A mezz’ora da tutto

Ed eccolo, finalmente. Il mio nuovissimo libretto: “A mezz’ora da tutto”, è nelle mie mani.
È inutile e superfluo dirvi che è bellissimo. Il libretto è in vendita ovunque ed è la cronistoria narrata del primo tour fatto in Germania, tra le nutrite comunità di italiani che vivono nelle zone di Colonia, Düsseldorf, Duisburg, Essen, a mezz’ora l’una dall’altra, e quindi a mezz’ora da tutto. Un viaggio goliardico che resterà nelle nostre storie e nella memoria di tante e tante persone che abbiamo incontrato in quel viaggio. Con me c’erano l’editore Pietro Graus e Mariano Graus, la giornalista Rai Vittoriana Abate, l’onorevole Simone Billi, lo scrittore Saverio Ferrara, il regista Maurizio del Greco e le nostre mascotte Patrizia Pili e zio Biagio.
La sera del prossimo 13 Aprile al Cinedom di Colonia, in occasione del primo premio Approdi d’Autore che si terrà in Germania, con la partecipazione del regista Fabio Massa e dell’attore Enrico Lo Verso, l’onorevole Billi donerà 100 copie del libro ai primi 100 arrivati. Io, ovviamente , provvederò ad autografarle con una una penna che, spero, scriva bene.
Intanto un po’ di copie le ho tenute per me, qui in Italia e, volendo potete chiederle direttamente a me, che, in quel caso potrò anche autografarvele.

Il ragazzo dai pantaloni rosa

Metti una mattina a pranzo con Teresa Manes

Non è questo il migliore tra i possibili mondi

Ritornando sulla strada di casa, mi sono ricordato che questo non è il migliore tra i possibili mondi. E, allora, bloccato nel traffico, mi sono ricordato che quando piove mi fa male il polso e che quando c’è vento il collo diventa rigido. Oggi, però, c’è uno spiraglio di sole, che squarcia le nuvole nere e pesanti, che da troppi giorni incombono su di noi, come ali sporche di un essere immenso che deve essersi nascosto da qualche parte, forse nelle sue stesse ali. Ma quell’essere chi è? E allora, continuando a riflettere, ho pensato che quell’essere che ci sovrasta forse siamo noi, che ogni giorno dobbiamo combattere contro le intemperie della vita, e che, forse, sono proprio i nostri improperi a diventare i mostri che nel cielo appaiono materiali, addensandosi in cumuli di vapore, simile all’ovatta, sporca, però. Poi, quell’ovatta, a un certo punto, collassa e viene giù sotto forma di pioggia purificatrice. E allora, ho pensato che la pioggia non poteva  essere una cosa negativa, perché la pioggia esisteva a braccetto con la vita, che essa stessa donava energia vitale alla natura e che altro non poteva essere, se non le lacrime di quell’essere, che, saturo di maledizioni e cattiverie, si riversava su se stesso quale rito di purificazione.

Ho guardato davanti a me. Le nubi si erano finalmente aperte, e quel raggio di sole, che prima, arrivava come uno spillo, dritto nei miei occhi, ora era diventato un campo aperto, dove giocavano bambini, che, d’improvviso, erano apparsi dinanzi a me, ricordandomi che, se è vero, che questo non è il migliore tra i possibili mondi, però ci si avvicina parecchio. 

