Paternopoli, la piazza e il vino

Sono cresciuto in una piazza, a Paternopoli, giocando a pallone. Quella vecchia piazza esiste ancora, ma non esiste più ciò che conteneva: la casa di mio nonno, l’odore di muffa della cantina, le voci dei miei nonni. Tutto è sparito sotto alle macerie del terremoto del 1980. In compenso, la piazza è rimasta lì, resta quella luce particolare che hanno gli antichi borghi dell’Irpinia nel pomeriggio tardi, quando il sole scende dietro ai monti Picentini e l’aria si riempie dell’odore di erba bagnata e di legna bruciata.

Proprio da quella piazza vengo io, e, quasi sicuramente, da quella piazza vengono anche i miei libri.

Questa sera, durante un’intervista a Radio CRT di Grottaminarda, mi hanno chiesto del mio legame con l’Irpinia. Ho risposto quello che rispondo sempre, ma stavolta le parole mi sono sembrate più vere del solito: l’Irpinia è la mia sostanza, la materia di cui sono fatto, e quindi la materia di cui scrivo.

C’è una cosa interessante, però, che spesso non si dice abbastanza: l’Irpinia è anche un marchio. Un marchio riconosciuto a livello nazionale e internazionale, costruito sulla filiera agroalimentare e sulla vitivinicoltura. Il Taurasi, il Fiano, il Greco di Tufo, vini di prestigio, che hanno portato il nome di questa terra in mezzo mondo. C’è qualcosa di curioso nel fatto che una terra così poco raccontata dalla letteratura abbia invece saputo raccontarsi così bene attraverso il vino. Forse è perché il vino, come la scrittura, nasce dalla pazienza. Dalla capacità di aspettare che qualcosa maturi lentamente.

Io continuo ad aspettare. E a scrivere da quella piazza che non c’è più.

Ti lascio il link, per guardare la mia intervista:

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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