Il momento esatto in cui è arrivata la notizia

Il momento esatto in cui mi è arrivata la notizia: ho vinto il “Premio Internazionale Spoleto Art Festival”, sezione letteratura. Un grazie va subito al mio editore Pietro Graus che ha creduto in me, e a tutta la mia squadra, a cominciare da Maurizio Del Greco, Rosanna Lemmo, Maria Baldares, ma anche Grazia Caruso, Laura Ricca, Michela Ottobre e Stefania Napolitano. Grazie a tutti voi.

Il viaggio di Abdou

Il giorno dopo Spoleto

Dopo la vittoria al “Premio Internazionale Spoleto Art Festival”, sezione letteratura, con il mio romanzo “Tramonti Occidentali”, mi avete sommerso di affetto e attestazioni di stima. Non posso che essere grato per la valanga di auguri e complimenti ricevuti, sia sui social che in privato.
Il vostro supporto mi da un’energia preziosa che mi spinge a guardare avanti, verso nuovi orizzonti e verso sfide ancor più ambiziose.
Ora si continua a sognare e lavorare! La prossima tappa? Il film ispirato al romanzo che inizierà le riprese nella prossima primavera. E poi ci sono altri obiettivi all’orizzonte, forse grandi, ma le sfide sono fatte per essere affrontate… e vinte.
P.S. nella foto il servizio fotografico fatto sotto la “Tower Bridge” dopo aver appreso la notizia della vittoria.

Una grandiosa vittoria: Spoleto Art Festival

Una mattina qualsiasi, di un qualsiasi mercoledì di fine Agosto, mi arriva la comunicazione: ho vinto, con la mia opera “Tramonti Occidentali”, il Premio Internazionale Spoleto Art Festival. Un riconoscimento importantissimo che corona un periodo di grande lavoro e grandissimi sacrifici. Un periodo, nello stesso tempo, bellissimo per la preziosità del tempo donato e di quello ricevuto. Un premio che è un riconoscimento anche per tutte le persone che sono state e mi sono ancora vicine, che hanno creduto in me e che credono nei grandi traguardi che possiamo raggiungere insieme. Un grazie grandissimo al mio editore Pietro Graus e alla Graus Edizioni che mi ha accolto con gioia nella sua bellissima realtà, e con il quale sto intraprendendo un percorso di vita che era impensabile fino a poco tempo fa. Un grazie grandissimo anche a chi mi sostiene e sopporta tutti i giorni, a partire dal meraviglioso Maurizio Del Greco, Rosanna Lemmo, Maria Baldares e a tutte le amiche che mi supportano e sopportano. Credo fermamente che un risultato del genere si ottenga, sempre, con un grande lavoro di squadra e la mia squadra è imbattibile.
Ad maiora!

I quattro peccati capitali di Londra

I quattro peccati capitali di Londra:
1) ad eccezione di quelle famose di Abbey Road, non ci sono strisce pedonali a Londra. E di km a piedi ne ho fatti davvero tanti, ma nulla da fare;
2) non si trovano cestini per i rifiuti, nemmeno a pagarli oro. Eppure a terra non si vedono cartacce o cicche di sigarette. Ma dove diavolo li mettono: in tasca?
3) non si trovano bagni. È incredibile, ci sono centinaia di migliaia di persone per strada, ma non si trovano bagni, e la maggior parte dei locali in centro espongono cartelli: non cercate bagni qui!
4) l’ultimo peccato mortale, ma non meno grave, è che si mangia malissimo. Non hanno cultura alimentare e bisogna arrangiarsi alla meglio. Stasera per mangiare, finalmente, bene mi sono rifugiato in un ristorante Georgiano, e finalmente godo!

Da Grotta a Lioni

Da Grotta a Lioni

Il brano che leggerai qui di seguito, è tratto dal libro “Racconti dall’irpinia” di Giuseppe Tecce. Puoi acquistare il libro cliccando qui

Coltivo questo pezzo di mondo con alacre assiduità, perché il particolare è sempre parte del tutto, e il tutto entra in ogni particolare.

