Le cinque regole

Cinque sono le regole che ho appreso lungo il cammino. Sono antiche quanto i racconti che si fanno intorno al fuoco, e non ammettono deroghe. Le ho imparate vivendo, cadendo e rialzandomi, osservando i silenzi degli alberi e ascoltando le parole dei maestri.

La prima regola mi parla della dignità. Cammina dritto, mi dico sempre, e custodisci la tua dignità come se fosse un vecchio cappotto, consunto dal tempo, ma caldo e rassicurante. Non cedere mai il tuo valore per un piatto di lenticchie, non lasciare che qualcuno ti convinca di valere meno di quello che sei davvero. La dignità è la colonna che sorregge tutto, è la lanterna che illumina la strada nelle notti oscure.

La seconda regola è silenziosa come un vecchio monito: non lamentarti. Perché il lamento è un pozzo oscuro, che ruba energie preziose. Meglio incanalare quelle energie in qualcosa che renda più lieve il viaggio. Ogni lamentazione attira ombre, anime stanche che non conoscono la luce. Preferisco scegliere parole luminose, che scaldano il cuore e nutrono l’anima.

La terza regola è il segreto di ogni magia: pensa in grande, pensa in bene. Ho scoperto che immaginando con nitidezza ciò che desidero, rende più vicini i miei sogni. È come disegnare mappe invisibili che il destino, con lentezza, realizza. Lo dicevano gli antichi saggi: il mondo è dentro di te, prima ancora di apparire fuori.

La quarta regola è custodire lo spirito. È nel silenzio del bosco che ho imparato a percepire l’invisibile filo che lega l’anima alla carne. Curare lo spirito è come curare un giardino nascosto, dove crescono le rose più belle. Solo un’anima luminosa può illuminare un corpo che altrimenti si farebbe flaccido, opaco, spento e stanco.

Infine, la quinta regola mi ricorda che il corpo è sacro. Mi prendo cura del mio corpo con rispetto, come farebbe un giardiniere con la terra che ama. Sono ciò che mangio, ciò che bevo, ciò che lascio entrare nella mia vita. Scelgo ogni alimento come fosse una medicina, la parola di una poesia, un verso delicato che compone la mia storia.

L’inaffondabile e il Premio Campiello

A volte le cose si intrecciano in modo curioso.
L’inaffondabile, il romanzo che ho scritto con Attilio D’Arielli, è entrato nella selezione del Premio Campiello.
Lo dico con un sorriso un po’ incredulo e grato: comunque vada, per noi è già un bel traguardo.
E proprio in questi giorni – sembra quasi fatto apposta – inizieranno a Porticello le operazioni per recuperare il Bayesian, il veliero che ha ispirato la nostra storia.
Un libro che parla di ciò che affonda ma resiste, e una barca che forse, dopo mesi, tornerà a galla.
Per chi non lo avesse ancora letto: https://amzn.eu/d/3ZYTBvg

Evento Annullato

Quando il rispetto manca, è giusto dire basta.

Mi dispiace comunicarvi che la presentazione del libro “L’inaffondabile”, prevista per oggi a Benevento, è stata annullata.

Una decisione sofferta ma necessaria, causata da gravi mancanze di rispetto da parte degli organizzatori della rassegna Benevento LibrAria. Né io né il coautore Attilio D’Arielli siamo mai stati contattati nei mesi precedenti. Nessuna comunicazione, nessuna condivisione. E poi, la locandina ufficiale: nessuna menzione dei nostri nomi, nessun riferimento alla nostra presenza come autori.

Un’omissione che, alla luce di quanto accaduto, appare tutt’altro che casuale.

Sono autore di nove pubblicazioni, ho presentato i miei libri in Italia e all’estero, in eventi partecipati e ben organizzati.

Uno dei miei romanzi è attualmente in fase di sceneggiatura per diventare un film, e nei prossimi mesi sarò impegnato con presentazioni in Germania, Belgio, Stati Uniti, oltre che alla Fiera del Libro di Torino.

Non ho mai preteso privilegi, ma credo che ogni autore, a prescindere dal curriculum, abbia diritto a un trattamento dignitoso.

Quando questo rispetto viene negato, è giusto e doveroso dire basta.

