Tu accendi i miei silenzi, lasciati inerti sul letto sfatto della vita.
Tu, che sei andata via senza più parole, lasciandomi solo di fronte alla disfatta della ragione.
Ed io sono qui, col mento poggiato sulla punta delle dita, a tessere storie di uomini e donne mai esistiti, storie di noi, sgranate al rallentatore nel buio cinematografo della memoria.
Tu corri sempre troppo, come se potessi sfuggire alla catastrofe, quella che però non arriva mai, se non dentro di te, nelle tue braccia tese, nel nodo serrato della tua pancia.
Tu, che pensi di eludere il dolore sbattendo la porta dei sentimenti, fuggendo nell’altra direzione, convinta di essere immune all’umano pietismo, ricorda: i fantasmi del passato sanno attendere. Prima o poi ti raggiungeranno, e dovrai saldare il conto con l’oste della vita.
Tutto ha un prezzo, anche la tua fuga. E ti costerà più che affrontare quei quattro demoni che ti porti dentro da sempre, sin da bambina, quando tuo padre ti lasciò alla pompa di benzina e non fece più ritorno.
Ma nella Matrix infinita dell’esistenza, ogni cosa muta significato, ogni volta che nuovi occhi la osservano, lucidi di passione o affamati di sapere, ogni volta che la mente la rielabora con moti neuronali, trasmettendo impulsi elettrici vitali.
E io mi riconnetto al mondo. I miei piedi tornano saldi al suolo. I miei occhi smettono di volare.
La tua corsa è finita, é tempo di tornare a casa.
