Quest’oggi è andato in scena a Lago a Laceno, un evento più unico che raro. Su una montagna dell’Appennino Centro Meridionale, nel mezzo del massiccio dei Monti Picentini, tante persone, provenienti dai luoghi più disparati della Campania, si sono date appuntamento in un bosco, per celebrare le storie di Ljuba, e del suo amore per la natura. Tra esperimenti magici, amori interrotti, ed amori eterni, ci siamo cimentati in letture estemporanee, segnando il narratore di turno con una coroncina di fiori bianchi, che è stata passata, come un testimone, di testa in testa. Noi lo sapevamo che dietro agli alberi c’erano gli elfi, che osservavano e ci schernivano. Lo sapevamo e ci faceva anche piacere, tanto che alla fine del convegno, ad essi abbiamo lasciato in offerta la corona di fiori. Secondo qualcuno è la prima volta che si svolge un reading di un libro in un luogo ed in un contesto del genere. Un evento raro e prezioso, da conservare in un angolo sacro del proprio cuore, perché è avvenuto ed eravamo presenti. Un grazie di cuore va, innanzitutto, alla Graus Edizioni e, per essa, al grande Pietro Graus che tanto ha investito sulla mia persona e sulla mia opera. Un ringraziamento sentito va a Grazia che mi ha dato un aiuto prezioso nella presentazione del libro e quanti si sono dedicati alle letture ( Angela, Carmela, Stefania, Antonio, Francesco Ugo, Rosaria) e a quanti hanno assistito, in religioso silenzio alla performance, rendendo il giorno speciale. Ci sono state rappresentanze di diverse parti della Campania (Napoli, Avellino, Benevento, sant’Agata dei Goti, Battipaglia), di persone che, nonostante il caldo, si sono messe in macchina ed hanno raggiunto il luogo convenuto. Grazie di cuore a tutti e lunga vita a “Ljuba senza scarpe” .
C’è un luogo remoto della Terra che ha portato alla morte (quasi) chiunque ha provato ad avvicinarlo. L’isola di North Sentinel farebbe territorialmente parte dell’India, ma dista mille chilometri dalle sue coste, risultando fisicamente più vicina all’Indonesia. I suoi abitanti sono i sentinelesi, la più estrema fra le poche tribù del nostro pianeta a essere incontaminate, mai contattate da essere umano: tribù del genere sono esistenti anche in Africa e sud America, m la peculiarità di North Sentinel è che, in quanto isola, non è abitata da altri che dai sentinelesi che ignorano in buona misura perfino l’esistenza di altri esseri umani. Al momento è difficile anche stimare il numero degli abitanti: si ipotizza una cifra da 15 a 150 ed è arduo capire da quanto siano lì, visto che risultano parlare una lingua unica, forse di matrice oceanica, ma incomprensibile anche ad altre etnie di isole vicine. Le ipotesi comunque stimano la loro presenza sull’isola in un range che va dai 30 ai 60 mila anni. Fisicamente hanno pelle nero scuro e bassa altezza, navigano su canoe sotto costa, sembrano essere all’età della pietra, ma hanno trovato modo di usare il ferro da navi naufragate, si dipingono i corpi, mangiano pesce e tartarughe e cocco. Le informazioni, però, sono tutte molto ipotetiche dati i contatti scarsissimi nel tempo e sempre abbastanza drammatici. La prima “scoperta” avviene quando una nave indiana, nel 1867, naufraga sull’isola con oltre 100 uomini; l’equipaggio viene attaccato dai sentinelesi e deve difendersi, respingendoli fino all’arrivo dei soccorsi. Pochi anni dopo un ufficiale britannico, Maurice Vidal Portman approda sull’isola con l’idea di farci piantagioni di cocco e coi suoi uomini prende 6 prigionieri: un anziano, una donna e quattro bambini. I due adulti muoiono e allora Portman riporta i bambini sull’isola e ci torna varie volte, con dei regali, ma i sentinelesi non gradiscono e non intessono alcun rapporto. È un altro naufragio, nel 1981, a lasciare un cargo vicino all’isola; i naufraghi stavolta vedono i sentinelesi prepararsi per un attacco, ma