Il Goleto

IL GOLETO

Oggi è il 23 Agosto del 2025, fa un caldo che ti toglie il respiro. L’aria carica di umidità di fine estate si appiccica sulla pelle, penetra nei polmoni, come se fosse un forno ventilato. Mi sono rasato completamente i capelli, nella vana illusione di trarne beneficio e frescura. Il tentativo è stato vano, perché gocce di sudore fuoriescono dal nudo cuoio capelluto, poco al di sopra delle tempie, impregnando la parte bassa del cappello da baseball, che sono solito indossare, scendendo poi lungo la basetta, fino ad arrivare sulla guancia arrossata dal sole. Mi trovo a Sturno, e monta l’inquietudine per il pomeriggio assolato, e i mille pensieri del lavoro che affollano la mente. E’ un vortice di pensieri, un dedalo di possibilità inesplorate che fronteggiano le tentacolari vie della necessità. Un mantra si auto costruisce dentro al mio capo. Un canto a due voci, che s’intrecciano in una melodia lenta e spasmodica. Un salmodiare lento che sale dal profondo ventre e sale su fino al quinto chakra, dove incontra i lumi della ragione e i nervi derivati dai piedi posati a terra come radici: il Goleto, mater mea. Il Goleto è la mia terra, il mio cielo, la mia casa. Mi pare di sentire antiche melodie che si intrecciano a motivi scritti da Carlo Gesualdo: i madrigali. Il principe assassino della sposa ha trovato la sua casa, che è diversa, ormai, dal Castello di Gesualdo, ma è più simile ad una Abbazia. Lo spirito di movimento, mi dice che è ora di andare via, sotto al sole cocente, alto oltre lo zenith alle tre del pomeriggio. E’ sabato, e alla controra nelle strade non c’è nessuno. Solo qualche cicala ha ancora la forza di cantare sui rami di un faggio che sta al di la del torrente. Mettersi in auto è esso stesso un esercizio Zen.

A poco valgono i finestrini aperti, perché non soffia un alito di vento. Il mio pantalone cargo, pieno di tasche e cerniere si fa un tutt’uno con la pelle delle gambe, macerata dal sudore. Attraverso a marcia lenta il bosco di castagni, che mi divide da Frigento. Il bosco di castagni è esposto a nord e si sa che ciò che è esposto a nord è sempre più fresco. Così porto un braccio fuori dal finestrino, appoggiando il gomito sul montante del vetro e comincio a godere delle temperature leggermente più basse. Parliamo di qualche grado in meno, che in questo contesto sembrano apportare un gran beneficio al corpo provato dall’umido torrido. Il mantra continua a suonare nella mia testa e la macchina stessa mi chiede di andare al Goleto, anzi me lo impone e prende il controllo della strada. Ha deciso lei: oggi si va al Goleto, perché probabilmente è un giorno particolare o perché delle energie attrattive si sono concentrate li e ci chiamano con prepotenza. O forse non è nulla di tutto ciò. Ma io che sono sempre stato sensitivo, sento che nell’aria c’è un qualcosa di particolare, oserei dire di magico, che mi porta, o per meglio dire, ci porta esattamente in quella direzione.

Da Frigento, imboccata la statale 303, la strada si fa più semplice. Diventa un serpente che corre lungo la cresta del monte, dividendo a metà da una parte la Valle dell’Ufita e dall’altra la Valle D’Ansanto. E’ un tripudio di colori che vanno dal giallo oro al giallo ocra, mescolati al marrone della terra e a qualche chiazza verde di vegetazione che non è sottoposta all’insulto del periodo secco. L’odore della Mefite, lasciata la valle, arriva fin quassù. La mancanza d’acqua aiuta i gas solforosi a librarsi meglio nell’aria. Uno strano intreccio di sottili venti fa il resto del lavoro, portando gli effluvi fin sulla strada principale, che diventa un tutt’uno con la caldera che li produce. Sono tentato quasi di chiudere i finestrini, di proteggermi. La ragione prevale: l’anidride solforosa diluita in quel modo non è più letale, ma diventa una miscela benefica che purifica e protegge le vie respiratorie. Un aerosol naturale di cui potrò beneficiare anche nei successivi mesi freddi. D’altronde la saggezza popolare lo dice: “Austo capo re vierno”. Agosto è già l’inizio dell’inverno e bisogna prepararsi bene ad affrontare la stagione fredda, che già si para all’orizzonte. Dal bivio di Sant’Angelo dei Lombardi la strada è tutta in discesa. Una grossa pala eolica ci osserva passare. Siamo gli unici esseri, viventi e meno, che passiamo da qui, da chissà quante ore. Mi fermo giusto un attimo. Spengo il motore. In fondo sulla sinistra, arroccato sul suo monte, c’è Sant’Angelo, tutto intorno a me c’è il silenzio. Una leggera brezza fa muove le grosse pale, che producono un sibilo leggero e un fruscio che muove l’aria circostante. Gli steli dell’erba più giovani, ancora verdi, si abbassano al passaggio del venticello e forse sono lieti che in giro non ci siano pecore a brucarli. E’ tempo di rimettersi in marcia. La strada si fa ancora in discesa e sinuosa. Si oltrepassa l’ospedale di Sant’Angelo, la cui sorte rimanda ai tempi bui del terremoto, ma questa è un’altra storia e la racconteremo a parte. Si scende, si scende, in direzione di Lioni, fino ad imboccare una stradina stretta, che sulla destra porta in una zona pianeggiante.

Li, la strada si fa ben presto lastricata di pietra. Si capisce che siamo arrivati in un luogo particolare, una sorta di salotto pavimentato, dentro a una grande valle, dove gli appezzamenti di terreno lavorato, creano un mosaico di colori e di sensazioni piacevoli e accattivanti. Sono davanti al Goleto. Parcheggio nei pressi di una vasca, forse un antico abbeveratoio per i cavalli e per le vacche. Scendo, ed oltrepasso la soglia del cancello d’ingresso. Ma che cos’è il Goleto? Il Goleto è innanzitutto un luogo magico, dove la spiritualità tocca vette altissime o vola bassa a livello delle umane sventure. Il Santuario fu voluto da San Guglielmo da Vercelli, il monaco che fondò Montevergine sul Partenio. Ma qui ha dato spazio alla fede nuda e cruda, costruita pietra su pietra, scavata nella pietra nuda. Nella parte centrale il Santuario, che è stato di recente oggetto di restauro, presenta alti muri perimetrali e divisori, che sorreggono maestose arcate, che dividono le navate di quella che anticamente doveva essere una basilica di culto. Ciò che colpisce è la mancanza del tetto, o per meglio dire il tetto è rappresentato dal cielo stesso, le mura sono costituite dal silenzio che c’è tutt’intorno, rotto solo da qualche attività di qualche sparuto contadino, che ha deciso di portare a compimento i lavori settimanali. L’odore del fieno, e il canto degli uccelli rappresentano le finestre sensoriali, attraverso le quali ci si riconnette con la natura e attraverso di essa anche con l’energia che pervade l’intero universo. C’è una sedia al centro di quella enorme sala senza tetto, una di quelle sedie che si usavano nelle scuole degli anni novanta. Non mi resta da fare altro che sedermi, e meditare. Poi, da una delle tasche caccio fuori i miei “Racconti dall’Irpinia” e mi metto a leggere ad alta voce. Qualche passante si avvicina e ascolta con piacere.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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