancheggiava la sua casa, con il cuore che si agitava in petto come una bestia feroce. Poi lo vide. Il parroco, Don Carmine, usciva furtivamente dalla sua abitazione. La veste era un po’ sgualcita, il passo frettoloso, e con un gesto rapido si asciugava la fronte sudata. Ettore rimase pietrificato. Il sangue gli salì alla testa, la rabbia gli chiuse la gola, ma si trattenne. Non disse nulla, tornò alla bottega con il volto impassibile e si immerse nel lavoro, ma dentro di sé la fiamma della vendetta già bruciava.
Per giorni osservò Teresina con uno sguardo glaciale, ma senza affrontarla. La lasciò agire, le permise di continuare nel suo gioco sacrilego, fino a quando non decise che era giunto il momento di colpire. Un’altra mattina, ancora più limpida della precedente, Ettore fece finta di uscire per andare in bottega, ma si appostò dietro casa, sperando di sorprendere gli amanti nel pieno della loro tresca. Così gli successe di vedere Don Carmine varcare la soglia della sua abitazione, con la solita furtività e attese, stringendo i pugni fino a far sbiancare le nocche. Dopo qualche minuto, spalancò la porta con un calcio. La scena che gli si presentò davanti, fu degna di un racconto boccaccesco. Don Carmine, con la tonaca ormai abbandonata su una sedia, si accingeva a impartire una benedizione molto particolare alla sua Teresina. Lei, con le mani giunte e gli occhi chiusi, sembrava in estatica attesa di una grazia divina, che, di certo, non sarebbe provenuta dal cielo. Ettore si fece avanti con un ruggito che fece tremare i vetri:
“E brava la mia santarella! Manco San Gennaro c’ha ‘sto miracolo!”
Don Carmine, colto in flagrante, si affrettò a raccattare la tonaca, ma nell’agitazione gli si impigliò tra le gambe, facendolo rovinare a terra come un sacco di farina. Teresina, con un grido soffocato, tentò di ricomporsi, ma il marito non le diede tregua:
“E dicimi, ‘sta benedizione te la fai fare sempre a gambe aperte?”
Il parroco riuscì a rimettersi in piedi e, con il volto paonazzo e il sudore che gli colava lungo le tempie, si precipitò verso la porta, inciampando un’altra volta nello zerbino. Uscì in strada, con la tonaca ancora semiaperta, mentre Ettore rideva come un forsennato. Teresina, livida, si rannicchiò su una sedia, incapace di sostenere lo sguardo del marito. Ettore, ora padrone della scena, le si avvicinò, poggiando le mani sui fianchi.
“Non dirai nulla?” balbettò lei.
Ettore sospirò, poi si avvicinò alla finestra e si accese un sigaro. Dopo un lungo tiro, esalò il fumo e rispose:
“No, Teresì. Ma da oggi, invece di andà a messa, ti metti a lavà i camici. E questa volta, senza lasciarci dentro le prove del peccato.”
Così dicendo, uscì di casa con la dignità di un uomo che, sebbene tradito, aveva avuto la sua vendetta. E alla bottega, raccontando la storia ad Antonio, rise ancora più forte, mentre il giovane nipote cercava di spiegare alla vedova Concetta che quel giorno, purtroppo, la carne era finita.
(Inedito tratto da “I racconti dell’Irpinia”, di Giuseppe Tecce)

Dalla mia nota a “Tramonti Occidentali”

Oggi, dovendo inviare una copia del mio romanzo “Tramonti Occidentali”, ad un’amica giornalista, la mia attenzione si è soffermata su una nota, che avevo scritto subito prima dell’inizio del romanzo. La nota recita così:
“Alla fine di un lungo cammino, in un mondo dove la speranza sembra vacillare e la luce dell’umanità a volte appare flebile, questo
libro è dedicato a voi: agli ultimi, ai disperati, a coloro che in ogni giorno e in ogni gesto cercano ancora il segno tangibile della mano di Dio.
È per voi che ancora credete nella forza della solidarietà, per voi che cercate amore e trovate Amore.
A voi che siete il cuore grande dell’Italia, a voi che ancora vi commuovete dinanzi ai Tramonti Occidentali.”
Una nota, che nel mio immaginario avevo dedicato sia agli ultimi, quelli che stentano a vivere al di fuori dei binari di una vita ordinaria, e sia in omaggio delle forze dell’ordine, che, ogni giorno, con dedizione e senso del dovere, tengono in piedi un paese, dove, troppo spesso, si tende a fare i furbetti. Non per altro, uno dei protagonisti del mio libro è un carabiniere, il carabiniere Peppe Moccia, luogotenente dei carabinieri sull’isola di Lampedusa.
Non so perché, ma oggi, questa nota mi è piaciuta più del solito!!