sono salvati in tempo da una seconda imbarcazione. Nel 1974 una troupe del National Geographic prova a girare un documentario, ma viene attaccata a colpi di freccia. Ci sono stati tentativi più mirati, come quello dell’antropologo indiano Triloknath Pandit che, negli anni 80, autorizzato dal governo, con cautela progressiva riesce a entrare nell’isola a piedi, per un chilometro. I sentinelesi lo guardano e non lo attaccano, però si girano e defecano, come a dire che non amano quell’intrusione. In un’altra occasione, cambiando approccio, Pandit rimane appena al largo con dei doni e si lascia avvicinare dai sentinelesi che li accettano. Nel momento in cui però fa il cenno di scendere sull’isola uno di loro estrae un coltello e fa il cenno di tagliare la gola. Nel 2004 alcuni elicotteri sorvolano l’isola per capire la situazione dopo lo tsunami, ma vengono fatti oggetto di lanci di frecce. Nel 2006 due pescatori nuovamente naufragano sull’isola e vengono uccisi, ma i cadaveri lasciati in spiaggia e non mangiati come accadrebbe se si trattasse di cannibali; i sentinenelesi invece usano i cadaveri come spaventapasseri umani issati su pali. L’ultimo a tentare illegalmente il contatto è, nel 2018, un missionario statunitense: John Allen Chau di 27 anni matura l’idea di evangelizzare quello che definisce “l’ultimo avamposto di Satana”. Chau si prepara con delle specie di cartoline per comunicare e kit medico, si sottopone a tutti i possibili vaccini, cerca di apprendere lingue che potrebbero portare a una comunicazione; quindi, paga due pescatori per portarlo vicino all’isola, benché sia illegale. Chau tenta una prima volta con una barca l’approdo, arriva sino a riva con una Bibbia in mano e cerca di porgere doni, ma vede una reazione e ostile e si allontana. Chau ritenta, si avvicina intonando dei canti e parla in lingua Xhosa, ma la reazione stavolta è di risa, con suoni acuti e gesti. Un ragazzo gli tira una freccia che colpisce proprio la Bibbia che lui tiene sul petto, come un segno divino, e Chau si allontana ancora. Da ultimo Chau chiede ai due pescatori di abbandonarlo sulla riva e loro eseguono. I sentinelesi lo uccidono a colpi di freccia, trascinano il corpo con una corda e quindi lo lasciano sulla spiaggia. È chiaro che, purtroppo, il vaccino contro la stupidità non esiste ancora, nemmeno quella che ha portato alcune comunità religiose a dipingere Chau come martire caduto per portare la parola di Dio. Nei giorni successivi al decesso le autorità indiane cercano di recuperare il corpo del missionario, ma sulla spiaggia si palesano i guerrieri sentinelesi di nuovo non proprio amichevoli. L’uccisione ha posto anche una sorta di dilemma giuridico, trattandosi di un omicidio commesso in un territorio legalmente sottoposto a normative giuridiche, ma ovviamente non applicabili a persone che non possono conoscerle. Il recupero della salma è stato abbandonato e ovviamente i sentinelesi sono stati considerati non imputabili; solo il diario del ragazzo è stato recuperato e la linea è rimasta quella tracciata già in precedenza ovvero non contattare i sentinelesi, anzi, restringere ancora di più le possibilità di contatto, coinvolgendo anche i pescatori locali nel non-avvicinamento. Qualsiasi tentativo di contattare gli abitanti potrebbe essere letale, sia per chi lo facesse che per loro e la diffusione di eventuali malattie comuni come il raffreddore potrebbe rischiare di decimare la popolazione come già accaduto in isole limitrofe dove i contatti avvengono da più tempo. La scelta del giusto approccio da utilizzare (o, di fatto, non utilizzare) per lo studio di fenomeni antropologici così estreme, comunque, rimane ancora oggi oggetto di dispute tra gli studiosi. Nel frattempo le sentinelle dell’età della pietra restano lì, a scrutare il mare e il cielo, le nostre strane barce, i nostri spaventosi aerei.