Per questo motivo ho scelto di annullare l’evento e, almeno per ora, sospendere ogni collaborazione culturale con la città di Benevento, finché non cambierà l’approccio nei confronti di chi scrive e si spende per la cultura.

Ringrazio chi continua a seguirmi con stima e affetto.

Ci ritroveremo altrove. Dove la cultura non è usata, ma vissuta.

Giuseppe Tecce

giuseppetecce.com/biografia

Atarassia

Dalla sommità dello scoglio mi ergo come Poseidone sopra il mare infinito, prodigo di opportunità e di ricchezze.

Le tenaglie di Carcino separano, con delicatezza, i fili tessuti dalle Nereidi, e io, a torso nudo, mostro al mondo le mie vergogne, che vergogne non sono, ma figlie delle occasioni che il destino ha saputo offrirmi. Il vento, sibillino, mi ha portato notizie di te, dei tuoi disallineamenti e degli squilibri viscerali, delle discrepanze che percorrono il tuo dire e il tuo fare, delle parole che proclami e delle mosse atipiche che ti tradiscono. Non smetti di mentire a te stessa, ed è in questa menzogna che crei distanza, non tra ciò che dici e il mare, ma tra ciò che dici e il male che dissemini, scambiandolo per sapere divino. Ma tu di divino non possiedi nemmeno il sentore, e le tue mani, più delle tue parole, mostrano al mondo l’incongruenza delle tue scelte. Essere narcisisti è proprio questo: illudersi di essere altro rispetto a ciò che si è davvero, dimenticando che sono i gesti, e non le parole, a rivelare la verità.
Ed io, in piedi su questo sperone di roccia, guardando il mare infinito e le sue molteplici possibilità, ho compreso. Non più fendente, né giudice, né redentore. Solo custode di me stesso.
Ho lasciato che il vento si portasse via il tuo veleno, che le onde disperdessero il tuo magnetismo illusorio, che il sole prosciugasse ogni scoria residua della tua voce. Nell’atarassia ritrovata, il mare ed io siamo tornati a essere una cosa sola: incorruttibili, eterni, silenziosi.

Quando si muore

Quando si muore, non si muore per davvero. Si spalancano porte che attraversano veli dimensionali che ci portano oltre il visibile, laddove gli occhi non osano guardare e dove i cuori sanno di dover cercare. 

Quando si muore, non si ha paura di morire, perché l’anima si ricorda dei giardini che aveva perduto, dei sentieri azzurri che Omero aveva intravisto oltre le colonne d’Ercole,

e che Dante, cieco d’amore, aveva percorso scalzo.

Quando si muore, si sente il fruscio delle pagine mai voltate, lo scorrere della penna su fogli di libri mai scritti, le parole sospese tra Esiodo e Whitman, il respiro regale di tutte le stelle che mai si accesero, e l’eco delle cattedrali d’aria che Rilke sognò senza poterle mai toccare.

Si va là dove i pittori stendono cieli impossibili, dove Turner lasció esplodere i suoi tramonti senza pennelli, e dove Van Gogh rideva, seminando girasoli su cieli scuri accesi di galassie colorate.

Si cammina senza gravità sulle strade costruite da Virgilio per le anime gentili, si riconoscono i sassi parlanti di Antonia Pozzi, e si dialoga coi sogni infranti di Novalis, mentre il tempo, smesso il suo abito regale, si fa fanciullo e gioca tra i nostri capelli.

Quando si muore, si diventa la memoria che aleggia nelle stanze,

la carezza che non ha più bisogno di mani, la nota persa che Debussy inseguì senza mai afferrare.

Si varca un giardino senza recinzioni,

dove il sole non sorge né tramonta,

e dove ogni creatura  è chiamata per nome, come in una nuova Genesi.

E allora si che si capisce che la morte non è una fine, ma un ritorno alle origini, un tuffo oltre l’ultima curva del pensiero, dove anche Dio, smarrito,

ci aspetta sotto un albero di melograni.

