L’inaffondabile torna di attualità

Stamattina io ed Attilio abbiamo rilasciato una bellissima e lunghissima intervista per una importante rivista. A quasi un anno dall’affondamento del Bayesian, in un momento particolarmente critico, per il fatto che il relitto è stato finalmente tirato fuori dal mare e perché sono partite le indagini strumentali da parte dei tecnici nominati dalla procura, si ritorna sul mistero dell’affondamento del veliero ritenuto inaffondabile. Io ed Attilio, che ci siamo cimentati nella scrittura dell’opera, che è a metà tra il sogno del romanzo e il rigore dell’inchiesta giornalistica, a pochi giorni dall’accadimento dei fatti, oggi possiamo dire, a quasi un anno di distanza, di aver centrato il nostro obiettivo e di aver saputo supporre e supportare fatti e situazioni che, in quell’epoca, non venivano nemmeno considerate come ipotesi. Il libro ha venduto decine di migliaia di copie ed è un libro ancora attuale, che rende onore alle vittime del naufragio, e ancora oggi ci mette in guardia sui pericoli del mare e della natura. Se non hai ancora letto il libro, non preoccuparti, perché lo trovi in tutte le librerie e negli store online. Il titolo è : L’inaffondabile!

I racconti dall’Irpinia visti da Orticalab

In Racconti dall’Irpinia – Graus edizioni – Giuseppe Tecce compone una riflessione esistenziale sotto forma di narrazione, restituendo alla letteratura quella funzione antica e necessaria di specchio dell’anima collettiva. Dodici racconti brevi, radicati nel paesaggio dell’Irpinia, ma affrancati da ogni provincialismo, costruiscono un universo simbolico in cui il tempo, lo spazio e l’identità si dissolvono, per poi ricomporsi in forme nuove e inattese.

Tecce si fa cantore del tempo sospeso, luogo in cui l’uomo abita non secondo la freccia lineare della cronologia, ma secondo le circolarità interiori della memoria, del desiderio e del mito. I suoi personaggi non vivono in un tempo storico, ma in una dimensione dell’essere che sfugge alla contingenza: sono ombre incarnate, forme archetipiche, frammenti d’infinito che abitano il limite. Il loro spazio non è geografico, ma ontologico. L’Irpinia, allora, non è solo paesaggio: è simbolo, è metafora del ritorno, del radicamento, dell’origine che ci fonda e ci sfugge.

L’autore intreccia ironia e nostalgia, incanto e concretezza, in una narrazione che si pone come atto conoscitivo, un modo per interrogare la realtà senza la pretesa di definirla, ma con il desiderio di abitarla poeticamente. Come i filosofi presocratici, Tecce guarda il mondo con stupore primordiale: ogni storia è una piccola cosmogonia, una visione dell’Essere incarnata in una voce, un gesto, un silenzio.

La sua prosa è intrisa di oralità, ma non è mai ingenua: rielabora la tradizione per renderla atto estetico e spirituale. Si avverte la lezione di Boccaccio e quella, più implicita, di autori come Calvino, che hanno saputo coniugare leggerezza e profondità, ma c’è anche il richiamo all’intimità metafisica di Buzzati e all’attaccamento al paesaggio di Pavese.

Ma Tecce ha un’intonazione singolare: il suo sguardo non è mai cinico, né disilluso, ma fiducioso nella capacità del racconto di disvelare la realtà nascosta sotto la superficie delle cose.

Così, attraverso le sue storie, l’autore ci conduce in quel “antro silenzioso” del Paese – non tanto una “Italia interiore”, quanto una geografia dell’anima – un altopiano invisibile dove l’identità non è definita dal ruolo o dalla velocità, ma dalla capacità di sentire, ricordare, e condividere.

