Una lettura da “L’agente della Terra di Mezzo” di Giuseppe Tecce
Buona Pasqua Ortodossa
Neanche a Pasqua i russi evitano di bombardare e distruggere chiese e vite. Qui è nella regione di Zaporizhzhia, la scorsa notte.
Sono dei vandali senza Dio

Il canto Beneventano
Il canto chiamato “beneventano” rappresenta una variante delle tradizioni musicali diffuse nell’Europa romano-germanica. Nel caso specifico, nel Ducato longobardo di Benevento si affermò dapprima soprattutto negli ambienti monastici, maggiormente legati al potere, come la chiesa di Santa Sofia.
Esistono delle similitudini oggettive tra la musica beneventana e quella ambrosiana della Chiesa milanese che sono giustificabili come un’interrelazione tra i domini Longobardi del nord e il Ducato autonomo di Benevento, in Campania.
L’VIII secolo coincide per i Longobardi del sud il momento di massima espansione: la città di Benevento vede accrescere il suo prestigio, mentre nell’Italia settentrionale la capitale Pavia viene conquistata dai Carolingi, segno del declino di quelli che erano considerati indomabili guerrieri germanici.
Contestualmente, il canto beneventano si diffonde in un’area molto vasta, grazie al prestigio politico della città e all’autonomia che la Chiesa locale mantenne rispetto a quella di Roma.
Nel 1058, papa Stefano IX, già abate di Montecassino, proibì l’uso del canto ambrosiano nella liturgia, che venne poi totalmente soppiantato da quello gregoriano. A ciò si aggiunse la scelta di utilizzare il rotolo per la liturgia anziché il libro in forma di codice, al fine di sottolineare la solennità di alcuni riti.
Ad esempio, il canto della veglia del Sabato Santo si apre con la parola “Exultet”, segnale per i fedeli dell’annuncio della veglia del mistero pasquale dell’umana redenzione.
In Italia meridionale, tra il X e il XIV secolo, questo canto venne ricopiato su fogli di pergamena cuciti in modo da formare dei lunghi rotoli. Generalmente accanto al testo erano segnate anche le indicazioni musicali per intonare la melodia ed erano inoltre presenti anche una serie nutrita di miniature che illustravano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, varie fasi del rito eucaristico e rappresentazioni delle autorità religiose e politiche. In pratica, si trattava di un vero e proprio immaginario visivo per il popolo dei fedeli, pressoché totalmente analfabeti.
Con l’XI secolo, infatti, si diffuse l’abitudine di scrivere il rotolo del canto beneventano in due direzioni contrapposte: in questo modo, il diacono dal pulpito poteva intonare il testo, mentre la folla dei presenti osservava le illustrazioni che si dispiegavano sotto i loro occhi.
Attualmente ci sono pervenuti trentadue rotoli liturgici, di cui la maggior parte risulta essere in scrittura beneventana. Tra questi, il canto dell’Exultet ricorre per ben ventotto volte.
Uno dei rotoli meglio conservati è conosciuto con il nome di Exultet Casanatense 724 (B I 13) 3 e fu scritto a Benevento nel XII secolo.

Può succedere che…
A chi va in giro per L’irpinia può capitare che un gregge di pecore, gli distrugga quasi la macchina. Mitiche
Ahhhh l’amicizia!
Quando un personaggio incontra un altro personaggio, nel cuore dell’irpinia.
Ad maiora!
Con Hilarry Sedu

IL VULCANO CHE DORME
Lo avete riconosciuto? È il Vesuvio ripreso in questa bellissima foto dallo spazio. Le aree bianche che vedete sono abitazioni.
Al contrario di quanti erroneamente possano pensare, questo vulcano non è spento.
Si tratta di un vulcano esplosivo, la cui ultima eruzione ebbe luogo nel 1944. Da quella data non si sono verificate più eruzioni, e oggi il Vesuvio è considerato quiescente.
E’ considerato uno dei vulcani più pericolosi al mondo, in quanto più di 700.000 persone vivono alle sue pendici.

L’asino ed il pozzo
Un giorno l’ASINO di un contadino
cadde in un pozzo.
L’animale pianse e ragliò duramente per ore
mentre il contadino
cercava di fare qualcosa a riguardo.
Alla fine decise che l’asino era troppo vecchio
e il pozzo era asciutto da molto tempo
e aveva già bisogno di essere tappato,
pertanto non valeva davvero la pena
tirare fuori l’asino dal pozzo.
Chiamò i suoi vicini, ognuno prese una pala
e iniziarono a gettare terra nel pozzo.
L’asino resosi conto
di quello che stava succedendo
si mise a piangere e ragliare orribilmente.
A un certo punto con sorpresa di tutti
l’asino smise di lamentarsi
dopo alcune palate di terra.
Il contadino guardò in fondo al pozzo
e si stupì di ciò che vide…
Con ogni palata di terra,
l’asino stava facendo qualcosa di incredibile:
batteva la terra con gli zoccoli
e faceva un passo sopra la terra.
Molto presto tutti videro con sorpresa
l’asino arrivare fino alla bocca del pozzo,
passare sopra il bordo e uscire trottando.
La vita ti getterà a terra, ogni tipo di terra…
Il segreto per uscire dal pozzo
è batterla e usarla per fare un passo in alto.
Ogni nostro problema è un gradino verso l’alto.
Possiamo uscire dai pozzi più profondi
se non ci arrendiamo…
Usa la terra che ti gettano per andare avanti.
Ama di più, compatta la terra,
perchè in questa vita
bisogna essere una soluzione,
non un problema.
E lascia che i veri somari siano gli altri. 🤗
Esopo, VI sec. a. C.

