Dall’Irpinia a Washington. Il viaggio di una storia che non voleva restare ai margini

Qualche settimana fa, proprio su queste pagine, avevo raccontato della mia candidatura al Premio Eccellenza Italiana, che si sarebbe tenuto il 16 ottobre a Washington, nella prestigiosa sede del National Press Club. Avevo scritto che sarei partito con una nomination in tasca e con la speranza di riportare a casa un riconoscimento che, per una serie di ragioni, sentivo diverso dagli altri. Oggi, a distanza di qualche giorno, posso finalmente raccontarvi com’è andata, perché quel premio l’ho ricevuto davvero e, insieme a esso, ho portato a casa qualcosa che, probabilmente, sarà molto più difficile sistemare sopra una mensola: la consapevolezza che le storie nate ai margini del nostro Paese possono attraversare l’oceano senza perdere nulla della propria identità.
Washington è una città che possiede una sua particolare concezione dello spazio, con le grandi strade, i monumenti imponenti, le architetture che sembrano voler ricordare continuamente al visitatore di trovarsi in uno dei luoghi nei quali si decidono i destini del mondo. Tutto sembra costruito per rappresentare qualcosa di più grande della dimensione umana, eppure, mentre attraversavo quelle strade, a migliaia di chilometri da casa, mi ritrovavo a pensare alle piccole vie dei nostri paesi, a quelle strade che si arrampicano lungo le colline irpine, alle piazze nelle quali il tempo sembra essersi fermato e alle case di pietra che continuano a resistere, nonostante tutto, alla lenta e inesorabile sottrazione dei loro abitanti.
È una cosa curiosa, quella dell’appartenenza. Più ci si allontana da un luogo e più quel luogo sembra avvicinarsi, quasi che la distanza geografica possieda la straordinaria capacità di restituirci una geografia interiore che, nella quotidianità, finiamo spesso per dimenticare.
Il 16 ottobre, durante la XIII edizione del Premio Eccellenza Italiana, promosso dalla Fondazione E-novation su iniziativa del suo presidente Massimo Lucidi, ho avuto l’onore di essere tra i sedici premiati al National Press Club, insieme a personalità provenienti dal mondo della cultura, della scienza, dell’impresa, della ricerca e dell’innovazione. Un riconoscimento importante, che mi onora profondamente, ma che assume per me un significato ancora maggiore se penso al percorso che mi ha condotto fino a quel momento, ai libri scritti, alle storie raccolte, ai personaggi incontrati o immaginati e a quella particolare ostinazione che continua a farmi credere che la letteratura abbia ancora il compito di raccontare ciò che rischiamo di perdere.

Sette e Quarantacinque attraversa l’oceano

In questo viaggio americano mi ha accompagnato anche il mio ultimo romanzo, Sette e Quarantacinque, pubblicato da Graus Edizioni e presentato nel corso degli appuntamenti culturali che mi hanno portato tra New York e Washington. È stato particolare pensare a Mimì Gagliardi, il giornalista burbero e disordinato che avevo immaginato tra le strade di Gesualdo, mentre mi trovavo dall’altra parte dell’Atlantico. Un uomo profondamente provinciale, nel senso più complesso e umano del termine, che si muove in un territorio nel quale tutti sembrano conoscere tutti, ma nel quale nessuno conosce realmente fino in fondo la persona che gli vive accanto.
Sette e Quarantacinque è un noir, certo, ma il delitto, come ho già avuto modo di scrivere, è quasi un pretesto per raccontare ciò che esiste prima e ciò che rimane dopo. È un romanzo nel quale l’Irpinia non rappresenta semplicemente il luogo geografico nel quale si svolgono i fatti, ma diventa essa stessa un personaggio, con la sua bellezza a tratti feroce, le sue contraddizioni, i suoi silenzi e quella particolare capacità di custodire segreti che appartiene alle comunità nelle quali la memoria collettiva è spesso più lunga della vita dei singoli individui.
E così, mentre raccontavo questa storia in America, mi rendevo conto che la distanza tra Gesualdo e Washington, almeno dal punto di vista della letteratura, era molto meno importante di quanto potrebbe apparire osservando una carta geografica. Perché gli uomini, indipendentemente dal luogo nel quale nascono, continuano a essere attraversati dalle medesime inquietudini, dalle paure, dalle passioni, dalla necessità di appartenere a qualcosa e, qualche volta, dal desiderio di fuggire proprio da ciò a cui appartengono.