(Rosa Bianco, critica letteraria, Orticalab – 22 giugno 25)

Passeggiando

I passi sono fatti di polvere e silenzio, mentre l’odore acre del cemento e della muffa sale su per le narici, facendo scoppiare ogni singolo atomo del cervello. Nelle vie deserte, il sole arriva tagliato in due dal profilo scuro delle case affacciate su di esse, la cui ombra rivaleggia con la luce, riproponendo l’eterna lotta tra il bene e il male, la luce e l’oscurità. E come nelle migliori tradizioni, la luce primeggia, almeno fino a quando la palla gialla del sole non deve lasciare il posto alla fornace biancastra della luna. L’aria è fresca, però, a dispetto dell’estate infuocata e della camicia sponzata del sudore di Mimí, il giornalista dai baffi dorati che dalla voce dell’Irpinia pontifica e santifica dei casi della vita quotidiana e di come la moglie di Carmine abbia potuto combinare quel guaio di cui tutti parlano. Gli operai in canottiera, forti del giorno di festa, sono riuniti in congresso davanti al bar di Angelina, la barista di Chiusano, che lavora col sinale, come le donne antiche, come le donne pie. E loro, gli uomini, dalle pingui facce rosate, inneggiano a storie mai vissute, bevendo birre ghiacciate, dimentichi, per un po’, delle mogli grasse lasciate a casa, a starnazzare con ragazzini pieni di ormoni, mentre preparano peperoni imbottiti di ogni ben di Dio. Ed io, dall’alto dei miei pensieri, percorro sentieri pieni di erbacce, salendo su per una scala, che incrocia chiese, santi e croci. Ed io penso ai tanti che quelle vie le percorsero tempo addietro, che qui ci nacquero e vi morirono, senza conoscere altre vite, senza parlare altre lingue, o aver masticato nuove emozioni. E allora mi fermo e penso: se tu sei la vita, io sono casa! 

L’ora immota

È l’ora della controra, quando le ombre diventano piatte, e l’aria immota fa maturare in fretta il grano, giallo come l’oro. E anche sull’Appennino è arrivato il caldo, quello che ti toglie il fiato, non ti fa respirare e chiede solo un po’ di ombra e di ristoro!

Ringrazio tutti

Devo ringraziare tutte le persone che ho incontrato sul mio cammino, soprattutto quelle più ruvide e cattive, che mi hanno fatto del male, perché mi hanno permesso di analizzare e di approfondire la conoscenza dell’animo umano e di capire certe dinamiche che altrimenti mai avrei compreso, ma anche nemmeno immaginato. Ora tutte quelle persone sono diventate personaggi dei miei libri.
Fanno parte, inconsapevolmente, di un unico grande gioco dei ruoli.

I racconti e gli irpini

Racconti dall’Irpinia sta andando benissimo. A pochi giorni dall’uscita è diventato un “must have” soprattutto nella terra che l’ha generato. Ieri sono stato contattato dall’assessorato alla cultura del comune di Lioni e stiamo concordando una data per la presentazione proprio in uno dei luoghi simbolo del libro. Spero che, in un moto di orgoglio territoriale, mi contattino tutte le amministrazioni irpine, in modo da organizzare una vera e propria tournée e che possiamo far conoscere a tutti questo libretto tascabile, che è, e deve essere motivo di orgoglio per un intero popolo!

Non farti ingannare dalle apparenze

Per quanto strano possa sembrarti, devo dirti che: Non sono una persona remissiva.
Non abbasso la testa davanti all’ingiustizia, non sorrido per convenienza, non cedo il passo a chi semina veleno credendosi giardiniere.
Ho imparato a mie spese che chi ti fa del male gratuitamente, lo fa perché teme la tua forza, il tuo coraggio, la tua coerenza.
Io non sono uno che accetta il marcio per quieto vivere.
Non sono uno che si lascia ammaestrare.
Sono il maschio alfa, non per imposizione, ma per indole.
E non tollero prediche da chi ha le mani sporche, da chi si lava la coscienza affondando la lama nel petto altrui.
Chi non ha morale non venga a farmi la morale.
Io la mia strada la conosco. E la cammino con la schiena dritta, anche sotto la tempesta.