Visto che spesso si legge il post e non l’autore io sono Riccardo Gazzaniga e scrivo (anche) libri. L’ultimo si chiama “In forma di essere umano” e lo trovate in tutte le librerie fisiche o digitali. https://amzn.to/46QHNf0
Su “Il Mattino” di oggi, Stefania Marotti tratteggia molto bene le caratteristiche di Ljuba, rendendo vive ed attuali le storie narrate nel romanzo, i cui protagonisti prendono vita grazie alla narrazione di Stefania. Ljuba combatte, a modo suo, una guerra “non violenta” per lanciare al mondo il proprio grido diaperato: o torniamo ad uno stile di vita più naturale…. O saremo spacciati per sempre.
LETTURE Stefania Marotti
Nuova pubblicazione dell’economista ed operatore sociale irpino Giuseppe Tecce, autore di Ljuba senza scarpe, edito da Graus. Un romanzo affascinante, ricco di suspence, tra introspezione e magia, per catturare l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina. La scrittura, incalzante e descrittiva, induce alla riflessione sui diversi aspetti della realtà, dalla condizione contadina, fatta di sacrifici e di solidarietà, alla dimensione onirica, che sublima il reale in un’atmosfera dove tutto è possibile, al rapporto con la natura, che diventa stretto legame tra esseri viventi, basato sul rispetto. In un’atmosfera sciamanica, l’autore suggerisce di ripensare al rapporto con le proprie radici, con i luoghi, ma anche con la propria anima, per vivere un’esistenza equilibrata anche nell’aspetto interiore e spirituale. Ljuba è un giovane dalla spiccata personalità, che non accetta l’omologazione neanche nei suoi elementi basilari, come indossare abiti e scarpe. Per il protagonista del romanzo, vestirsi è una forma di convenzione sociale, a cui si può rinunciare, tanto da camminare scalzi come lui. Il suo desiderio è ritornare all’armonia con la natura, con la quale vivere in sintonia, riscoprendo, così, una forma di felicità. Giunto in Italia dall’Unione Sovietica, Ljuba aderisce alla Rainbow Family, un’organizzazione che gli ha plasmato il modo di vivere e di pensare. Ljuba vive con Katia, la sua compagna, che soffre per le scelte radicali del giovane. A questo punto del racconto, si inserisce la magia. Una sera, Ljuba invita a casa sua una coppia di amici, ed inizierà uno strano gioco fatto di storie e di sogni. Ljuba, infatti, guida i due amici e Katia nel paranormale, per indurli a ragionare sul senso dell’esistenza. Un romanzo dalla trama avvincente, dunque, con un personaggio apparentemente semplice, ma, in realtà, molto razionale e libero dagli stereotipi culturali della società. Una scrittura contemporanea, per affrontare l’eterno dilemma sulla condizione esistenziale dell’uomo, alla continua ricerca di una felicità che non riesce né a definire né ad individuare, sprofondando, in tal modo, nella solitudine e nello sconforto. Nell’era dell’intelligenza artificiale, Giuseppe Tecce suggerisce di ritornare allo stadio primordiale, riscoprendo la bellezza della natura, fonte di bellezza, di pace interiore, di energia vitale. Alla continua sete di successo, potere e danaro, Ljuba oppone l’immersione nella rigogliosità dei boschi, dove la quiete rigenera la mente e lo spirito. Tecce individua, così, nella semplicità, il segreto per essere felici, per vivere in armonia, senza affannarsi nella frenetica corsa a possedere sempre di più. La magia della natura, che riesce sempre a stupire l’osservatore, alimenta la fantasia, suggerendo all’immaginazione di ciascuno dei percorsi creativi, strettamente legati al fluire di emozioni. Del resto, l’autore pratica ciò che suggerisce. Amante dell’ambiente, ha percorso l’Irpinia, la sua amata terra, in bicicletta, scoprendone gli angoli nascosti, ed intrattenendosi con i personaggi che abitano paesi, ormai, desertificati. Da questa esperienza, è nato, infatti, il libro L’agente della terra di mezzo. In Ljuba senza scarpe, Tecce indica nel percorso della natura il segreto per ritrovare l’anelito spirituale, completamente soffocato dalla prepotenza, dagli abusi necessari a bruciare le tappe per raggiungere il successo. Camminare nell’erba, senza scarpe, come fa, appunto Ljuba, è la metafora per riflettere su una modernità in cui anche il superfluo è ritenuto necessario.
