Gli Stati alterati della coscienza erano il mare primordiale dal quale, pescatori di anime, tiravano su reti cariche di effluvi vitali ed escrementi#. Nel mare alterato della coscienza avevano catturato un’anima libera, che credeva di essere libera, con la quale ho colloquiato tutta la notte. Anche gli Dei erano passati da quelle parti, in barba alle raccomandazioni di Odino , camminando su un tappeto di suoni cupi e sostenuti, assistendo inermi alle discussioni tra le anime, fatte di parole forti e di profonda sincerità. Negli Stati alterati della coscienza venivano fuori verità scomode ed ancestrali paure, portate a spalla da lacerati sacerdoti isiaci.
Una voce maschile, grave ed alta nello stesso tempo, intonava motivi antichi, su una melodia prodotta da una tastiera su un tappeto di archi. Parlava la lingua dura dei vichinghi, che lasciava immaginare orme pesanti su una tundra ghiacciata, mentre il cielo, solcato da aurore boreali, si apriva in un caleidoscopio di colori primordiali. Le parole, scagliate come lance contro il silenzio, evocavano memorie di un mondo dimenticato, dove gli Dèi banchettavano e le anime trovavano il loro destino su campi di battaglia mistici. Eravamo poco più che macchie di luce.
Nelle profondità di quello stato, sentii il sussurro di Pan, il dio cornuto dei boschi, che danzava nudo tra ombre e fuochi, chiamando gli spiriti erranti con il suono del suo flauto. Era un richiamo irresistibile, che risvegliava desideri sopiti e paure primordiali, un invito a unirsi alla danza sfrenata della natura, dove ogni maschera cadeva e ogni segreto era rivelato.
Freya, nel suo passaggio, aveva lasciato dietro di sé un profumo di ambra e muschio, mentre il suono dei suoi passi si faceva un tutt’uno con il canto degli sciamani, che invocavano la benedizione dei Nornir, le filatrici del destino. La rete tirata su dal mare alterato straripava di simboli: piume di corvo, amuleti di bronzo, frammenti di ossa, ognuno portatore delle proprie storie.
E lì, tra le onde del subconscio, vedemmo un antico sacrificio consumarsi: un fuoco sacro acceso su un altare di pietra, dove il sangue versato era l’offerta, a ciò che era trascendente. Una sacerdotessa velata, forse un’ombra di Hekate, tracciava segni incomprensibili nell’aria, mentre un corvo osservava dall’alto, scrutando l’eternità con occhi gelidi.
Nel mare della mia coscienza alterata, ogni voce, ogni visione portava un messaggio dimenticato, un eco delle ere pagane, quando gli uomini e gli dèi parlavano la stessa lingua e il mistero della vita era accettato,e non temuto. Forse, quella rete non è altro che un frammento del Wyrd, il tessuto del destino, che ci unisce tutti in un intreccio sacro e inscindibile.
(Giuseppe Tecce)