Un premio che parla anche della mia terra

Ho sempre pensato che uno scrittore non possa liberarsi completamente dei luoghi dai quali proviene, neppure quando decide di ambientare le proprie storie altrove. Ci sono paesaggi che ci rimangono dentro e che continuano a manifestarsi nella nostra scrittura anche quando non li nominiamo, attraverso una certa maniera di osservare il mondo, di descrivere un volto, di raccontare una casa o semplicemente di dare un significato al silenzio.
Per questo motivo, il riconoscimento ricevuto a Washington non riesco a considerarlo soltanto come un traguardo personale. Sarebbe certamente più semplice limitarsi alla soddisfazione di un premio internazionale, alle fotografie della cerimonia, ai complimenti ricevuti e al piacere, del tutto legittimo, di vedere riconosciuto il proprio lavoro. Ma credo che ci sia qualcosa di più, e quel qualcosa riguarda proprio la terra dalla quale provengo.
L’Irpinia è una di quelle parti d’Italia che, troppo spesso, vengono raccontate soltanto attraverso ciò che manca. Mancano i collegamenti, mancano le opportunità, mancano i giovani, mancano i servizi e, lentamente, cominciano a mancare persino le persone necessarie a mantenere in vita intere comunità. È una realtà che conosco e che non ho alcuna intenzione di nascondere dietro una descrizione romantica dei nostri paesi. Eppure, accanto a queste assenze, continua a esistere un patrimonio straordinario di conoscenze, tradizioni, sensibilità e capacità creative che non sempre trova gli strumenti necessari per manifestarsi al di fuori dei propri confini.
Portare una storia irpina a New York e a Washington, e ricevere in quella occasione un riconoscimento internazionale per il mio percorso di scrittore, significa anche contribuire, nel mio piccolo, a modificare la prospettiva attraverso la quale siamo abituati a osservare questi territori. Non più soltanto luoghi dai quali partire per cercare altrove un futuro, ma luoghi dai quali possono nascere idee, progetti e racconti capaci di raggiungere il resto del mondo.
Non credo che un premio possa cambiare il destino di una comunità, e sarebbe persino ingenuo sostenerlo. Credo, però, che ogni occasione capace di restituire visibilità a un territorio rappresenti una piccola possibilità, una porta che si apre, una relazione che prima non esisteva e che potrebbe, un giorno, generare qualcosa di nuovo.

Il viaggio di ritorno

Ci sono viaggi che si misurano attraverso i chilometri percorsi e altri che, invece, finiscono per essere importanti soprattutto per quello che ci restituiscono una volta tornati a casa. Questo viaggio americano appartiene, almeno per me, alla seconda categoria.
Torno con un riconoscimento che conserverò con grande orgoglio, con la gratitudine nei confronti della Fondazione E-novation e di Massimo Lucidi, con il ricordo delle persone incontrate e con la soddisfazione di avere portato la mia letteratura in due delle città più importanti degli Stati Uniti. Un ringraziamento particolare va anche al mio editore, Pietro Graus, per il sostegno dato al mio percorso letterario e per avere creduto in Sette e Quarantacinque.
Ma torno, soprattutto, con la convinzione che dobbiamo continuare a raccontare le nostre terre, senza vergognarci della loro dimensione provinciale e senza cedere alla tentazione di renderle artificialmente somiglianti a quei luoghi che il mondo considera più importanti.
Perché, in fondo, non è necessario che Gesualdo diventi New York, né che l’Irpinia assomigli a Washington per meritare di essere conosciuta.
È sufficiente che continui a essere se stessa, e che qualcuno trovi ancora le parole per raccontarla.
Questa volta, quelle parole sono arrivate dall’altra parte dell’oceano.
E insieme a loro, in qualche modo, ci è arrivata anche una piccola parte della nostra terra.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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