Sono tanti i punti in cui l’Irpinia diventa Daunia. Uno di questi l’ho superato oggi, e l’ho superato in prossimità di Scampitella.

A Scampitella ci si arriva in fretta percorrendo la Napoli Bari in direzione di Bari ed uscendo a Vallata. Bisogna superare l’intero promontorio che domina la valle Ufita, fino a sbucarne alle spalle, lì dove il verde, che normalmente caratterizza l’Irpinia, di questi tempi, diventa giallo. A destra domina il Formicoso, sulla cui sommità girano i nuovi mulini a vento, che promettono modernità, ma che restituiscono poco o nulla al territorio e alle persone.

Per alcuni sono uno scempio paesaggistico, sotto quell’aspetto, a me piacciono. Scampitella è una striscia di case lungo la statale 91. Le case sono tutte nuove e ben tenute, come la bella struttura della Casa Comunale, all’interno della quale sono conservate e esposte delle teche che nascondono reperti risalenti all’età del bronzo, facendo immaginare una continuità tra l’odierna civiltà contadina e quella di allora.

Oggi stranamente c’è traffico, ma è giustificato da diversi fattori: è domenica, è cominciata la settimana di Ferragosto, c’è il mercato, il cimitero è affollato più dai vivi che dai morti. È il periodo in cui i paesi irpini si riempiono di persone, gli emigranti ritornano, portandosi dietro anche i figli, irpini emigrati di seconda generazione. Qua e là si vedono scene di coppie che tranquillamente camminano sul marciapiede, tenendosi per mano e sorridendo. Scene di ordinaria quotidianità, che qui possiamo osservare solo in queste rare occasioni.

Ma la settimana di Ferragosto passerà in fretta e quei turisti ripartiranno ancora una volta verso mete a noi ignote. È il rito della partenza che si perpetua anno dopo anno, estate dopo estate, lasciando inermi gli anziani che continuano a vivere nella speranza che i figli ritornino, che possano ancora rivedere i nipoti. Lì si concentra tutto lo scontro tra la vita lenta dei paesi e il falso mito di modernità delle generazioni più giovani. Un cartello campeggia alto sopra la strada. Un striscia rossa su uno sfondo blu decreta la fine dell’Irpinia. Ed è esattamente in quel punto che la terra cessa di essere Irpinia per diventare Daunia.

Una divisione fittizia, che esiste solo sulle mappe geografiche e nei meandri della storia, perché l’occhio non vede nessuna reale differenza. Sconfinate coltivazioni di grano, su e giù per i pendii scoscesi, stesse identiche realtà dall’altro lato. Solo quel cartello, vecchio e consumato dalle intemperie, ci ricorda il passaggio da una regione all’altra. Poco più avanti, sul pendio dell’ennesimo colle svetta Anzano di Puglia, il cui nome è forse stato insignito di quell’orpello, per ricordare al mondo di essere entrati nella gloriosa Apulia. Il paese è modesto, fatto di case molto semplici e circondato di tante palazzine fatte in economia popolare, quando ancora i nostri borghi crescevano e il bisogno abitativo induceva gli enti pubblici ad intervenire per soddisfarlo. Oggi, anche qui, molte di quelle case sono vuote. Un vecchio, seduto davanti alla sua abitazione, su via Roma, mi guarda passare e mi saluta. Altri quattro vecchi giovani a carte, seduti attorno a un tavolo di plastica sovrastato da un vecchio ombrellone bucato. Loro sono la memoria storica del posto, ma manca la generazione che dovrebbe raccogliere quel testimone. E qui si riassume il grande dramma di questo tempo: terre con una memoria enorme, con potenzialità enormi, che non sanno più a chi passare la loro testimonianza. Io osservatore esterno, passo, osservo, prendo appunti per il mio grande Atlante della Memoria.


