Io e Franco

Sono stato sempre un grande fan di Franco Battiato, e in verità lo sono anche adesso, anche se lui fisicamente non c’è più.
Nel 1999, o forse era il 1998, andai a casa sua con la Fiat Ritmo rossa di mio padre. Cioè, aspettate, meglio che vi spieghi: stavo andando in Sicilia con la mia Opel corsa grigia, quando all’altezza di Campagna si ruppe il cambio. Provvidenzialmente mio padre venne a salvarmi con la sua Ritmo Rossa, arrivando fino a Campagna e tornando indietro con un carroattrezzi, che portò indietro anche la mia macchina scassata. Io, ovviamente, proseguii spedito per Villa San Giovanni per imbarcarmi. Va premesso che in quell’epoca non esisteva ancora internet, o, per meglio dire, era agli albori, e le informazioni si passavano ancora attraverso i libri, i giornali, o i racconti orali. In quell’epoca, il mio amico Franco, anche lui grande amante di Battiato, mi aveva raccontato che il maestro viveva sulle pendici dell’Etna in un paesino che si chiamava Milo, precisando che lo stesso era nato in un paesino che si chiamava Jonia, che in quell’epoca non esisteva più perché aveva cambiato nome. E il nuovo nome era Riposto, dove il piccolo Franco era solito andare in un certo bar per mangiare la brioche con la granita. E io, incamerate tutte le notizie, partii per quella avventura. A Riposto ci andai subito e andai esattamente in quel bar a mangiare quella brioche con la granita a limone. Poi decisi di salire verso Milo. La strada era tortuosa e curva dopo curva, la Ritmo mi portava verso il luogo in cui Franco risiedeva. Lungo il pendio incontrai la famosa “sciara delle ginestre esposte al sole”, e ricordo che mi feci tutta la salita cantando. Arrivato nella piazza di Milo, a ridosso di una ringhiera, che delimitava la piazza e creava un naturale affaccio su un belvedere, che chiamare meraviglioso era troppo riduttivo, vidi due uomini affacciati. A quella ringhiera, appunto, c’erano due persone, una locale con evidenti segni di problemi psichici, l’altra era Lucio Dalla. Chiesi informazioni per arrivare alla casa di Franco Battiato e me le diede proprio l’uomo con problemi psichici. Seguii con attenzione le indicazioni ricevute, considerando anche che in quell’epoca non esisteva nemmeno Google maps. Uscii fuori dall’abitato e mi inerpicai per una via di montagna. Attraversai una galleria fatta di alberi, alla fine della quale mi trovai di fronte a Villa Giulia. Lì c’era l’antenna parabolica più grande che avessi mai visto in vita mia. Ero arrivato. Magari un’altra volta vi racconto cosa successe dopo avere bussato al citofono di quella villa.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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