Giuseppe Tecce is an Italian author and musician known for his poetic writings that blend fiction with themes of mythology and memory. He has published several works, including the notable collection ‘RACCONTI DALL’IRPINIA’, which features twelve stories steeped in symbolic language and rich narrative. Technical expertise in music, particularly the piano and guitar, helped shape his artistic journey, which began during his high school years. Tecce’s creative outlets extend beyond literature; he has founded multiple musical groups, showcasing his talent in both poetry and music.
In terms of his online presence, Tecce actively engages with his audience through various platforms. He maintains a YouTube channel featuring vlogs where he shares insights about his life as a writer, often focusing on his experiences between Sannio and Irpinia. His Instagram accounts, under handles @igtnamur and @curaro, further illustrate his literary journey, offering excerpts from his books and glimpses into his life as a traveler and storyteller. Additionally, he is active on Facebook and Twitter, where he promotes his works and connects with fans.
Tecce’s explorative spirit is reflected not just in his literary work but also in his travels, often depicted through his vivid storytelling. He promotes his literature through various mediums, and his public persona is characterized by an approachable yet profound connection with his readers. The themes of his writings often touch upon the fabric of everyday life, entwining personal experiences with broader societal narratives, which resonate well with his audience.
Currently, readers can find his books available for purchase on several platforms, emphasizing his growing influence in contemporary Italian literature. His ability to intertwine personal narrative with broader historical themes continues to attract readers, establishing him as an influential figure within the literary community. Through social media, he engages with a wider audience, making literature accessible and inviting discussions around his work and the inspirations behind them.
Il tema delle migrazioni resta ancora fortemente di attualità. Quello che è accaduto oggi davanti a Lampedusa, è esattamente quello che è stato descritto nell’incipit di “Tramonti Occidentali”. La storia di Fatima, bambina senegalese, miracolosamente salva dopo un naufragio al largo di Lampedusa, è una storia ancora maledettamente attuale, che ci deve far riflettere sulla caducità della vita e su come tante persone vivano con la speranza di una vita migliore. Tramonti Occidentali lo puoi acquistare qui: https://amzn.eu/d/7P4Xftg
L’amica e poetessa Mena Matarazzo, mi ha inviato questo messaggio, che io voglio condividere con tutti voi!
Il nuovo nato dalla perspicacia dell’autore Giuseppe Tecce, “RACCONTI DALL’IRPINIA”, narra di un compendio tra terre e fatti,che si intrecciano tra verita’e immaginazione, fondendosi in momenti di unica reciprocità così fitti ed intensi da trasportare il lettore in un universo quasi surreale fatto di storie, in parte vere, e di altre che esprimono forti sentimenti, di quelli che forse non è più possibile ritrovare. La storia del Geco, è tra quelle che mi hanno preso cuore ed anima. Un piccolo animaletto con un desiderio grande ed impossibile, che la bontà di una donna, espressione di collaborazione senza alcun altra finalità, riesce a concretizzare. Una fiaba? Non solo. Come ogni fiaba che si rispetti,detta qualcosa in piu’: solidarietà e collaborazione dovrebbero costituire il pilastro che regge l’umanità. La lettura del libro risulta, a mio avviso, di grande importanza anche per i più piccoli.
Ho camminato con le mani incrociate dietro la schiena, lungo strade che non si sarebbero mai incontrate, e l’ho fatto simultaneamente. Come un profeta dei tempi nuovi, ho guardato oltre i balconi fioriti di via Manzoni, lasciando cadere lo sguardo su territori devastati, dove le anime si sciolgono in abbracci fraterni, non più fatti di carne e ossa, ma di una materia eterea che aleggia oltre ogni misura del tempo. Il cielo, talvolta limpido, mi ha parlato spesso di te e della tua vita ora: di come non ti scalfiscano più i raggi del sole, né tantomeno le spade taglienti del freddo. Al di là delle nuvole c’è una città dove non serve passeggiare per conoscerne ogni angolo, dove non esistono più ori né bandiere, dove tutto ha finalmente un senso e un ordine perfetto. È lì che ti immagino, in attesa che ogni distanza si annulli, perché nulla vada più perduto e ogni promessa possa compiersi nella luce. Eppure, mentre percorro quei sentieri sospesi in un tempo che fu, continuo a sentire il tuo respiro in ogni soffio del vento che mi sfiora il viso, a percepire il tuo sorriso nello sbocciare timido dei fiori. Le foglie, cadendo, compongono un nome, e il mare, nel suo moto incessante, racconta storie di cui siamo protagonisti senza esserne consapevoli. Non temo più l’incertezza dei miei passi, né il buio di ciò che ancora ignoro. So che da qualche parte, in quell’altrove che i nostri occhi non sanno vedere, tu mi attendi. Ed è proprio in quell’incontro impalpabile, eterno e silenzioso, ogni cammino trova la sua meta, e ogni solitudine si dissolve nella pace del ritorno. Allora continuerò a camminare così, leggero e fiducioso, lasciando che il cuore tracci sentieri che i piedi non saprebbero percorrere. E quando infine giungerò là dove tutte le strade convergono, saprò di essere arrivato a casa, in quel luogo sconfinato, dove ogni anima trova pace nella piena infinita casa dell’amore ritrovato.