A Grottaminarda ho trovato una casa, del colore delle arance di Sicilia, con un cane e quattro gatti, e in quella casa mi sono sentito a casa. Ha un grande giardino con alberi di mele e fichi e ulivi tutt’intorno. Un’amaca e un dondolo, messi in primo piano, su uno sfondo fatto di terra e poesia. In cielo c’è la luna, piena e tonda, luminosa come non mai, che illumina un cielo d’agosto terso e caldo. Il canto delle cicale non smette mai, nemmeno quando dalle Pleiadi pezzi di stelle si staccano per cadere sul pianeta, lasciando scie luminescenti per palpitanti emozioni. Il cuore batte forte, scaldando corpi che non vogliono cedere all’inedia della sera. L’indolenza delle anime si scontra presto con la verità del luogo. Generazioni sapienti di contadini maturi hanno coltivano per secoli quei terreni, ricavandone frutti e nutrimento. Zampe di vacche podoliche e pingui maiali hanno calpestato quelle terre, dove ora giace inerme, riversa in terra, un’unica foglia di fico, intrisa degli umori corporali e seminata come si fa con il grano. Non è il tempo dell’autunno, quando le foglie cadono come gocce di pianto dai crinali obliqui dei rami protetti. Non è ancora il tempo delle cadute, ma la foglia verde giace in terra, stemperando nei minerali del terreno gli ultimi suoi istanti di vita. Chiaramente è stata strappata via, chiaramente è stata messa lì, a ridosso dell’amaca, dove il cane amico, gioca scodinzolando a nuovi padroni. Il grillo abbassa la testa al mio passaggio, poi la rialza sistemandosi il cilindro. La mia capigliatura sciatta e rada nulla ha da spartire con la chioma lunga e profumata della padrona della casa. Ma nonostante il diverso, porto con orgoglio il trilby che nasconde le cicatrici del mio capo, e rassegnato mi preparo per il viaggio notturno nel cuore dell’Irpinia.

Le rane non hanno ancora smesso di gracidare, piccole luci sparse lungo il sentiero indicano la direzione che porta all’acqua. Il cane dalla coda dondolante, flemmatico mi scruta: ha una bianca peluria ed il passo di un pastore. Lei, invece, è ancora distesa sull’amaca, sazia di ogni sentimento, satolla fino all’orlo, satura di sudore e di ispirazione. Ha lunghi capelli neri, sciolti sulle spalle, mentre sorseggia una Peroni, guarda sorridendo la scena del cane che imbratta il nuovo padrone. Lo osserva divertita, poi dice di essere impaziente, che da donna ha terminato il tempo dell’attesa, che se non otterrà il tutto e subito, mollerà le redini e lascerà cadere la storia nell’oblio. Ma tu giovane donna non sai che la fretta porta sempre cattivi consigli e che la prima legge della vita è quella che ci impone di essere grati per quello che si ha. La gratitudine è il sentimento che ci riappacifica con la vita, la gratitudine apre le porte dell’invisibile, permettendoci di entrare in una dimensione che depone l’onirico in favore dell’essenza. Lei è giovane, lui non lo è più. Lei è governata dagli ormoni, lui da un senso di riappacificazione con il mondo. Lui le prende la testa tra le mani: “tesoro mio, abbi fede, tutto si sistemerà. Dai il tempo al tempo di fare il suo lavoro, sii orgogliosa delle mie vittorie, così come io lo sono delle tue. Gioisci per ogni nostro incontro, come il giubilo per il giorno di festa, come il giubileo delle anime che si incontrano per sempre, come l’incrocio dei corpi che si danno piacere. Tu ancora non lo sai, ma stiamo facendo la storia, presi dentro a un vortice di bellezza senza confini, dove tu sei la protagonista indiscussa. Dalle tue labbra pendono i battiti d’ali delle farfalle, dalla tua bocca possono sorgere fonti incontaminate di acque argentate. Ma se tu molli ora, prima ancora di averci provato, prima ancora di cominciare il percorso, se tu molli ora, avrai per sempre il rimorso ed un peso all’addome, che mal si addice ad una giovane donna, dal portamento delicato”. Così dicevano i due, dimentichi, quasi, della missione che dovevano portare a compimento quella notte, quale pegno del loro amore, quale sigillo chiuso sopra a un mondo impenetrabile agli altri, invisibile ai più. “Questa sera è una promessa, che scomparirà nel nulla se uno dei due smette di provarci. Sii costante, come lo sei in tutto ciò che fai, abbi la pazienza che hanno i forti, e mantieni sempre il sorriso che apre le porte e i cuori”. Ora è tempo di andare, la nostra eterna promessa, passa da un cammino che vale come luminosa promessa nel cammino buio che ci accingiamo a percorrere. A mezzanotte in punto, si parte”.

Viaggiare di notte assume un gusto particolare: una sorta di salto nel tempo, come quando da bambini non riuscivamo a cogliere i dettagli del paesaggio. Alle undici e quaranta lei si alza con indolenza dall’amaca che rimane dondolante. Lui ha già preparato uno zaino, con frutta, acqua e qualcosa da mangiare. Lei resta ancora vicina all’amaca, non vuole distaccarsene, non vuole cominciare il cammino. Si stropiccia gli occhi, per respingere un sonno che avanza, un sogno che arriva ed uno che se ne va. Alle undici e cinquanta sono abbracciati davanti al cancello. Lei palpita di sentimento puro, lui pende dalle sue labbra, dalla sua pelle giovane e sudata, come quella di una gazzella sfuggita all’attentato di un predatore. A mezzanotte in punto il cancello si apre, comincia il cammino di una vita, il sogno di una notte, l’afflato che li muoverà fino al mattino. Hanno deciso di arrivare fino a Lioni, di farlo di notte, come un tempo facevano i loro nonni, quando, per un voto o per diletto, ci si spostava da una collina all’altra, da una valle all’altra. 