Ljuba senza scarpe e gli Elfi di Gran Burrone

Quando leggo notizie come questa, che fanno riferimento ad esseri in piena connessione con la natura (in questo caso Gli Elfi di Gran Burrone, nel pistoiese), mi ritorna in mente il mio Ljuba, protagonista di “Ljuba senza scarpe”, di cui vi lascio uno stralcio:

Vorrei non raccontarvi il mio sogno, ma portarvici dentro.
Non finì nemmeno di pronunciare quelle parole che dal fondo della stanza si alzò un vento, freddo e sferzante che divenne forte a tal punto da spegnere i restanti mozzoni di candele.
Ljuba continuava a tenere gli occhi chiusi, mentre i tre si guardavano intorno spaventati ed incuriositi.
La stanza piombó nel buio, ma fu solo per poco, perché nel volgere di pochi istanti furono avvolti dalla luce bluastra della luna piena. Le pareti scomparvero e si ritrovarono circondati da tronchi di alberi ad alto fusto, fitti, ma non tanto da non lasciar trapelare la luce della luna che splendeva lassù, tonda e candida in mezzo ad un cielo scuro ma terso.
Ljuba scese dall’albero, sul quale era salito per avvistare qualcosa , decisamente a proprio agio con i piedi nudi che usava imitando il modo delle scimmie.
Dobbiamo raggiungere il gruppo per compiere i riti per Freyja nel blót d’autunno, disse rivolgendosi ai tre rimasti ai pedi dell’albero. Dobbiamo affrettarci per vivere in pace e propiziarci la stagione del lungo inverno.
Chi….chi è Freyja pronunciò con voce sommessa Milena, mentre gli altri restavano sbalorditi per quanto visto ed udito.
Freyja è la dea dell’amore , della fertilità, ma anche della guerra e della morte. Ma è ora di metterci in marcia, dobbiamo unirci al blót prima che sorga la luce del sole. Si odono già i canti in lontananza.
Dalla cima dell’albero ho scorto dei fuochi verso nord, ed è lì che dobbiamo dirigerci.
Ljuba si incamminò di gran lena attraverso la boscaglia non eccessivamente fitta, camminando, quasi correndo, su un tappeto morbido di foglie cadute , come da sempre accade, nelle grandi foreste decidue del nord Europa.
Il clima autunnale di metà ottobre imponeva, a quelle latitudini, un abbigliamento ben più confortevole di quello da serata di cena casalinga che indossavano, e ben presto sia Katia che Milena cominciarono lamentarsi per il freddo.
Il freddo non esiste, sentenziò Ljuba, che non provava nessuna empatia per i due; piuttosto correte che i vostri muscoli flaccidi , da allevamenti in gabbia, si riscalderanno. Poi troveremo un gran fuoco e li sarete di nuovo al sicuro.
Katia era sbalordita , sia per quello che stava vivendo sia per le parole pronunciate dal suo uomo, che , in quelle condizioni, stentava a riconoscere.
Sembrava un lupo selvaggio , in cerca di preda, che alzava il naso al cielo per percepirne l’odore, lo annusava e d’istinto sapeva come muoversi.
Le sovvenne l’idea di un documentario visto tempo addietro, su di un bambino cresciuto da un branco di lupi, che divenuto adulto ne ripeteva le modalità .
Ljuba , mi stai facendo paura , ma sei tu il ragazzo lupo del documentario?
Ma no, disse lui sorridendo, ma come potrei, conosci la mia storia; diciamo che mi trovo più a mio agio in luoghi come questo che dentro quattro mura.
E si udì un tonfo provenire dal lato destro.
I quattro si fermarono all’unisono, voltandosi in quella direzione. Nel buio della foresta Ljuba non intravide nulla.
Sono gli elfi, che ci stanno seguendo. Bisogna essere attenti, possono essere molto cattivi, e tirò fuori dalla tasca delle rune, le prese in mano, le strinse in un pugno che diresse nella direzione del rumore. Pronunciò delle parole incomprensibili.
Ecco ora gli elfi dovrebbero starci lontano, ma riprendiamo a correre , il tempo stringe.
Ah, ecco a cosa servivano quelle pietre incise che continuavo a trovarti nelle tasche dei pantaloni e che mi hanno quasi distrutto la lavatrice, disse seccata katia. Accennó un sorrisetto, e riprese la corsa alle spalle del gruppo.
Marco era il più silenzioso di tutti, ancora incredulo per quanto stesse accadendo.
Ma è reale tutto ciò? Si chiedeva tra se, e non riusciva a trovare risposta. Siamo nel metaverso? Come diavolo siamo finiti qui? Pensava , aveva mille domande, ma non trovava le risposte. Però il freddo che provava era reale, il vento della fredda notte nordica tagliava la pelle del volto. Rallentò un attimo, si toccò il volto, poi toccò un albero, e infine il muschio che ne cresceva alla base. Tutto era perfetto, e l’analisi sensoriale era in linea con quanto provato fino ad allora nella sua vita.
Ljuba è un essere davvero magico, pensò e forse, per questo Katia ha tanto paura di parlare della Rainbow family. Corsero, camminarono e corsero di nuovo, a seconda delle asperità del terreno. Giunsero in prossimità di una radura , dove diversi uomini giravano in cerchio intorno ad un gran falò, e a distanza di alcuni metri, un cerchio più ampio, di sole donne, girava nella direzione contraria.
Una di esse si staccò dal cerchio e avvicinatasi pose una domanda in una lingua sconosciuta ai più, ma non a Ljuba.
Questi si girò verso gli amici e disse: ci chiede se abbiamo fame.
Mi sono permesso di rispondere a nome del gruppo, che non abbiamo fame.
Si certo, ben fatto, lo incoraggiarono gli altri.
Katia, alla vista di quella donna, dal fisico asciutto e completamente nuda, mostró dei segni di disagio.
Una rabbia antica cominciò a montare dal basso, a pervaderle il corpo, una rabbia che esplose nel momento esatto in cui Ljuba cercò di invitarli a prendere parte al rito orgiastico che si stava compiendo.
L’urlo di Katia riecheggiò in tutte le valli che circondavano l’altura sulla quale erano arrivati, tremarono le foglie degli alberi e le acque si incresparono. Si misero in allerta i cervi, e le linci, si svegliarono le famiglie delle api, che percepirono le vibrazioni dell’aria. Il suo urlo durò ben 5 minuti, continuo, senza respiro, senza esitazioni. Si fermò il carosello di uomini e donne intorno al fuoco, si voltarono tutti verso la fonte del rumore assordante e stridulo, ma nessuno ebbe il coraggio di fermarla o di tapparle la bocca.