Dicono di Racconti dall’Irpinia

Tecce si fa cantore del tempo sospeso, luogo in cui l’uomo abita non secondo la freccia lineare della cronologia, ma secondo le circolarità interiori della memoria, del desiderio e del mito. I suoi personaggi non vivono in un tempo storico, ma in una dimensione dell’essere che sfugge alla contingenza: sono ombre incarnate, forme archetipiche, frammenti d’infinito che abitano il limite. Il loro spazio non è geografico, ma ontologico. L’Irpinia, allora, non è solo paesaggio: è simbolo, è metafora del ritorno, del radicamento, dell’origine che ci fonda e ci sfugge.
L’autore intreccia ironia e nostalgia, incanto e concretezza, in una narrazione che si pone come atto conoscitivo, un modo per interrogare la realtà senza la pretesa di definirla, ma con il desiderio di abitarla poeticamente. Come i filosofi presocratici, Tecce guarda il mondo con stupore primordiale: ogni storia è una piccola cosmogonia, una visione dell’Essere incarnata in una voce, un gesto, un silenzio. (Dalla recensione di Rosa Bianco su Orticalab)

I camminatori dell’Appennino

Camminammo sulla cima dell’Appennino, attraversando terre, che all’apparenza, parevano desolate. Le vecchie insegne, ancora sospese ai pali che le avevano generate, cigolavano, mosse appena dal soffio del vento. Tutto intorno si riempiva di poesia e di luce. Di quella luce che acceca e lascia una macchia gialla sulla cornea, che ti rende cieco nei luoghi oscuri, come se avessi perso il centro dello sguardo. Il silenzio saliva dalle valli, galoppando su cavalli invisibili e invadeva le rovine, con la morbidezza dell’ovatta, restituendo una voce muta alle civiltà antiche, anch’esse rurali e non dissimili da quelle sparute che ancora oggi puoi osservare tutto intorno. 

Camminammo là dove un tempo passavano le greggi rumorose, portatrici di latte e nutrimento, la dove gli elfi, sul finire del giorno, danzavano con le coccinelle dai colori sgargianti. In quell’aria sospesa anche i Pierrot si erano dati convegno: vestiti intonsi, ricamati di sette punti neri su un tessuto arancio, portato fin lassù da sedici gechi dai piedi palmati. Danzavano, seducevano, cantavano come nel più fragile dei circhi.

Lo spettacolo era appena cominciato. 

Camminammo ancora, mentre le ombre lunghe della sera arrivavano a lambire l’orizzonte. Un vecchio pastore ripeteva a memoria i nomi delle pecore, mettendo l’accento su quelle scomparse. Ad un tratto, anche le pietre cominciarono a parlare in un dialetto antico, che entrava fin dentro le stanze della memoria delle lingue. Così potevi udire parole arcaiche, come frasca, Petra, juorn, vient, portate alle orecchie da un alito  di vento generato dalle credenze popolari. 

In lontananza, un albero storto si stagliava come un dio, i suoi rami nodosi indicavano direzioni che nessuna bussola può sapere. Ai suoi piedi, una ciotola di rame riempita di pioggia e di stelle: l’acqua tremava come tremano le mani di chi conosce troppe cose.

Incrociammo una donna, che se ne stava seduta sul limitare di un muretto a secco. Non parlò, ma aveva gli occhi di chi aveva visto l’inizio del mondo. Tutto intorno a lei una danza di galli cedroni che portavano sulle ali campanacci muti. 

Ci porse un frutto di sorbo, e quando lo spezzammo in due, ne uscì una farfalla nera, che si posò sulla fronte di ognuno.

“È il sigillo”, disse una voce che non sapevamo da dove provenisse. “Da ora ne siete i custodi”.

Il cielo si abbassò fino a sfiorare le nostre ciglia. Un lampo lontano illuminò per un attimo le rovine di un paese senza nome, aggrappato alla costa di un monte come un ricordo che non vuole morire. Una lapide diceva: Qui si fabbricava il silenzio.

Una bella recensione

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