Ho camminato con le mani incrociate dietro la schiena, lungo strade che non si sarebbero mai incontrate, e l’ho fatto simultaneamente. Come un profeta dei tempi nuovi, ho guardato oltre i balconi fioriti di via Manzoni, lasciando cadere lo sguardo su territori devastati, dove le anime si sciolgono in abbracci fraterni, non più fatti di carne e ossa, ma di una materia eterea che aleggia oltre ogni misura del tempo.
Il cielo, talvolta limpido, mi ha parlato spesso di te e della tua vita ora: di come non ti scalfiscano più i raggi del sole, né tantomeno le spade taglienti del freddo. Al di là delle nuvole c’è una città dove non serve passeggiare per conoscerne ogni angolo, dove non esistono più ori né bandiere, dove tutto ha finalmente un senso e un ordine perfetto. È lì che ti immagino, in attesa che ogni distanza si annulli, perché nulla vada più perduto e ogni promessa possa compiersi nella luce.
Eppure, mentre percorro quei sentieri sospesi in un tempo che fu, continuo a sentire il tuo respiro in ogni soffio del vento che mi sfiora il viso, a percepire il tuo sorriso nello sbocciare timido dei fiori. Le foglie, cadendo, compongono un nome, e il mare, nel suo moto incessante, racconta storie di cui siamo protagonisti senza esserne consapevoli.
Non temo più l’incertezza dei miei passi, né il buio di ciò che ancora ignoro. So che da qualche parte, in quell’altrove che i nostri occhi non sanno vedere, tu mi attendi. Ed è proprio in quell’incontro impalpabile, eterno e silenzioso, ogni cammino trova la sua meta, e ogni solitudine si dissolve nella pace del ritorno.
Allora continuerò a camminare così, leggero e fiducioso, lasciando che il cuore tracci sentieri che i piedi non saprebbero percorrere. E quando infine giungerò là dove tutte le strade convergono, saprò di essere arrivato a casa, in quel luogo sconfinato, dove ogni anima trova pace nella piena infinita casa dell’amore ritrovato.