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Punti di vista

Questione di punti di vista.
Ricordo che in età giovanile facevo dei dipinti, facenti parte di una serie intitolata “dentro le cose”, dove degli squarci , portavano la vista fin dentro le cose, nelle quali, inesorabilmente, l’osservatore trovava l’universo.
Questione di punti di vista!

Direzione Palermo

Continua, inarrestabile, il cammino del nostro “L’inaffondabile”. Questa volta saremo ospiti nei luoghi prossimi a quelli della tragedia. Saremo a Palermo presso l’ex Fonderia Oretea, il 21 Febbraio alle 16.30. L’ingresso sarà gratuito e parleremo ancora di mare con importanti esperti della materia, eminenti esponenti della Lega Navale Italiana. Vi aspettiamo numerosi.

Metti un pomeriggio…

Metti un pomeriggio con Teresa Manes…sempre in scuderia Graus Edizioni

#ilragazzodaipantalonirosa

Le mie notti con Gogol

Leggere “I Racconti di Pietroburgo” di Nikolaj Gogol è come entrare in un mondo dove realtà e surreale si fondono, dove ogni strada della città sembra nascondere un segreto oppure una follia. Gogol ha uno stile ironico e pungente, e ci trasporta in una Pietroburgo ottocentesca, dipingendola come uno specchio deformante dell’animo umano. Lasciandosi trasportare da un realismo magico ante litteram, ci racconta di un naso che sfugge al suo proprietario e della follia burocratica che inghiotte alcuni personaggi: ogni racconto è un capolavoro, e come tutti i capolavori, sono in grado di far sorridere e di far riflettere.
Adoro!