Io e Franco Arminio

Due irpini in terra irpina

Tracce di me

Il cielo

Il cielo piangeva lacrime che sapevano di mirtillo, mentre l’aria brumosa incupiva la notte, tra i vicoli fatti di pietra e marmo. La nebbia saliva poggiandosi sui gradini di una scala che interrompeva la monotonia della via. La scala portava a un castello, disabitato, ormai, da secoli, dimora di spiriti erranti, almeno così si vociferava. C’era chi giurava di aver visto figure femminili accostarsi ai vetri delle finestre, durante le notti autunnali, e chi spergiurava di aver udito il rumore prodotto dalle spade che si davano duello. A Gesualdo ci sono arrivato sudato, dopo aver percorso la statale 303 che dal Passo di Mirabella si inerpica su per l’alta Irpinia. L’odore della brina si confondeva con quello del muschio e quando mi sono fermato vicino ad un albero, per fare la pipì, il naso è stato investito dall’odore forte dei miceti. La bicicletta l’avevo buttata di lato. È strano se mi fermo a pensare di quanto la maltratti. Poi, cancello i pensieri dalla mia testa leggera, inarco la schiena e monto di nuovo sulla mia bici, non senza aver fatto una sosta contemplativa al castello di Gesualdo, cercando dietro ai vetri delle finestre, e tra i rami degli olmi, i fantasmi di vite vissute e mai trapassate. 

Sì va al Salone Internazionale del Libro

Torino, arriviamo!
Sono felice di condividere una notizia speciale:
sabato 18 maggio alle ore 17, sarò ospite del Salone Internazionale del Libro di Torino, insieme a Graus Edizioni.
Parlerò de “L’inaffondabile”, il mio ultimo libro scritto a quattro mani con Attilio D’Arielli, in un incontro che si preannuncia intenso e ricco di emozioni.
Accanto a noi, altri autori della scuderia Graus:
Debora Iannotta ed Enrico Bassi con Dio come mi amo e Ciro Cacciola con Il ragazzo dai pantaloni rosa.
Sarà un’occasione bellissima per ritrovarsi tra le pagine, le storie, le parole che resistono e navigano — anche quando tutto sembra volerle affondare.
Vi aspetto a Torino!

Scritti che girano il globo

Come, oramai, accade dall’inizio dell’anno, ogni mese, un mio scritto viene pubblicato sulla Rivista Internazionale “Masticadores”, pubblicata in 14 paesi del mondo. Per me è una bella soddisfazione essere pubblicato da loro e avere la possibilità di essere letto in giro per il globo. Se vi va di leggere l’ultimo articolo, lo trovate al link qui in basso.

Da Grotta a Lioni

Coltivo questo pezzo di mondo con alacre assiduità, perché il particolare è sempre parte del tutto, e il tutto entra in ogni particolare.

A Grottaminarda ho trovato una casa, del colore delle arance di Sicilia, con un cane e quattro gatti, e in quella casa mi sono sentito a casa. Ha un grande giardino con alberi di mele e fichi e ulivi tutt’intorno. Un’amaca e un dondolo, messi in primo piano, su uno sfondo fatto di terra e poesia. In cielo c’è la luna, piena e tonda, luminosa come non mai, che illumina un cielo d’agosto terso e caldo.

Il canto delle cicale non smette mai, nemmeno quando dalle Pleiadi pezzi di stelle si staccano per cadere sul pianeta, lasciando scie luminescenti per palpitanti emozioni. Il cuore batte forte, scaldando corpi che non vogliono cedere all’inedia della sera. L’indolenza delle anime si scontra presto con la verità del luogo. Generazioni sapienti di contadini maturi hanno coltivano per secoli quei terreni, ricavandone frutti e nutrimento. Zampe di vacche podoliche e pingui maiali hanno calpestato quelle terre, dove ora giace inerme, riversa in terra, un’unica foglia di fico, intrisa degli umori corporali e seminata come si fa con il grano.

Non è il tempo dell’autunno, quando le foglie cadono come gocce di pianto dai crinali obliqui dei rami protetti. Non è ancora il tempo delle cadute, ma la foglia verde giace in terra, stemperando nei minerali del terreno gli ultimi suoi istanti di vita. Chiaramente è stata strappata via, chiaramente è stata messa lì, a ridosso dell’amaca, dove il cane amico, gioca scodinzolando a nuovi padroni. Il grillo abbassa la testa al mio passaggio, poi la rialza sistemandosi il cilindro. La mia capigliatura sciatta e rada nulla ha da spartire con la chioma lunga e profumata della padrona della casa. Ma nonostante il diverso, porto con orgoglio il trilby che nasconde le cicatrici del mio capo, e rassegnato mi preparo per il viaggio notturno nel cuore dell’Irpinia.