Lei riprende fiato, colore e profuma di rose. Lui mastica una liquirizia e odora di tabacco. Lui ha lo zaino sulle spalle, la mano in quella di lei. A mezzanotte e cinque minuti partono, passo dopo passo, carezza dopo carezza, sussurro dopo sussurro. Non ci vuole molto ad arrivare sulla provinciale che con poco più di due curve li porta a Carpignano. La Madonna, che da sempre abita quel luogo, li saluta alzando la mano, poi scostandosi i capelli gli augura buon viaggio. Da questo punto il percorso si fa in salita, si fa serio, i grilli cantano, la luna illumina il contado. 

Salendo la salita la fatica arranca e il crinale del monte si fa più vicino. I passi passano in fretta, strusciando l’asfalto graffiato della via. Ad ogni masseria un cane abbaia, saluta con la coda e avvisa il socio più vecchio. Qualche cane si avventa sulla recinzione, ed i covoni di fieno hanno contorni nitidi al chiarore della luna. Un tasso ci taglia la strada, cammina goffo, taglia la via e si rituffa tra i campi. Non ha fatto caso alla nostra presenza, o forse non gli interessa. Sono le due quando tagliamo il bivio di Gesualdo, scegliendo di andare dritti sulla nazionale. A quest’ora non c’è gente, non c’è traffico, ma solo un via vai di curiosi scoiattoli dal mantello grigio. Poco più avanti di Pagliara, una famiglia di cinghiali, curiosa tra le nostre cose, grugnendo come maiali da recinto e amichevoli come un cane. Anatre da cortile starnazzano, allarmando la padrona, che dorme poco, accende la luce e si affaccia. “Chi c’è laggiù?” Grida, in direzione nostra, che con un poco di imbarazzo diciamo di essere viandanti, che per un voto alla Madonna, andiamo a piedi a Lioni. Due scoiattoli e tre marmotte ci seguono da un pezzo, sperando di ricevere il premio per tanta fedeltà. Spezzetto un po’ di pane e lo tiro in loro direzione. Gridano impazziti per il premio ricevuto, si fermano, ringraziano e sgranocchiano. Ci buttiamo giù per la discesa, che dopo le ultime case di Pagliara, porta dritta alla Mefite, poi a Santa Felice, ed infine a Rocca San Felice. La strada è secondaria,  non ha più illuminazione. Io accendo una torcia, proseguiamo spediti. I cuori battono all’unisono quando un cane, di grossa taglia ci viene incontro con aria minacciosa. È pastore, pare del Caucaso, e il grugno sporco gli da un aspetto ancora più temibile. Ci annusa, ringhia, ci annusa ancora, sente l’odore del nostro cane. Siamo persone di fiducia, ci saluta con un inchino e si rifugia in una stalla, dove vacche succulente lo allatteranno fino al mattino. 

La Mefite si fa sentire, con i suoi effluvi curativi e mortali. Le masserie nei pressi cominciano a prender vita. È l’ora in cui i contadini cominciano le attività nei campi, l’ora fresca che induce al lavoro; riposeranno quando il sole sarà alto allo zenit ed anche le cicale smetteranno di cantare. Dopo un breve tratto in salita siamo al cimitero di Rocca San Felice, dove ci compiaciamo di essere vivi e alla luce dei lumini ci scambiamo un bacio come segno propiziatorio e scaramantico. “Non è semplice essere vivi, oggi giorno, e per essere morti ci vuole meno coraggio”, dice lei, che afferra la bottiglia per il collo e ne butta giù un sorso, nella speranza che l’acqua diventi presto vino. Ma il miracolo non accade e le labbra si serrano forti al collo di lui, con la speranza di suggerne il nettare fatto di globuli rossi e globuli bianchi, dal colore amaranto, come il succo del melograno, come il vino novello, come la scorza del carmasciano lasciato ad invecchiare tra le vinacce. Ancora un poco e siamo al bivio di Sant’Angelo dei Lombardi, davanti all’ospedale illuminato, che fa bella mostra di se, silenzioso, nella notte nitida. Solo un gatto passa di lì, ci snobba e tira dritto. Ma si sa che i gatti sono diffidenti, e degli umani non hanno confidenza, con la speranza, nemmeno recondita, di dominarli, in un mondo fatto al contrario, di gatte solitarie che portano da mangiare ad umani da compagnia. Sono secoli che lo desiderano, ed il loro volere prima o poi si avvererà, per l’intanto filano via dritti con aria schifata, con passo regale e felpato. Ancora qualche curva e la sagoma sciapita di un templare ci viene contro, con la spada sguainata e sollevata, l’elmo calato sulla testa, la visiera ben abbassata sopra agli occhi, ed un mulo al posto del cavallo. Mi viene da ridere, ma lo salutò con un gesto della mano, sento un moto di piacere che sale dall’ armatura. Accanto a noi tira dritto, non ha tempo da sprecare, deve andare in guerra, perché la santa l’ha perduta ormai da un pezzo. Viene dal Goleto, dove ha riposato, per secoli fecondi di riposo e umanità. Ancora poche curve e siamo giunti alla metà. Un murales con un bambino in procinto di lagnarsi, ci accoglie con gran sorpresa e colorazioni. Alle sei in punto siamo nella piazza, dominata dalla chiesa della Santissima Assunta Maria, che dopo averci lasciati a Carpignano, ci accoglie come una madre che aspetta l’arrivo del figliolo. 