Le notti d’Islanda

Guardavo dall’ovale del finestrino mentre l’aereo, finalmente, puntava dritto verso la terra ferma. Il viaggio era stato lungo: partiti da Napoli, avevano fatto scalo a Londra, per proseguire con una compagnia locale in direzione dell’Islanda. Era sera, ma l’aria sembrava sospesa in un limbo tra il giorno e l’imbrunire. Man mano che l’aereo si avvicinava, cominciavo ad intravedere le forme della costa, la linea di demarcazione tra la terra ed il mare. Poco più avanti, riuscivo a scorgere le distese sconfinate della tundra islandese. Chilometri di terra, fatti di muschio e pietre, pietre e rocce e ancora muschio, in un susseguirsi piatto e frastagliato, sui quali pesava come un macigno l’assenza totale di alberi. In fondo si intravedevano dei rilievi con la classica forma dei vulcani, quelli che ti insegnavano a disegnare a scuola, senza nemmeno troppa fantasia. 

“Lorenzo, preparati, che stiamo per toccare terra”, dissi rivolgendomi al mio compagno di viaggio, che sonnecchiava nel sedile accanto. Si stropicciò gli occhi, si stiracchiò e sbadigliò forte, destando la curiosità delle due donne della fila di sedili accanto. Io intanto mi ero già perso nel paesaggio islandese, a tal punto che seguendo con lo sguardo una strada in terra battuta che tagliava di netto la tundra, riuscivo ad immaginare Jan Garbarek, percorrerla con il suo fuoristrada, assorbendo quei silenzi tipici dell’isola, per poi sedersi su una roccia a comporre qualcuno dei suoi pezzi più ascetici. Io, di quell’isola, sapevo quasi tutto, o, almeno, credevo di saperlo. In quel tempo amavo la musica dei Sigur Ros al di sopra di ogni limite immaginabile. Da poco girava su YouTube un film, il resoconto di una tournée che avevano fatto in Islanda l’anno precedente. Il film, intitolato “Heyma”, che avrei appreso durante quel viaggio significasse semplicemente casa, segnava il ritorno della più famosa band post rock del momento, alla propria casa, alla propria terra: l’Islanda. In quel tempo ero arrivato persino a farmi installare una tv nel mio ufficio, dove riproducevo in loop lo stesso film musicale durante tutta la mia permanenza al lavoro, il che significava ascoltare i medesimi pezzi anche per dieci ore di fila. Tutto ciò non mi dava noia, quanto, piuttosto, un senso di pace e di armonia, amplificati dalle immagini leggere e potenti della natura islandese, verso le quali protendevo, di tanto in tanto, il mio sguardo. 

L’aereo scese dolcemente fino a toccare terra, con la leggerezza di una ballerina. Lorenzo era già in piedi nel corridoio quando l’aereo si fermò allo stallo, attirando l’attenzione dell’equipaggio, quando aprì rumorosamente la cappelliera sopra di lui, cominciando a tirare giù le valigie e le giacche a vento. 

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Scendemmo di corsa, assaporando l’aria fredda del giugno islandese. Inalammo con cupidigia l’aria del circolo polare artico, e ci sembrò di essere immersi nella storia di quegli avventurieri che avevano sfidato la sorte attraversando, con scarsità di mezzi e di risorse, quella linea immaginaria che delimitava l’ingresso nel Polo Nord. Che sferzata di adrenalina, toccare con la suola delle nostre scarpe la terra dei vichinghi, sfondo di tante imprese eroiche delle divinità norrene. 

Attraversammo di gran lena lo scalo di Rejkiavik. Proprio fuori alla porta degli arrivi, ci aspettava August, partner del nostro progetto e guida esperta dell’isola. August, che era rimasto nel suo fuoristrada per tutto il tempo, scese solo quando ci avvicinammo all’auto. Ci salutò con un sorriso e una forte stretta di mano, senza troppe parole, poi posate le valigie nel bagagliaio, ci portò di corsa all’hotel in cui avremmo soggiornato, nella periferia della capitale. Il viaggio era stato lungo e stancante, ma non c’era tempo per smancerie da femminucce. Avevamo 5 minuti, per farci una lavata di faccia, una buona pipì e buttarci addosso un po’ di profumo. Il sindaco di Akranes ci stava aspettando, con tutti gli altri partner del progetto, il cui focus erano i co-housing e l’housing sociale. August rimase fuori, in macchina. In cinque minuti, come concordato, eravamo di nuovo con lui: Lorenzo seduto sul sedile anteriore, io dietro, già attaccato al vetro per gustarmi la bellezza di quei paesaggi, che tanto avevo idealizzato nella mia mente. Da Akranes ci separavano poco più di trenta km ed un lungo tunnel scavato ben al di sotto del livello del mare, esattamente sotto ad una insenatura, una sorta di fiordo, circondata da monti scuri e privi di ogni forma di vegetazione. August ci spiegò con rassicurante soddisfazione che stavamo passando proprio sotto al mare e che quel tunnel aveva abbreviato la strada per Akranes di molti km. Arrivammo a casa del sindaco intorno alle 23.00, dove fummo accolti da un’aria rilassata e festosa. Finalmente avremmo modo di rifocillarci con piatti della cucina locale, cucinati magistralmente dalla moglie del sindaco, una simpatica donna sulla quarantina, della quale ricordo con vivida simpatia le accese scocche rosse all’altezza degli zigomi. L’accoglienza fu strepitosa, con abbracci, brindisi e canti fino a notte inoltrata, che, poi, tanto notte non era perché le giornate erano già così tanto lunghe che su quella terra non calava mai il buio totale. 