Un tempo erano le streghe a darsi congresso tra le genti del Sannio, domenica 23 Luglio diversi artisti della Campania si sono dati appuntamento sul pianoro di Lago Laceno per dar vita ad un “reading” estemporaneo di brani tratti dall’ultimo romanzo dello scrittore di origini irpine Giuseppe Tecce.
Ljuba, il protagonista del libro, è un anticonformista: non porta le scarpe e vive a stretto contatto con la natura, facendo emergere tutte le contraddizioni del nostro tempo, in cui pensiamo di avere tutto, mentre abbiamo perso il contatto con l’unica cosa davvero essenziale che ci lega alla vita che è il contatto con la natura genitrice.
Il “sesso” diventa atto di purificazione e liberazione. Ljuba senza scarpe, il libro di Giuseppe Tecce è un viaggio ed un viaggio sciamanico che tocca diverse realtà. Realtà soggettive intrappolate nella propria narrativa. Realtà sognate ma reali. Realtà contadine e semplici fatte di solidarietà, condivisione, empatia e natura, tra chi è attento al maturare di un frutto e chi invece vive senza accorgersene. La denuncia del predominio dell’uomo sulla natura.
Giuseppe Tecce: “ritorniamo, con questo momento artistico estemporaneo, proprio nei luoghi di Ljuba, i boschi e le montagne del Sud Italia. Ed è qui che l’anima del protagonista riprende fiato per diffondere al mondo il suo messaggio: ritorniamo al contatto con la natura, ritorniamo all’essenziale, perché siamo su un binario sbagliato, che ci porterà all’auto distruzione”.
L’evento è aperto a quanti vorranno partecipare, ed è completamente gratuito. L’appuntamento è per il giorno di Domenica 23 Luglio, nei pressi del ristorante La Lucciola a Lago Laceno. Venite muniti di colazione a sacco, di tappetini o asciugamani per sedersi a terra, e di abbigliamento comodo, consono alla gita in montagna. Il reading è completamente improvvisato, e, pertanto, si darà la possibilità, a chi volesse, di interagire con l’autore, cimentandosi in letture del libro.
Ieri passavo per Venticano, e nei pressi del Coiffeur noto la macchina di mio padre. Che ci fa questo, qua? Mi fermo, mi affaccio, guardo dentro e trovo questo simpatico parrucchiere intento a sistemare i capelli di mio padre. Alla fine ha ragione Franco Arminio quando dice che i paesi vanno fatti vivere, vanno sostenuti e coccolati, perché sono preziosi. Ed è proprio vero. Luoghi come questo sono rari, con quell’atmosfera retrò, stile anni 50, con l’odore di Brillantina Linetti. E allora, voi che avete i capelli, ogni tanto andate nei paesi e fateveli sistemare lì. Comprate in quei luoghi i vostri servizi. Mio padre già lo fa!
Nel 1794, Giuseppe De Ribas, nato a Napoli da un nobile spagnolo al servizio dei Borbone,fondò la città di Odessa, in Ucraina, organizzandone il porto, la flotta e il commercio, rendendola una città importante per il Mar Nero e il Mediterraneo.
Al posto di Odessa “città leggendaria”, come la definisce Charles King, docente di Affari internazionali della Georgetown University di Washinghton, nel suo recente libro Odessa (Einaudi 2014), sorgeva un villaggio, Khadjber, abitato dai tatari. De Ribas entrò in contatto con questo lembo di terra quasi fortuitamente, in quanto Ufficiale di collegamento al servizio dell’Ammiraglio Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, principe e amante dell’imperatrice Caterina, il cui obiettivo, dopo la sconfitta dell’impero ottomano, era di estendere verso ovest il grande impero russo.
De Ribas ribattezzò il villaggio Odesso, in omaggio alla vecchia colonia greca che si estendeva sulla costa. Luogo di incontro tra la civiltà orientale e quella occidentale, multiculturale per la sua stessa natura geografica, situata alla foce di grandi fiumi, tra cui il Danubio, divenne presto il cuore pulsante dell’impero meridionale della zarina Caterina, la quale per la sua stessa forza ed importanza geo-strategica ribattezzò il villaggio al femminile, Odessa.