Le dee lascive, e stimorate, risciacquavano le loro spade nell’ade, sotto l’imperante litania dell’epoca, che le voleva dedite solo al bene degli umani. Ma cosa ne sapevano essi di quel che realmente era il bene e di come lo si potesse portare a compimento per tutti gli esseri viventi. “Il nostro compito”, esse pensavano, “è di tenere tutto il mondo in equilibrio, e per fare ciò, si rendono necessarie soluzioni che ai più possono sembrare strazianti: come tagliare qualche testa qua e là, appendendole sui pali, tra i fili sparsi del telefono.”Come panni stesi si muovevano i corpi sospesi a mezz’aria, decapitati, a volte, integri, più spesso, fatti ancora di sangue e passione, di articolazioni mobili e di frasi di sudore. Tutto regnava nella loro dimensione, combattuto solo dalle spine del tempo, colmando l’immenso senso di colpa con melodie crescenti e infinite armonie. Governare il mondo richiedeva freddezza, polso duro e passione di ferro. Il getto dell’acqua calda ogni tanto si dirigeva su di loro, come a guarire gli stracciati, i demoni dell’inferno che consumavano quel convivio. Le spade erano state tratte e di morir feriti non era ardito pensare.
Le chiamavano “dee” solo per onorare un ricordo antico, un fermo immagine su un tempo che fu, ma erano carne e metallo, nate nei laboratori sommersi della Settima Città.
Portavano nomi presi da lingue morte, e nei loro occhi correvano filamenti di codice come vene di luce. L’Ade era solo una camera di smaltimento, dove i corpi, quelli veri, venivano lavati e catalogati, in attesa di esser bruciati.
Gli uomini, al di sopra, vedevano solo il risultato: quartieri svuotati, silenzi improvvisi, antenne spezzate che gocciolavano pioggia e sangue.
“Il bene”, così lo chiamava il Comando, era una formula matematica, un equilibrio fragile di risorse e di numeri. E quando le dee uscivano dalle camere, il vapore dell’acqua calda che cadeva sulle loro corazze sembrava una benedizione… o una condanna, che si ripeteva all’infinito.
Perché nessuno, là fuori, doveva sapere che la misericordia era stata abolita da secoli.
Il nostro selfie portafortuna. Sempre con Grazia Caruso dell’ Associazione “Sabba de Nuce”. Cose da Streghe, ragazzi. Ma a me le Streghe piacciono un sacco!!!
Cara Teresa, oggi è il 2 di Agosto di un’estate bizzarra, divisa a metà tra il caldo soffocante e giornate tipicamente primaverili. Però, resta il fatto che siamo ad Agosto e secondo la saggezza di queste terre “Austo è capo re vierno”, cioè Agosto è da considerarsi il primo mese dell’inverno. Sulle nostre colline, o peggio ancora sui nostri monti, l’estate, di fatto, è già finita.
Nuvoloni neri incombono sulle teste delle massaie, ma soprattutto su quelle dei contadini, che si affrettano a terminare gli ultimi lavori estivi. Gli uomini si affannano per ammassare la legna fuori alle masserie per sopportare il lungo inverno, mentre le donne si affrettano a trasformare i prodotti di una terra genuina e generosa, facendone conserve e scorte per i giorni più freddi.
Qui il freddo non è una spauracchio per intrepidi camminatori di passaggio, ma un compagno di vita, che si asseconda nelle giornate più buie e si esorcizza in quelle più luminose, ma pur sempre una presenza costante delle giornate irpine.
Oggi, con la mia fida Giallina, mi sono ritrovato, procedendo lungo i crinali della baronia, a Flumeri, piccolo paesino che domina la valle dell’Ufita. Da qui, la Puglia non è un’utopia, ma un passaggio obbligato verso il più noto tavoliere delle Puglie. Quella che si osserva da qui, non è la Puglia del mare, quella turistica, plasticamente adagiata tra scogli e sabbia, bensì una propaggine dell’Irpinia d’Oriente. Sono terre d’altura, queste, segnate dalla transumanza, dal passo di camminatori antichi, che le percorrevano con le caligole, segnate dalla saggezza popolare e dalla fatica immane, di chi queste terre le ha sapute scolpire, rendendole visivamente piacevoli e pittoricamente colorate, almeno agli occhi scrutatori dei più attenti.
Qui il Genius Loci, non è più un entità astratta, ma si incarna nelle pieghe di una terra che ha saputo generare ricchezza e benessere per chi l’ha saputa amare. E sempre qui, la ruvida flemma dei contadini, ha ceduto lo spazio alla brillante dinamicità dei filosofi dell’arte più moderna. Passando per un quadrivio la mia attenzione è stata attratta da un murales, che rappresentava un carro accerchiato da un gruppo di persone, concentrate nel gesto del sollevarlo.