Noi ci guardiamo, l’alba sta sorgendo appena e sopra agli Appennini, tra gli Alburni e i Picentini, si levano nuvole di fumo, come fuochi d’artificio, suffumigi di benessere animici. Noi ci abbracciamo, ci baciamo e cadiamo stremati su una panchina. Dormiamo.

In libreria a Notting Hill

Dopo chilometri, percorsi rigorosamente a piedi, entro finalmente nella famosa libreria di Notting Hill, sbircio tra gli scaffali e cosa esce fuori?
Incredibile ma vero!

Coesistono gli opposti

C’è una straordinaria armonia nella coesistenza degli opposti che abitano questo mondo. In un medesimo istante, sotto lo stesso cielo, l’umanità si muove tra estremi che si abbracciano in una danza eterna. Mentre qui, il sole infuocato spinge la terra al limite dell’aridità, altrove il freddo avvolge le cime innevate, sussurrando storie di gelo e di abbracci. Mentre in un angolo del mondo la primavera tesse i suoi colori, dall’altro, l’autunno riveste gli alberi di sfumature rosse e dorate, donando bellezza e malinconia al paesaggio.
In questo caleidoscopio di contrasti, non c’è contraddizione ma l’essenza stessa della vita: il caldo e il freddo, la fioritura e la caduta delle foglie, il secco e l’umido, convivono in un equilibrio misterioso e perfetto.
La terra ci ricorda che tutto esiste, tutto ha un senso nel suo tempo e nel suo luogo. Ci ricorda che, sebbene ognuno viva nel proprio pezzo di realtà, c’è un legame invisibile che ci unisce, facendoci partecipi di uno stesso respiro universale.
Così, mentre il mondo si muove e muta, restiamo consapevoli che la bellezza non è mai in un solo luogo, ma ovunque. E in questo fluire, la vita trova la sua pienezza, nutrendosi della diversità, degli opposti che non si scontrano ma si abbracciano, come in una danza eterna.
In fondo, lo stesso vale per la giovinezza e la vecchiaia: non si inseguono, ma coesistono, intrecciandosi nello stesso tempo e nello stesso luogo. Mentre un bambino scopre per la prima volta il mondo con occhi innocenti, un anziano, poco distante, contempla quei medesimi paesaggi con la profondità di chi ha attraversato tante stagioni. Sono due sguardi diversi sulla stessa realtà: uno proiettato verso il futuro, l’altro rivolto a custodire il passato.
Questa simultaneità crea un equilibrio silenzioso: la freschezza e l’entusiasmo del giovane danno nuova linfa, mentre la saggezza e la calma dell’anziano offrono radici e stabilità. Non c’è opposizione, ma una coesistenza che arricchisce entrambe le parti, con un continuo scambio di energie.

È da collezione, ormai!

Carissimi amici, se avete una copia di questo libro, tenetevela ben stretta, perché da oggi è diventato a tutti gli effetti un libro da collezione. Questa edizione è completamente esaurita, sicuramente ne seguirà un’altra, con un altro editore e con un altro titolo, in una versione rivista, e, pertanto, se avete questo libro, conservatevelo!

Sono io

Sono io
L’oggetto dei tuoi desideri
Ciò cui tu aspiri
E che mai sarai.
Io,
Il sicuro e l’insicuro
Il tenero ed il duro,
Genio maledetto
Per arte ed intelletto.
Sono io
L’eterno insoddisfatto
Cui la vita ha dato
Ed io maltratto.
Sono la mela
Caduta accanto all’albero
Il tarlo che la rode
E la talpa che non vede.
Sono io che
Aspiro ad esser tutto
E tu stai fuori ad osservare
Vedi e non comprendi
Che la vita scorre nelle vene
Il vino è buono ma non conviene.
Sono io
Maldestro e distratto
Incapace in ogni atto
Cui tu aspiri
E che mai sarai .