Ben presto, ad Odessa si costituì una colonia italiana, che nel 1850 contava circa tremila di abitanti, quasi tutti di origine meridionale. Rilevante fu il contributo che questa comunità diede alla fondazione, allo sviluppo e all’economia dell’impero russo. L’italiano rimase lingua ufficiale dell’attività economica della città. Cartelli stradali, passaporti, liste dei prezzi erano scritti in italiano, e la comunità italiana diede un grande contributo alla cultura della città alle porte del Mar Nero, soprattutto nell’ambito dell’architettura. Il napoletano Francesco Frapolli fu nominato architetto ufficiale della città da Richelieu, nel 1804 e fu lui a progettare la monumentale Opera di Odessa e la famosa Chiesa della Trinità.
La famosa canzone O’ sole mio fu scritta e composta ad Odessa da Giovanni Capurro e Eduardo Di Capua che in quel tempo si trovava nella città russa. La musica si ispirò ad una bellissima alba sul Mar Nero e dedicata alla nobildonna oleggese Anna Maria Vignati Mazza. Il brano non ebbe immediato successo a Napoli, salvo poi diventare famosa sulle sponde del Mar Nero e da lì divenire canzone patrimonio della musica mondiale.
Inoltre, grandi attori teatrali come Tommaso Salvini, Ernesto Rossi ed Eleonora Duse contribuirono alla formazione dell’Opera di Odessa, facendo della città la più europea e mediterranea dell’impero russo.
Tuttavia, il peso della colonia italiana diminuì progressivamente nella seconda metà dell’Ottocento (nel censimento del 1900 la comunità italiana contava solo 286 unità), ma l’impronta italiana nella città è evidente tutt’oggi.
Odessa, città di frontiera tra est e ovest, in realtà vanta radici nell’Italia meridionale. Ieri come oggi, la costa del Mar Nero rimane una regione di frontiera tra l’Europa occidentale e quella orientale. Ripensare alle radici comuni aiuterebbe a guardarsi con fratellanza e unione.
Vita da Scrittore: ogni tanto mi pongo il problema del “se” riesco ad attirare e a mantenere l’attenzione delle persone che, non solo leggono, ma partecipano ai miei eventi presentazione. Tutto questo, almeno, fino a quando…..?
Un ultimo focus sulla serata di ieri a Metis Social Club. Una serata rara, con aria rarefatta tra atmosfere sognanti ed una bella partecipazione di tutti. Il complimento più bello? “Dovevo andare via, a una certa, ma era talmente bello e coinvolgente che non sono più andato: non riuscivo a staccarmi” Grazie ancora a tutti, ed in particolare a Flavia Diana che ha condotto, a Premjeet Kaur Tina che ha organizzato le letture, con annessa bella sorpresa, e a Francesco Santucci il padrone di casa!
Come si dice in questi casi:”Buona la Prima”. Oggi 13 Luglio 2023, Ljuba ha fatto il suo esordio in società. E lo ha fatto in pompa magna, presso il garden roof della libreria Ubik di Benevento. Con l’aiuto di due preziosi amici : Grazia Caruso che ha presentato Ljuba in maniera superlativa e Peppe Fonzo che ha saputo rendere vivi, attraverso le sue letture, i personaggi di Ljuba e Katia, protagonisti del libro. Un ringraziamento speciale va all’editore, Graus Edizioni, che ha investito molto su “Ljuba senza scarpe” e sulla mia persona, e alla bellissima libreria Ubik LiberiTutti che mi ha concesso lo spazio per la prima uscita pubblica del libro e per la calorosa accoglienza. Un grazie anche a tutti coloro che sono accorsi alla presentazione, nonostante il caldo di oggi, manifestandomi un grande grande affetto. Ljuba è senza scarpe, ma farà tanta strada!
il vento freddo era una lama tagliente sulla pelle del viso,
gli alberi erano appena più tiepidi di linfa e di vita,
e il calore del fuoco ha sciolto anche l’ultima brina
che si era depositata sul mio petto.
