La mia Russia è stata l’Irpinia

Sin da ragazzo mi sono sempre sentito, in qualche maniera difficile da spiegare, russo. Non russo per appartenenza geografica, naturalmente, e neppure per una qualche fascinazione politica. Mi riferisco a qualcosa di molto più profondo e probabilmente molto più antico: alla sensazione di appartenere intimamente a una Russia ancestrale, contadina, fatta di villaggi, boschi, fiumi, neve, campi sterminati e uomini capaci ancora di riconoscere il passaggio delle stagioni dal vento, dal colore delle foglie, dalla consistenza della terra.

Era la Russia precedente alla modernità e alle grandi divisioni politiche che avrebbero segnato il Novecento, quella che nella mia immaginazione veniva prima delle ideologie, prima dei blocchi contrapposti, prima del Patto di Varsavia: una Russia profonda, quasi mitologica, nella quale la vita degli uomini sembrava ancora intrecciata indissolubilmente alla terra.

Curiosamente, questa sensazione è venuta prima dei libri.

Poi sono arrivati i libri e, attraverso di essi, gli scrittori. E allora è accaduta una cosa che ancora oggi considero straordinaria: leggendo alcuni autori russi non avevo la sensazione di entrare in un luogo sconosciuto. Avevo piuttosto l’impressione di riconoscere qualcosa che conoscevo già.

Nikolaj Nekrasov aveva portato dentro la poesia la fatica, con la miseria, e la dignità e perfino la voce del mondo contadino russo. Ivan Turgenev, soprattutto nei suoi Racconti di un cacciatore, aveva attraversato campagne, boschi e villaggi incontrando uomini e donne che sembravano appartenere al paesaggio così come gli alberi e i fiumi. Tolstoj aveva visto nel contadino qualcosa che andava oltre la semplice condizione sociale, cercandovi una verità morale e un rapporto elementare con l’esistenza. Gleb Uspenskij aveva osservato invece il villaggio russo nelle sue trasformazioni, quasi registrando le crepe che lentamente cominciavano ad attraversare quel mondo.

Poi sarebbero venuti Nikolaj Kljuev, Sergej Klyčkov e soprattutto Sergej Esenin.

Esenin rimane forse il punto più alto e doloroso di quella grande tradizione. Nella sua poesia il villaggio russo non è più uno sfondo, ma una patria che vive dentro di lui. Le betulle, i campi, le isbe, i cavalli, le strade fangose, il cielo sopra Rjazan diventano parti di un universo destinato lentamente a scomparire davanti all’avanzare di un altro tempo. Per questo arrivò a definirsi l’ultimo poeta del villaggio.

Accanto a loro, per un sentiero diverso e forse ancora più intimo, c’è Michail Prišvin.

Prišvin possedeva una capacità che ho sempre trovato prodigiosa: riusciva a fermarsi davanti alle cose minime della natura fino a farle diventare immense. Così un bosco, un ruscello, una foglia, un animale intravisto per pochi secondi assumevano nei suoi racconti la consistenza di una rivelazione. In un suo passo scrive:

«Il bosco scuro è bello in un giorno di sole brillante: qui ci sono la frescura e i miracoli della luce. Un tordo o una ghiandaia sembrano uccelli del paradiso quando, volando, tagliano un raggio di sole, e le foglie semplici del sorbo nel sottobosco divampano di luce verde, come nelle fiabe di Shahrazād. Più si scende nella fitta boscaglia verso il fiumicciolo, più i cespugli si fanno densi, più aumenta la frescura, finché, infine, nell’oscurità dell’ombra, tra gli ontani avvolti dal luppolo, non brilla l’acqua della pozza e non appare sulla sua riva la sabbia umida. Bisogna camminare in silenzio: si può vedere come una tortora viene a bere l’acqua.»

Dentro queste poche righe c’è un’intera idea della letteratura. L’uomo avanza nel paesaggio lentamente, quasi chiedendo permesso. Prima vengono i cespugli, poi la frescura, poi l’ombra, gli ontani, il luppolo. Infine compare l’acqua. E a quel punto bisogna fare silenzio, perché potrebbe arrivare una tortora a bere.

In queste righe non viene narrato nessun avvenimento straordinario, eppure tutto è straordinario. Forse proprio leggendo pagine come questa ho compreso, molti anni dopo, qualcosa anche della mia stessa scrittura: la mia Russia è stata l’Irpinia.

Sono cresciuto in un mondo che, pur lontanissimo geograficamente da quello raccontato dagli scrittori russi, possedeva una grammatica sorprendentemente simile. C’erano i paesi, le campagne, i boschi, i fiumi, gli animali, le vecchie case, c’erano gli uomini seduti davanti alle porte nelle sere d’estate, c’erano le donne che conoscevano i gesti insegnati dalle madri e dalle nonne, c’erano gli anziani capaci di prevedere la pioggia guardando la montagna, capaci di sapere quando sarebbe arrivato il freddo osservando i movimenti degli animali, capaci di chiamare ogni pezzo di terra con un nome, che esisteva da sempre e che loro sapevano.

C’era soprattutto un rapporto con il tempo diverso da quello che conosciamo oggi. In quel mondo il tempo non aveva fretta: accadeva quando doveva accadere. C’era il tempo per la semina, quello per la vendemmia, quello per la raccolta, e poi c’erano l’inverno, le feste religiose, le morti, i matrimoni, le partenze e talvolta i ritorni. Le persone appartenevano ai luoghi e i luoghi appartenevano alle persone.

Oggi quel mondo si sta ritirando. Ed è forse questa la vera parentela che avverto con Esenin, Kljuev, Prišvin, Turgenev e con quella grande tradizione russa legata alla campagna e al villaggio. Non una parentela stilistica, che sarebbe presuntuoso rivendicare, ma una parentela dello sguardo. Molti di loro hanno raccontato quella civiltà mentre cominciava a essere travolta dalla modernità. Noi, nelle aree interne italiane, assistiamo a qualcosa di diverso e forse persino più silenzioso. I nostri paesi non vengono distrutti. Semplicemente si svuotano.

Una casa chiude. Un giovane parte. Un negozio abbassa definitivamente la serranda. Muore un anziano e con lui scompare una storia che nessuno aveva pensato di registrare. Un campo smette di essere coltivato. Una parola dialettale viene pronunciata sempre più raramente. Una fotografia rimane dentro un cassetto e, dopo qualche generazione, nessuno sa più dare un nome ai volti che vi compaiono. La scomparsa avviene così, per sottrazione. Un pezzo alla volta. Ed è probabilmente per questo che nei miei libri torno continuamente alla terra, ai paesi, agli anziani, alle storie che vivono nelle aree interne. Scrivere, per me, significa anche raccogliere ciò che rischia di andare perduto. Non considero tutto questo un esercizio della nostalgia. La nostalgia da sola serve a poco. Idealizzare il passato sarebbe persino ingiusto, perché quel mondo conosceva la fatica, la povertà, le disuguaglianze, la durezza della vita, ma possedeva qualcosa che abbiamo progressivamente smarrito: una memoria condivisa.

E allora forse il compito di chi racconta oggi le aree interne è proprio questo: stare sulla soglia, in bilico tra ciò che rimane e ciò che scompare. Raccogliere una voce prima che si taccia per sempre. Conservare un nome prima che venga dimenticato da tutti. Raccontare una casa prima che cada. Ascoltare un anziano prima che se ne vada al Creatore. E magari farlo come suggeriva involontariamente Prišvin davanti alla sua piccola pozza d’acqua, camminando in silenzio, perché qualche volta, se facciamo abbastanza silenzio, la memoria viene ancora a bere.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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