Un totem moderno, una figura fallica ante litteram, uno strumento propiziatorio di abbondanza e benessere. Fermo subito la mia Giallina. La visione è troppo succulenta per non approfondire la faccenda. Stanno lavorando alla realizzazione del carro, che qui porta il nome di Giglio. La grossa intelaiatura è distesa su un lato, come un gigante che dorme. Alla punta dei pezzi di paglia sporgono come i baffi di un gatto.
È la stilizzazione del sole, sotto al quale sventola la bandierina di San Rocco, il santo che protesse il paese da una pestilenza del passato. Lungo tutta la lunghezza del Giglio ci sono pannelli di varia forgia e colore, fatti di paglia intrecciata e spighe di grano, che abbelliscono l’obelisco e rendono onore al santo.
Intorno un nugolo di ragazzi che lavorano alla realizzazione delle pannellature, che separano le spighe dalla paglia, che mettono la paglia in bacinelle piene d’acqua, affinché la stessa possa essere intrecciata senza che si spezzi. La Sapienza antica di mischia con la voglia di imparare dei giovani e così ho trovato un paese in cui i maestri artigiani del giglio, trasmettono ai ragazzi le tecniche e la manualità necessarie per realizzare una vera e propria opera d’arte.
Basilio Russo e Raffaele Steriti, rispondono con serietà alle mie domande, da uomo di passaggio curioso, soddisfacendo la mia infinita voglia di conoscenza di un mondo che non finisce mai di stupirmi. E allora mi portano nel laboratorio della scuola, dove nel corso degli anni sono stati realizzati dei Gigli più piccoli, dove si modellano le pannellature, dove si conservano i pezzi più belli del passato, quelli che vanno preservati per un futuro museo della memoria.
E così mi sono sentito dentro alla storia di una comunità che ha fatto dell’accoglienza una propria missione e dell’insegnamento ai ragazzi una ragione di vita. Raffaele si affretta a farmi dono di un calendario delle attività e di un libricino, introvabile, con la storia del Giglio, che fino agli anni 80 era poco più che un palo con dei rami molto simile ad un albero di Natale.
Oggi il Giglio rappresenta, ancora una volta, un elemento di continuità con le comunità pagane del passato, che utilizzavano quegli strumenti come elementi visivi di riti propiziatori, atti a produrre abbondanza, e benessere in un periodo dell’anno molto delicato, in cui ci si preparava per le celebrazioni dei riti del fuoco, quelli che avrebbero permesso, ancora una volta, al Sol Invictus di vincere sulle tenebre, portando ancora luce e benessere per l’intera comunità. Riprendo Giallina, e me ne vado, con la promessa di tornare il 15 agosto, di sera, per la tirata del carro.
I paesi respirano come respira il cuore della terra, si allargano, si stringono, poi emettono uno sbuffo di vapore, infine inspirano ancora. Non c’è nulla di strano in tutto ciò , è solo il respiro della terra. Spesso le case sono vuote. Vuol dire che chi le abitava è andato via: a volte si va via per piacere, per lavoro, spesso si va via per forza, con la chiamata dell’altissimo. Le case dell’inedia si rompono e per rimetterle in piedi ci vuole fatica e sudore. Oggi, le grida dei bambini sembrano un ricordo lontano e i paesi si sono trasformati in culle per anziane signore, che in una strana involuzione del destino ritornano a indossare i panni dell’infanzia, ma questa volta, senza più memoria. Non è stato sempre così: un tempo c’era un bambino per ogni giovane donna e un cane per ogni bambino. C’erano intere generazioni affollate in una casa. I gatti amoreggiavano sotto ai lampioni dalla luce gialla, mentre la ragazza lasciava all’angolo gli avanzi della casa. Il macellaio sbuffava per il troppo lavoro e il contadino alleggeriva le giornate con un buon bicchiere di vino e un pezzo di formaggio. Le vacche erano all’angolo delle strade e le case in pietra erano il perimetro di viali alberati, pieni di sedie e di voci. Ma anche gli alberi, ogni tanto, perdono le foglie. Così i paesi si spogliano piano piano, restano le case vuote come gusci, le strade silenziose come orfani. Non c’è nulla di strano in tutto ciò: è solo il respiro della terra, che fa posto al silenzio, per poi, forse, un giorno, ricominciare.
Racconti Dall’Irpinia continua il suo cammino, scoprendo, ad ogni passo che muove, che si è rivelato un tratto essenziale nel percorso di costruzione della nuova identità culturale irpina. C’è un grande interesse intorno a questo libretto, maggiore di quanto io stesso potessi pensare. Si apre una stagione di dibattiti nelle terre dell’alta Irpinia, dove io sono protagonista: il giorno 14 agosto sarò a Savignano Irpino, il 26 agosto sarò a Montefusco e il 6 settembre sarò a Lioni. A breve pubblicherò le locandine.