G. Tecce
Ljuba. Senza scarpe di Giuseppe Tecce è un romanzo destinato a lettori affascinati dal mistero del paranormale, che si avvicinano a scritture introspettive che offrono squarci di realtà interiori e dinamiche apparentemente surreali, ma che fanno riflettere su tematiche esistenziali.
Ljuba senza scarpe è anche un viaggio sciamanico che tocca diverse realtà. Realtà soggettive intrappolate nella propria narrativa. Realtà sognate ma reali. Realtà contadine e semplici fatte di solidarietà, condivisione, empatia e natura, tra chi è attento al maturare di un frutto e chi invece vive senza accorgersene. La denuncia del predominio dell’uomo sulla natura. Ma Ljuba senza scarpe è anche tanto altro; al lettore il compito di scoprirlo!
Ljuba è un giovane genuino, fortemente sofferente per via del modo innaturale di vivere degli altri uomini. La sua vita, invece, è improntata alla semplicità, a partire dal suo rifiuto più brutale dell’utilizzo delle scarpe e del suo disgusto nei confronti degli abiti che però è costretto a indossare per via delle semplici convenzioni sociali: il suo è uno sforzo fermo di avvicinarsi quanto più possibile allo stato naturale e originale della vita. Questo da quando, una volta arrivato in Italia dall’ex Unione Sovietica, ha fatto parte della Rainbow Family: un’organizzazione che gli ha lasciato il segno in maniera permanente, anche dopo essere accorso via. Da allora vive con la sua compagna, Katia, una donna che soffre enormemente per le scelte dell’uomo, ma che gli resta accanto.
Quando una sera, però, la giovane inviterà a cena due loro amici, Milena e Marco, la loro pace indisturbata verrà completamente stravolta: i quattro, nel tentativo di approfondire la loro intimità, inizieranno un gioco di storie e sogni. Ljuba accompagnerà i tre in un incontro paranormale che li segnerà profondamente e cambierà totalmente il corso delle loro vite, i loro pensieri e le loro decisioni, in un accostarsi di realizzazioni, perdite e ritrovamenti.
Con questo romanzo, che segue le linee di un realismo particolare, l’autore racconta il vero come se fosse l’onirico, riportando alla luce l’importanza del contatto con la natura per il superamento delle sofferenze e il raggiungimento della felicità. Il suo approccio alla vita, così come ci viene raccontato nel libro nelle descrizioni dei boschi e delle sue creature che li abitano, è la risposta al più grande interrogativo umano: l’uomo deve tornare quanto più possibile allo stato primitivo e diventare parte della natura in uno scambio reciproco di serenità che renderà inevitabilmente contento il corpo e l’animo umano.
Le presentazioni in programma:
13 luglio 2023 ore 18:00 presso Ubik di Benevento
15 luglio 2023 ore 19:30 presso Ass. Metis Social Club di San Giorgio del Sannio
27 agosto 2023 ore 19:00 presso Rocca dei Rettori a Benevento
1 settembre 2023 ore 18:00 presso Caffèoveggenza di Avellino
Il volume
Ljuba è un giovane nato e cresciuto nell’ex Unione Sovietica, che ha fatto parte dell’organizzazione Rainbow Family. Vive insieme a Katia, la sua compagna di origini italiane, che una sera decide di invitare a casa due suoi amici: Marco e Milena. Così, una semplice cena immergerà i commensali in dinamiche surreali: Ljuba porterà in un suo sogno i tre personaggi, permettendo loro di imbattersi nella selvaggia legge di natura in cui lui si identifica. L’autore firma un romanzo singolare, in cui la narrazione improntata sul realismo magico si presta a continui e sconvolgenti colpi di scena.
L’autore
Giuseppe Tecce è nato a Benevento nel 1972; si è laureato in Giurisprudenza, abilitato alla professione di Agente in Attività Finanziaria, e si occupa da molti anni di cooperazione sociale, sia a livello nazionale che internazionale. Attualmente è Presidente della cooperativa sociale Medina, è coordinatore di una Struttura Tutelare per persone non autosufficienti, ed è coordinatore dei soci di Banca Etica per il Sannio, Irpinia e Molise. È autore di tre libri: L’agente della Terra di Mezzo; Storia di un Presidente che si credeva un topo e Il Portiere.