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Avemmo giusto il tempo di dormire qualche ora, quella notte, prima di prepararci per affrontare tre giornate di lavori, che si svolsero con gran serenità presso un edificio pubblico alla periferia di Rejkiavik. Un edificio moderno, basso, fatto di grandi vetrate, dalle quali si vedeva il mare e, dall’altro lato, un ghiacciaio, che si ergeva bianco in un cielo quasi sempre grigio, uggioso, e nebbioso. Di rado, in quei giorni, le temperature superarono gli otto gradi, ed è vivido il ricordo dell’uso di una giacca a vento, indossata sopra un giubbotto leggero, per proteggerci, alzando il cappuccio, da un vento, che soffiava, da nord, incessante e freddo.

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In quei giorni si parlò molto di co-housing e di soluzioni abitative condivise, con tutti i partner del progetto europeo di scambio di know how, promosso dal consorzio di cooperative di cui ero, all’epoca, Presidente. Terminati i lavori, però, io e Lorenzo avevamo ancora quattro intere giornate da dedicare all’esplorazione di quella terra tanto distante dalla nostra cultura, quanto avvolta in un alone di mistero. Con l’aiuto di August, noleggiammo un’auto, una berlina della Subaru, dal colore rosso fiammante. Lorenzo ne prese immediatamente i comandi e, di fatto, mi fece da autista per i successivi quattro giorni. Finalmente si partiva alla scoperta di quella terra che conoscevo solo attraverso la musica evocativa dei Sigur Ros e quella sperimentale e sognante di Bjork. Una terra fatta quasi di nulla, di rocce e ghiaccio, avara di vegetazione, ricca di vulcani e cascate imponenti. Partimmo il mattino presto, alla volta di una penisola, situata ben più a nord rispetto alla capitale, che ci era stata consigliata da Ísabel, che ne pronunciava il nome in un modo così evocativo che riuscivamo già ad immaginarne la bellezza. Partimmo senza aver concordato un percorso preciso, né tantomeno i luoghi in cui dormire.

La prima giornata trascorse lenta, spostandoci piano verso nord, cominciando a prendere confidenza con un paesaggio tanto bello quanto assurdo. Il cielo restava biancastro, il vento soffiava forte, prendendo velocità su una terra che offriva poche barriere per rallentarlo. Il paesaggio cominciava a diventare spettrale, e la tundra artica cominciava a circondarci, con il suo colore che era un misto di verde scuro e marrone. Di alberi non vi era nemmeno l’ombra e gli unici rilievi erano quelli che si erano formati intorno a vecchie bocche di vulcani, intorno ai quali si erano formati bassi coni di pietre nere, che ci divertivamo a scalare, scivolando verso il basso, ogni tanto, alla ricerca di un punto di vista più alto che ci desse una visione d’insieme più ampia di quella terra. Camminai scalzo sul tappeto di licheni verdastri che ricopriva le rocce circostanti a perdita d’occhio. Era un tappeto spesso e soffice, vellutato e caldo al contatto con la pelle. Sollevando lo strato di muschio, ci accorgemmo che aveva uno spessore ben superiore ai venti centimetri e che dalle rocce sottostanti si sprigionava un tepore, che proveniva direttamente dal cuore pulsante di quella terra, rimarcandone con forza l’origine vulcanica ed il suo legame stretto con le arterie della terra ed il suo sangue magmatico. 

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Quella sera del 9 giugno 2012 dormimmo al “the old post office guest house” a Grundarfjorur, un luogo cui si accedeva attraverso una telefonata da un vecchio telefono a gettoni posto solitario su di in palo in mezzo al nulla. Lorenzo, più pratico con la lingua inglese, concordò il prezzo per una camera doppia, l’uso delle docce e della cucina comuni. Aspettammo circa quindici minuti prima che vedessimo spuntare la prima auto della giornata, dalla quale scese una donna che aveva superato i cinquanta, che ci salutò cordialmente e ci fece strada fino all’edificio adibito ad ostello. Era un vecchio ufficio postale di campagna, trasformato in un luogo accogliente e caldo, in cui era possibile soggiornare ricordando che un tempo fu un ufficio di smistamento della corrispondenza di quella piccola comunità. 

