Paternopoli

A Paternopoli ci sono tornato dopo un bel po’ di tempo, e ci sono tornato in occasione di un funerale. Era il funerale di mio zio, il Preside della scuola media locale. Il ritorno in quella triste occasione è stato il viatico per un vero e proprio viaggio nel tempo. I funerali, soprattutto nei nostri paesi, sono dei momenti di aggregazione. Le famiglie si riuniscono, si rivedono volti familiari, ci si confronta con l’incedere inesorabile del tempo e con la vecchiaia che avanza. Antonio, mi parla dei suoi acciacchi, Ferdinando dei suoi problemi di prostata, Giuseppe non fa altro che parlare delle beghe ereditarie e di come il fratello, pressato dalla moglie, si sia appropriato di un paio di apprezzamenti di terreno che, in realtà, sarebbero spettati a lui.

Ho parcheggiato la macchina in uno slargo, che si apre proprio davanti al palazzo Famiglietti, poco dopo la piazza principale. Quando scendo dall’auto, lo faccio con un saltello, un po’ per evitare una pozzanghera, un po’ per sentirmi ancora giovane. Il vero lusso dei nostri tempi, oramai, è la giovinezza, e sentirsi ancora giovani è un lusso che non a tutti è dato di vivere, soprattutto dopo i cinquant’anni. Mi stiro in tutte le direzioni. Sono arrivato da Benevento e la strada non è delle più agevoli. Piena di curve, di buche, attraversa le terre del vino, dove l’aria profuma degli aromi della frutta matura, ed è tutta un susseguirsi di filari di viti. Lì, lungo quella strada, regna un ordine sovrano, perché l’agricoltura ed in particolare la viticoltura, richiedono un lavoro minuzioso ed una disciplina militare. Già mi immagino famiglie di contadini che alle cinque del mattino si aprono a ventaglio su per i campi, inerpicandosi verso i colli dai quali si domina la coltura delle viti e da dove è più facile capire dove fare i propri interventi medicamentosi mirati. Se avessero la stessa cura che hanno per il vigneto, per il proprio corpo, avrebbero di certo una vita molto più lunga e più agiata. La strada percorsa mostra bene come l’agricoltura sia un’esperienza capace di modificare il volto stesso del territorio, sbancando colline, realizzando terrapieni, e facendo fruttare piante che solo grazie alla mano esperta dell’uomo possono sopravvivere alla peronospera, la malattia che da fine ottocento incombe sulle nostre coltivazioni di uva.

Cancello quelle immagini dalla mia mente e ritorno con i piedi per terra. Inspiro forte l’aria di Paternopoli, la terra dei miei avi, dove so che le mie radici scendono in profondità, in una terra fertile e generosa, come lo è anche la sua gente. Mi sposto repentino sulla piazza centrale, ossia la piazza principale del paese. L’architettura della stessa era già stata modificata diversi anni fa, quando, dopo il terremoto dell’ottanta, fu allargata con una parte pensile, ricavandone un’area pedonale leggermente sopraelevata rispetto al piano stradale. La giornata è limpida, di quella limpidezza che ti permette di distinguere i dettagli delle cose da lontano. Così ho visto il monte Tuoro ergersi imponente subito dietro l’ultima casa dell’abitato. La bellezza della montagna, interamente ricoperta di una verdeggiante vegetazione, mi rapisce e mi fermo a lungo sul posto per rispolverare la mappa mentale che mi permette di restare ancorato a questi luoghi. Ecco che tra un tetto e un groviglio di fili, scorgo Montemarano. La luce del sole si riflette sulle vetrate di qualche edificio e lo scintillio arriva fino a me, che non posso far altro se non restarne abbagliato. Se quella è Montemarano, dunque, mi dico, in quella direzione potrei scorgere Cassano Irpino, e Montella e poco più in là, a sinistra, svetta Nusco. Nusco il balcone dell’Irpinia, il nido degli uccelli che volano più in alto. Mi sorprendo per tanta bellezza e ripenso a quando da ragazzino giocavo a pallone nella stessa piazza, nelle lunghe ed interminabili giornate estive. La montagna era sempre lì, eppure di essa non ho alcun ricordo. I bambini, probabilmente, sono assorbiti sempre dal momento che vivono e difficilmente prestano attenzione a ciò che regna intorno a loro, comprese le montagne. I panorami, d’altronde, si sa che appartengono più agli stati d’animo, che non ai luoghi fisici. Sono una proiezione esterna di ciò che regna nell’animo. Rappresentano l’impatto visivo di ciò che già sappiamo di voler vedere al di fuori di noi. Ma nonostante la consapevolezza, ci commuovono, perché si entra in risonanza con il proprio essere e con l’essenziale, quella parte di ognuno di noi che sa nutrirsi di immagini, evocazioni, ricordi e percezioni. Ma quella montagna, segna in me, anche il ricordo di un evento drammatico, il terremoto delle terre d’Irpinia, il terremoto dell’ottanta. Ero lì quella sera, proprio in una di quelle abitazioni che corrono lungo la piazza, a casa di mio nonno, Peppino, della stirpe dei Coccioni. Fu lì che ebbi il mio battesimo al tremore tellurico, alle frammentate architetture sotterranee delle energie che governano il mondo. Fu proprio in quella piazza, che ci riunimmo in attesa di comprendere ciò che era accaduto, oltre che l’entità stessa dell’evento. Si, perché, in quell’epoca in cui non esistevano ancora i cellulari ed i moderni mezzi di comunicazione, non era tanto semplice capire cosa fosse realmente successo. Si alternavano voci dissonanti, opinioni discordanti. La tesi che andava per la maggiore era quella che sosteneva che fosse stata piazzata una bomba sotto alla casa del sindaco. Per inciso, la casa del sindaco fu una delle case cadute durante quel disastroso evento. E quel terremoto cambiò per sempre il volto di quelle terre, che da marginali, divennero motore dell’economia e che ebbero, a partire da quel momento, una spinta verso la modernità, che, per fortuna, non è mai stata accettata pienamente, permettendoci di contraddistinguerle, ancora oggi, come terre di agricoltura.

Il lungo palazzo color aragosta, che costeggia la piazza, sul quale campeggia un bel murales, un po’ sbiadito dal tempo, si riempie presto di persone. In tanti si accalcano al di fuori e al di dentro, in una sorta di grande abbraccio caloroso alla famiglia del defunto. C’è una straordinaria umanità che attraversa le piccole comunità, un senso di appartenenza che va oltre l’immaginabile. Vige la consapevolezza di essere parte di una famiglia allargata, dove ogni persona della comunità è un elemento essenziale per il buon funzionamento dell’intera società. È un senso di appartenenza che sta dentro, che non si insegna nelle scuole, ma che viene tramandato solo dalla vita e dal respiro della terra. E quando una persona della comunità viene meno, come è nell’ordine naturale delle cose, la parte restante della società si stringe, per riparare quella ferita che lacera il tessuto sociale e logora il cammino esistenziale. C’è un qualcosa di divino in questo senso di appartenenza, un qualcosa che va oltre lo scibile umano, toccando le corde più profonde dell’animo. Un sorriso, allora, si stampa sul mio volto, perché ora so che ogni fine è anche un nuovo inizio.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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