L’inaffondabile

Heaven è una splendida ragazza di appena diciotto anni e tra i tanti sogni della sua giovane età, ne giunge uno in particolare, premonitore della drammatica realtà che seguirà.
Il padre è uno scienziato visionario, che oltre ad essere un uomo brillante che ha costruito il proprio successo con determinazione, è anche un marito e un papà premuroso, tanto da acquistare, per la propria famiglia, una nave, moderna ed elegante, che è un concentrato di
tecnologia e sicurezza. Tutto sembra scorrere serenamente, fino a quando una tempesta, improvvisa dispensatrice di devastazione e morte, in pochi momenti, cambia il corso della vita
delle vittime e dei superstiti.
Ancora una volta, nella storia italiana, l’indagine della Magistratura si intreccia con l’ombra dei Servizi Segreti, mentre tutti si affidano alla scienza per svelare i misteri dietro al tragico naufragio.
All’ombra di quello che è destinato diventare uno dei paesi più famosi della costa siciliana, Porticello, a pochi chilometri da Palermo, personaggi carichi di umanità e con una propria personalità, vengono proiettati in un’indagine così complessa, da sbriciolare le stesse radicate certezze di molti esperti.
Prendono corpo, quindi, le emozioni e i sentimenti di chi, a tutti i costi, tenta di salvare e di chi cerca di investigare.
In una delle estati più torride mai registrate, quello che sembrava solo un grave incidente estivo, un fatto di cronaca, diventa un caso internazionale, trasformandola in un’estate di infiniti teoremi.
Solo uno, alla fine, potrà garantire la soluzione al quesito più difficile da risolvere, la domanda a cui
tutti tentano di dare una risposta: cosa realmente ha affondato “L’inaffondabile”.
Tra finti complotti e segreti, un giornalista è alla ricerca della verità a tutti i costi e non solo per sete di conoscenza, ma anche per rendere dignità e pace alle vittime del naufragio.
Il romanzo “L’inaffondabile” è ispirato alla storia vera del Bayesian, lo yacht di lusso affondato a largo di Porticello il 19 agosto 2024, nel quale morirono 7 persone, tra i volti più noti ed importanti della finanza e del jet set mondiale. Una storia fatta di punti di vista, cambi di scena ed opinioni
contrastanti. Un romanzo in cui Amore, Sopravvivenza e Morte si intrecciano come correnti invisibili in un mare in tempesta, dove il confine tra il destino e il mistero si dissolve, lasciando che siano solo il cuore e l’ombra della verità a tracciare la rotta finale.
Tutto questo è “L’inaffondabile”, e ne parleremo martedì 29 aprile alle ore 17,00 a Palazzo Paolo V a Benevento. Vi aspetto.

Il 23 Aprile

La cultura è determinata dai libri che si è letti; la pila di libri da leggere è altrettanto importante, perché ci ricorda tutto ciò che ancora dobbiamo apprendere. Le grandi librerie ci restituiscono l’odore della carta, che inebria i cervelli.
Il mio ultimo libro “L’inaffondabile” è finito dritto nella biblioteca privata di casa Alberto Moravia, e Carmen Lliosa, la moglie, lo ha definito un capolavoro.
Oggi è il giorno di nascita di Shakespeare, la giornata mondiale del libro ed il mio compleanno!