La sveglia naturalmente incorporata dentro di noi, ci fece saltare giù dal letto alle 5. Alle 8 eravamo già al market per fare un po’ di spesa, ma, con nostra grande sorpresa, e soprattutto noia, ci accorgemmo che il market era ancora chiuso e dovemmo fare almeno un’ora di passeggio prima di vederlo finalmente aperto.  Facemmo la prima spesa islandese, acquistando prodotti di qualità non eccelsa, ma necessari per la sopravvivenza: crepes e pancake imbustati, uova, cioccolato, pane, mele e cetrioli, maniacalmente imbustati uno per uno. Scoprimmo poi che la frutta ed i vegetali erano merce rara e preziosa da quelle parti, e che arrivavano direttamente dall’Europa, per lo più Olanda e Danimarca, con costi esorbitanti, rendendolo un cibo raro e prezioso. Ci adeguammo subito al loro uso, consumando sacralmente fino in fondo tutta la frutta che acquistavamo, scoprendo una dimensione lontana dalla nostra, dove la frutta e le verdure erano alla base dell’alimentazione.  Preparammo la colazione nella cucina della guest house, scambiando qualche parola con un paio di persone che si erano avventurate in quella terra lontana e desolata. 

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Alle 10 finalmente eravamo in auto per partire alla scoperta di quella penisola, dalla forte energia, di cui tanto ci avevano parlato e che attraeva tante persone da tutto il mondo, per la sua capacità di ricaricare le batterie energetiche di ogni essere umano. Si partiva alla scoperta della penisola di Snaefellsnes, a bordo della nostra Subaru Impreza rossa.

Attraversammo i villaggi di Olafsvik e di Helissandur, ricalcando, almeno in parte, alcune delle tappe del famoso tour dei Sigur Ros, impresso nel film di cui già vi avevo parlato. Il tempo era tremendo. Il ghiacciaio Snaefellsjokull, sulla sinistra, era completamente ricoperto di nuvole nere, a tratti pioveva, la temperatura era di circa 8 gradi, il vento soffiava forte. Il paesaggio cambiava repentino e ci trovammo immersi in una sorta di deserto di detriti vulcanici ricoperti da uno spesso strato di licheni, anch’essi al tatto morbidi e caldi. Come ci consigliavano le guide del luogo, che consultavamo dai nostri smartphone, fu d’obbligo una fermata a Djupalonssandur. Lasciammo l’auto a ridosso di una scogliera e dopo un pezzo di strada percorsa a piedi, attraverso sentieri di terra battuta e pietrisco, arrivammo alla spiaggia nera, la cui sabbia nera ne denotava l’origine vulcanica. Attrazione della spiaggia era una vecchia imbarcazione inglese dell’800, arenatasi decenni prima e li rimasta in balia delle intemperie che l’avevano parzialmente sfasciata. Ci concedemmo, finalmente, una pausa di meditazione, sedendoci a gambe incrociate sul terreno nero, inspirando con forza l’energia che trasmetteva. Ne approfittammo per consumare un rapido pranzo a sacco e per procedere, poi, per Hellnar. Ne approfittammo, ancora, per una passeggiata lungo la scogliera per osservare il bellissimo panorama e le numerose specie di uccelli che li nidificavano. Sosta al Rimus Kaffi. Qui accadde un evento tanto strano quanto sconvolgente. Durante un’ultima escursione lungo la stradina in terra battuta, che scendeva giù verso il mare, costeggiando l’alta falesia, al di sotto della quale nidificano i puffin, scivolai nel punto in cui l’inclinazione verso il basso aumentava. Riuscii a mantenermi sul terreno grazie alla forza delle mani, che scavando nel terreno duro, riuscirono a contrastare la forza di gravità che pure mi aveva spinto al bordo del precipizio, dove le gambe, fino al ginocchio, erano già sospese nel vuoto, sopra a un salto di almeno 100 metri. Facendo forza sulle mani e sulle unghie, che cominciavano a sanguinare, riuscii a tirarmi su e a riconquistare la cima della falesia, dove rimasi disteso a terra, distrutto dallo sforzo e dalla paura, per lunghi, interminabili minuti. Poco dopo, bevuta una fumante tazza di the al bel caffè in legno situato proprio di fronte, ripartimmo in auto, sostando a Stykkisholmur per la cena. Ritornammo, infine, alla guest house dalla quale eravamo partiti.