Guarda che ho vinto
Guarda un po’ cosa ho vinto!
A casa di Carlo Gesualdo
Tra i monumenti più importanti dell’Irpinia, il castello si trova nel comune di Gesualdo (Av) e, oltre ad essere stato sede di comando dei grandi possedimenti feudali della potente famiglia Gesualdo, fu la dimora del principe Carlo Gesualdo, considerato uno dei padri della musica polifonica moderna, oltre che protagonista del famoso duplice delitto avvenuto a Napoli, a Palazzo San Severo.
L’architettura del castello di Gesualdo
Quattro torrioni circolari, con cortine cinte da rivellini e con corte centrale, delimitano il castello. La facciata del maniero richiama gli schemi architettonici ottocenteschi ma all’interno sono presenti testimonianze di arte gotica e elementi architettonici di stile rinascimentale.
Alla fine del 1500 il Principe Carlo Gesualdo opera un completo rinnovamento della struttura, anche grazie alla sua personalità artistica: fece infatti realizzare il cortile e loggia della torre meridionale, nuovi appartamenti e cucine attrezzate a ospitare una corte rinascimentale.
Venne inoltre realizzata la Sala del teatro e, nel contempo, le stanze e le gallerie furono decorate con pitture manieriste e fiamminghe. Il complesso fu anche abbellito con giardini e fontane.
Dopo ulteriori vari rimaneggiamenti e ormai in rovina, nel 1855 il castello diventa proprietà della famiglia Caccese che realizzò nuovi ambienti, restaurò la facciata e creò il collegamento tra il castello e piazza Neviera.
Carlo Gesualdo, il principe dei musici
Carlo Gesualdo, noto come Gesualdo da Venosa (Venosa, 8 marzo 1566 – Gesualdo, 8 settembre 1613), è stato un compositore italiano, appartenente alla nobile famiglia napoletana dei Gesualdo. Lo zio, da parte di madre, era il famoso cardinale e arcivescovo Carlo Borromeo, noto come San Carlo. Gesualdo fu principe di Venosa, conte di Conza e signore di Gesualdo.
Il suo nome è legato alla musica e in particolare alla musica polifonica: fu infatti compositore di madrigali e di musica sacra ed è considerato uno dei principali innovatori del linguaggio musicale.
Secondo alcuni, Carlo Gesualdo è da considerarsi il più importante madrigalista del suo tempo.
Gesualdo, dal XX secolo, ispirò, oltre ad alcuni compositori moderni, anche la realizzazione di fiction e drammi musicali. Il principe è famoso anche per essersi macchiato del delitto della prima moglie (che era anche sua cugina), Maria d’Avalos, con l’amante di lei, Fabrizio Carafa, duca d’Andria e conte di Ruvo; l’omicidio avvenne a Napoli, a Palazzo San Severo (Palazzo di Sangro), in vico San Domenico Maggiore.
Carlo Gesualdo, nonostante la legge giustificasse l’atroce delitto compiuto, si rifugiò nella fortezza di Gesualdo (il Castello di Gesualdo) ma dopo tre anni e quattro mesi si sposò a Ferrara con Eleonora d’Este. Successivamente tornò a Napoli e poi definitivamente a Gesualdo in cui fece costruire tre chiese e due conventi: uno per i Domenicani e uno per i Cappuccini. Nel castello fece realizzare, tra l’altro, un teatro per la rappresentazione delle sue opere ed una stamperia per la pubblicazione dei testi musicali. In questo modo il castello di Gesualdo divenne uno tra i più importanti centri musicali del tempo, frequentato da appassionati e letterati, tra cui anche Torquato Tasso.





L’antico Canto Beneventano
La sera di Pasqua è andato in scena un evento straordinario: i suoni dell’antico Canto Beneventano hanno risuonato nella chiesa di Apice.
La “Schola Cantorum Orbisophia”, ha proposto degli assaggi sonori delle antiche preghiere del VII/VIII secolo del Canto Beneventano, in occasione del concerto di Pasqua e della presentazione del libro “Canti beneventani: itinerari di ricerca” di Michele Intorcia .
Dire che Orbisophia fa risuonare il Canto Beneventano è un po riduttivo, perché questo è l’unico coro al mondo che mantiene in vita la tradizione Beneventana. Il tutto grazie alla costanza e alla caparbietà della fondatrice e direttrice Tetyana Sh
Voce solista Ninfa De Masi e Tetyana
Voce narrante: Stefano Leone
Consulenza scientifica – prof. Matthew Peattie