La Pasqua

Non c’è nulla da fare, può essere primavera quanto vuole, ma quando arriva Pasqua, anche se arriva ad aprile inoltrato, c’è sempre brutto tempo. Il fenomeno lo tengo sotto osservazione da decenni, perché ha sempre colpito la mia immaginazione. Chissà cosa si nasconde dietro una delle più grandi feste della Cristianità, quella in cui si festeggia non la morte, bensì la resurrezione del Cristo. Tengo tutto annotato in una vecchia agenda, una di quelle che non si trovano nemmeno più in commercio. La apro, la sfoglio, e trovo un susseguirsi di eventi climatici sfavorevoli: che Pasqua tocchi a Marzo, o ad Aprile, in alcuni casi addirittura a fine aprile, c’è sempre un tempo funereo, con nuvoloni neri, pioggia, e, ancor peggio, venti fortissimi. Il vento proprio non lo sopporto. Preferisco una giornata di pioggia, magari una pioggia lenta e rilassante, piuttosto che una giornata agitata e ventosa, pur senza pioggia.
Mancano pochi giorni a Pasqua, e si respira già aria di festa. Ovunque è un susseguirsi di odori, di sentori, di saperi e di sapori. È un tripudio di soppressate, uova sode, salami di ogni genere, spezie, pepe; è la festa della “pizza co l’ereva”, della “pizza chiena” e soprattutto della “pastiera”.
Teresa, proprio queste ultime due meritano un breve discorso a parte, perché rientrano a pieno titolo nell’Olimpo delle specialità del nostro entroterra.
La “pizza chiena” ossia la “pizza ripiena” è la rappresentazione, fatta pane, dell’abbondanza, che, soprattutto in passato, aveva avuto un valore calorico decisivo, dopo il periodo magro della Quaresima. I continui digiuni e le privazioni quaresimali, trovavano una fine naturale di fronte al muro invalicabile della pizza chiena. Si tratta di un rustico, nato nelle terre a ridosso tra la Basilicata e l’entroterra campano, che possiamo identificare proprio col territorio dell’alta Irpinia, e diffusosi, poi, in tutte le province dell’appenino, fino al basso Lazio. C’è qualche variante nel nome, ma la sostanza non cambia: è il rustico dell’abbondanza, ripieno con tutto ciò che la rappresenta, salame, prosciutto, uova, formaggi, spezie, il tutto avvolto in un morbido impasto che ne fa da contenitore. Sarà che ho un debole per i dolci, ma la pastiera, cara Teresa, è la quintessenza della bellezza del vivere, il profumo dell’alba mattutina dopo una notte di risvegli amorosi, la brezza fresca che ti accarezza il viso dopo una giornata torrida, il tetto che ti protegge dalla pioggia scrosciante in un giorno d’autunno. La pastiera è tutto questo, racchiuso in un disco, dal diametro, pressappoco, di 24 centimetri, ed uno spessore di 5. Teresa, la pastiera è il classico dolce, ripieno di ricotta e grano, tipico della tradizione napoletana, che si è diffuso nell’entroterra campano, divenendo il simbolo stesso delle festività pasquali. Non mancano variazioni irpine sul tema, con pastiere fatte con ricotta carmasciano, nocciole di avella, fichi di San mango sul calore, tutte eccellenze del territorio, contribuendo a realizzare un dolce simile, ma non uguale a quello originale. Alta è la disputa sulle strisce di pasta frolla che vengono utilizzate per decorare la parte superiore del tortino: c’è chi non segue la tradizione e ne usa a discrezione, e chi, invece, ne è legatissimo, mettendone esclusivamente sette. Pare, che secondo la tradizione, le strisce debbano essere sette a rappresentare i tre decumani di Napoli, da una parte, e i quattro punti cardinali della città, dall’altra. In ogni caso, con sette o più strisce, resta uno dei dolci più ghiotti della tradizione pasquale della nostra terra, e non c’è casa, e non c’è massaia che, nel periodo pasquale, non sia alle prese con fornelli, ricotta, grano, fiori d’arancio, e pasta frolla. ( inedito da “La Gente della Terra di Mezzo)

Ver Sacrum

In qualità di Presidente della APS “Ver Sacrum-Arte, Cultura e Società-Cinthia”, durante il mio ultimo viaggio in Germania, ho avuto l’onore di consegnare delle targhe, simbolo di amicizia e di collaborazione tra la cultura italiana e quella tedesca.
Attraverso questo gesto simbolico, abbiamo voluto costruire un ponte ideale tra il Sud Italia e le comunità italiane ormai pienamente integrate nel tessuto sociale e culturale tedesco. Le targhe rappresentano un segno di riconoscenza ed un impegno condiviso verso il dialogo interculturale, la promozione della bellezza, della memoria e della creatività.
Il riconoscimento è stato conferito a Maurizio Del Greco, Enrico Lo Verso, Fabio Massa, Grazia Cavallo Müller, Luca Paglia, ESA Colonia, BSF.

Il mio tour in Irpinia

Stamattina mi sono fatto un lungo tour in terra irpina, attraversando, questa volta in auto, paesi che, un tempo, attraversavo con la mia bellissima bicicletta. Ma in quell’epoca ero giovane ed ero ben allenato per andare in bicicletta. E così stamattina mi sono trovato a passare in alcuni dei luoghi descritti ne “L’agente della Terra di Mezzo”, come Mirabella, Grottaminarda, Fontanarosa, Paternopoli, Castelfranci, Villamaina, Gesualdo, Frigento, ricordando quelle giornate trascorse, sudato, ma felice, sui pedali della mia mountain bike. Insomma un bel giro nel cuore verde dell’Irpinia, che ti riconcilia con il mondo e con la vita!!!