Le rane non hanno ancora smesso di gracidare, piccole luci sparse lungo il sentiero indicano la direzione che porta all’acqua. Il cane dalla coda dondolante, flemmatico mi scruta: ha una bianca peluria ed il passo di un pastore. Lei, invece, è ancora distesa sull’amaca, sazia di ogni sentimento, satolla fino all’orlo, satura di sudore e di ispirazione. Ha lunghi capelli neri, sciolti sulle spalle, mentre sorseggia una Peroni, guarda sorridendo la scena del cane che imbratta il nuovo padrone. Lo osserva divertita, poi dice di essere impaziente, che da donna ha terminato il tempo dell’attesa, che se non otterrà il tutto e subito, mollerà le redini e lascerà cadere la storia nell’oblio. Ma tu giovane donna non sai che la fretta porta sempre cattivi consigli e che la prima legge della vita è quella che ci impone di essere grati per quello che si ha. La gratitudine è il sentimento che ci riappacifica con la vita, la gratitudine apre le porte dell’invisibile, permettendoci di entrare in una dimensione che depone l’onirico in favore dell’essenza. Lei è giovane, lui non lo è più. Lei è governata dagli ormoni, lui da un senso di riappacificazione con il mondo. Lui le prende la testa tra le mani: “tesoro mio, abbi fede, tutto si sistemerà.

Dai il tempo al tempo di fare il suo lavoro, sii orgogliosa delle mie vittorie, così come io lo sono delle tue. Gioisci per ogni nostro incontro, come il giubilo per il giorno di festa, come il giubileo delle anime che si incontrano per sempre, come l’incrocio dei corpi che si danno piacere. Tu ancora non lo sai, ma stiamo facendo la storia, presi dentro a un vortice di bellezza senza confini, dove tu sei la protagonista indiscussa. Dalle tue labbra pendono i battiti d’ali delle farfalle, dalla tua bocca possono sorgere fonti incontaminate di acque argentate. Ma se tu molli ora, prima ancora di averci provato, prima ancora di cominciare il percorso, se tu molli ora, avrai per sempre il rimorso ed un peso all’addome, che mal si addice ad una giovane donna, dal portamento delicato”. Così dicevano i due, dimentichi, quasi, della missione che dovevano portare a compimento quella notte, quale pegno del loro amore, quale sigillo chiuso sopra a un mondo impenetrabile agli altri, invisibile ai più.

“Questa sera è una promessa, che scomparirà nel nulla se uno dei due smette di provarci. Sii costante, come lo sei in tutto ciò che fai, abbi la pazienza che hanno i forti, e mantieni sempre il sorriso che apre le porte e i cuori”. Ora è tempo di andare, la nostra eterna promessa, passa da un cammino che vale come luminosa promessa nel cammino buio che ci accingiamo a percorrere. A mezzanotte in punto, si parte”.

La Gente della Terra di Mezzo

Quando si zappa e quando si pota, non tengo ziani e non tengo nipoti, quando è tempo di vendemmià, ziani di qua e nipoti di là.
Mi ci sono seduto sopra. È l’Appennino, appuntito ed aspro, con i suoi sali e scendi, bello e mitologico, popolato di personaggi fiabeschi, abiti colorati, streghe, maoni, Janare, e tutte le bestie conosciute e sconosciute. Dalle cime dei monti godi panorami che ti fanno immaginare immortale. Nel fondo delle valli, mandrie di vacche podoliche migrano verso pascoli più verdi, dove gli steli d’erba si fanno poesia, e le dentature, straziate, stringono radici tirate a forza di strattoni dal terreno duro del cammino. Escrementi di bovino diventano secchi ripari per insetti, neri come la merda, corazzati come i Leopard, che non si fanno acchiappare, nemmeno se ti ci tuffi sopra. Ranocchiette verdi saltano veloci dentro a ciò che resta di uno stagno. L’odore acre della melma mi sale al naso causando reminiscenze antiche, di muschio e fango: è il petricore. (Inedito tratto da “La Gente della Terra di Mezzo)