 

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La mattina della domenica 10 giugno 2012 ci vegliammo in un orario più umano, e dopo aver consumato una calorica colazione, partimmo per Laugarvath. Sostammo a Borgarnes presso la stazione di servizio. C’era un vento impressionante. Credevo, a quel punto, che fosse una caratteristica dell’isola, visto che ci aveva fatto compagnia in ogni luogo del nostro itinerario. Lungo il tragitto incontrammo Fingvellir. Fingvellir era un parco nazionale ed era famoso, perché in quel luogo incantato, fatto di prati verdi e laghi, vi era la falesia al di sotto della quale si formò e funzionò il primo parlamento del mondo nel 930 d.c.

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Proseguimmo per Laugarvath. Sostammo all’ostello della gioventù. La nostra camera non era nell’ostello, ma in una dependance vicina, immersa nel verde e con vista su un lago. Alle 16 partimmo per il Geyser e con gran soddisfazione, ne visitammo il parco adiacente. L’odore di zolfo era forte, ma lo spettacolo era unico. Proseguimmo, infine, per Gulfoss, dove arrivammo dopo appena 10 km in auto. Lì avemmo modo di osservare una delle più grandi forze della natura all’opera: le cascate di Gulfoss. Rientrammo all’ostello stanchi, ma soddisfatti, dove consumammo la cena nella cucina comune della struttura. 

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L’ultimo scampolo di giornata, trascorse sereno e tranquillo, immersi nelle acque caldo e bianche di “Blue Lagoon”, le terme rigeneranti nei pressi di Rejkiavik. Scoprimmo poi che non si trattava di vere acque termali, ma di una piscina artificiale riscaldata dall’energia geotermica che freme nel sottosuolo, in attesa di essere portata all’esterno e di regalare emozioni inedite, oltre quelle spaventose dei vulcani. Poco dopo, il volo del ritorno ci attendeva puntuale.

Seduto sull’Appennino

“Quando si zappa e quando si pota, non tengo ziani e non tengo nipoti, quando è tempo di vendemmià, ziani di qua e nipoti di là.”
Mi ci sono seduto sopra. È l’Appennino, appuntito ed aspro, con i suoi sali e scendi, bello e mitologico, popolato di personaggi fiabeschi, abiti colorati, streghe, maoni, Janare, e tutte le bestie conosciute e sconosciute. Dalle cime dei monti godi panorami che ti fanno immaginare immortale. Nel fondo delle valli, mandrie di vacche podoliche migrano verso pascoli più verdi, dove gli steli d’erba si fanno poesia, e le dentature, straziate, stringono radici tirate a forza di strattoni dal terreno duro del cammino. Escrementi di bovino diventano secchi ripari per insetti, neri come la merda, corazzati come i Leopard, che non si fanno acchiappare, nemmeno se ti ci tuffi sopra. Ranocchiette verdi saltano veloci dentro a ciò che resta di uno stagno. L’odore acre della melma mi sale al naso causando reminiscenze antiche, di muschio e fango: è il petricore.
(Inedito da “La Gente della Terra di Mezzo)

Ljuba e le rune

Nel testo del mio libro “ Ljuba senza scarpe”, leggiamo: “Era una perfetta mattina di primavera inoltrata, quando Ljuba tirò fuori dal sacchetto di iuta dal colore della carta da zucchero, due rune, rispettivamente la Fehu e la Ansuz.
L’evento lo meravigliò e lo scosse … Pur conoscendone perfettamente il significato allungò il braccio verso la parte bassa di un comodino che era proprio di fianco al letto, tirandone fuori un libricino , piuttosto malmesso, riportante il significato e gli scopi magici delle rune.
Le due rune riportavano segni simili ed apparentemente opposti. La prima assomigliava ad una F con i due tratti orizzontali rivolti a 45 gradi verso l’alto, la seconda assomigliava alla stessa F ma con i due tagli orizzontali rivolti a 45 gradi verso il basso.
Scorse rapidamente le prime pagine contenenti la prefazione e la storia delle rune, passando subito al capitolo dedicato al significato delle stesse.
Le rune di cui Ljuba si serviva non erano quelle dell’alfabeto celtico, ma quelle più recenti dell’alfabeto scandinavo detto del futhark, composto da 24 rune”.
Dunque è chiaro, da questi pochi versi, che vengono poi esplosi in tanti altri dettagli, che Ljuba sappia maneggiare l’arte della divinazione runica, cioè la divinazione fatta attraverso le rune.
Nasce spontanea la domanda, a questo punto, e per chi non sia avvezzo a tali pratiche, su cosa siano le rune.
Le rune sono i segni di un antichissimo alfabeto germanico, utilizzate sia per scrivere che per divinare il futuro.
L’alfabeto runico, originariamente diffuso nell’intera regione germanica, si estese progressivamente verso il nord, abbracciando l’area scandinava. In particolare in Svezia, queste rune rimasero in uso fino a periodi storici più recenti. Per i Vichinghi, gli antichi popoli di queste terre, le rune avevano un carattere sacro e divino, impiegate in circostanze eccezionali come l’ornamento di navi e spade e nella marcatura di oggetti legati al commercio, a scopo di protezione e difesa da varie minacce. Riguardo a questa antica pratica divinatoria, i dettagli certi sono scarsi: la data e il luogo esatti della loro origine sono incerti, tuttavia è noto che questi simboli erano conosciuti e utilizzati in Svezia già nell’età del Bronzo, intorno al 1300 a.C., usati come un alfabeto scritto per redigere documenti ufficiali e per comporre testi poetici e prosaici legati alle divinità solari. È inoltre documentato che le rune furono impiegate fino al Medioevo, periodo in cui erano ancora utilizzate dalle comunità islandesi.
Prima che i Germani adottassero una forma scritta propria, si avvalsero di simboli già in uso nelle culture scandinave, conosciuti come RUNE, termine derivato dal gotico Runa, che significa “segreto, enigma”. Questi simboli presto divennero strumenti per divinazioni, invocazioni e rituali, aumentando così la loro rilevanza e diffusione. Furono incisi su vari oggetti come coppe cerimoniali, amuleti ritualistici, armamenti guerrieri e prue delle navi vichinghe.
Le rune trovavano largo impiego anche nei memoriali per i defunti, con steli erette in loro onore. Su queste venivano scolpiti racconti delle gesta eroiche e auspici per attrarre protezione e guida nell’aldilà per l’anima del defunto. La capacità di interpretare le rune era molto valutata, conferendo onore, ricchezza e grande stima a chi ne possedeva la conoscenza, soprattutto in momenti di necessità.
Nel mondo vichingo e teutonico, gli esperti delle Rune, spesso donne, erano simultaneamente venerati, festeggiati, accolti e temuti. Questi praticanti sciamanici, presenze costanti nelle comunità tribali, portavano sempre con loro un sacchetto contenente ciottoli incisi su un lato con rune. Durante le consultazioni, a seguito di una domanda posta dal capo del clan, estraevano le pietre dal sacchetto, interpretando solo quelle con i simboli rivolti verso l’alto. Tale pratica divinatoria era comune soprattutto prima delle battaglie, momento in cui i guerrieri incidevano simboli propizi sulla loro armatura. Tra i molteplici significati dei segni runici, il più diffuso è “liberare il guerriero dello spirito”.
Le informazioni dello storico romano Tacito ci permettono di affermare che tali simboli e metodi interpretativi erano conosciuti in tutta Europa già nel primo secolo d.C.
All’epoca, le Rune erano una presenza costante nella vita di guerrieri, commercianti e religiosi, portando a un aumento della loro fama e comprensione. Questo portò alla necessità di un alfabeto unificato, riconosciuto da tutti, il “Futhark”, con 24 rune suddivise in tre gruppi di 8 simboli ciascuno. Ogni gruppo era nominato in onore di una divinità principale, riflettendo la credenza nelle speciali potenze dei numeri 8 e 3.
Nell’evoluzione dell’alfabeto runico all’interno della cultura vichinga svedese, il numero di simboli si ridusse a 16, persistendo in questa forma fino al VII secolo. Questo cambiò con l’arrivo della lingua latina e del suo alfabeto, che portarono alla graduale scomparsa delle rune. Successivamente, gli Anglo-Sassoni espansero l’alfabeto runico a 33 caratteri, introducendo anche la Runa Mistica, un simbolo privo di incisioni che rappresentava l’ineffabile e l’ignoto aspetto del divino. La caratteristica forma squadrata delle rune deriva dal materiale su cui venivano incise, prevalentemente pietra e roccia, che non consentiva la realizzazione di disegni morbidi o curvi a causa della loro durezza.
Seguirà, poi un approfondimento sui singoli simboli delle rune e sul loro significato nella divinazione.