Ci sono viaggi che cominciano con un biglietto aereo e finiscono davanti a un nastro dei bagagli, quando le valigie tornano lentamente verso di noi e insieme a loro ritorna, quasi sempre, anche la vita che avevamo lasciato qualche giorno prima, e poi ce ne sono altri che iniziano molto prima della partenza, quando un luogo comincia a chiamarci senza che sappiamo ancora bene perché, e che continuano anche dopo il ritorno, perché certe terre non si limitano a essere attraversate ma finiscono per attraversare noi stessi, depositando immagini, odori, voci e domande che restano dentro molto più a lungo delle fotografie.

Il Kirghizistan, per me, è stato uno di questi viaggi, perché prima di andarci ne conoscevo il nome, la posizione un po’ incerta sulle carte geografiche, qualche frammento di storia, le montagne, le steppe e naturalmente Čyngyz Ajtmatov, ma era ancora uno di quei luoghi che l’Occidente guarda da lontano, come si possono guardare certe fotografie sbiadite appese alle pareti delle vecchie case, intuendo che raccontano qualcosa di importante ma senza riuscire più a decifrarne fino in fondo il significato.

Poi sono partito e ho capito che certe terre non si lasciano conoscere solo attraverso la lettura delle mappe, perché bisogna attraversarle lentamente, sentire il vento arrivare dalle montagne del Tien Shan, guardare l’acqua immensa dell’Issyk-Kul distendersi sotto a un cielo che sembra più grande del nostro, incontrare uomini e donne che portano ancora dentro la memoria delle migrazioni, e dei cavalli, e delle tende e degli inverni, e soprattutto bisogna imparare a restare in silenzio, perché il Kirghizistan non si concede a chi ha fretta, non ama essere consumato con lo sguardo di un turista e pretende piuttosto di essere ascoltato come si ascolta una storia antica.

Il Kirghizistan è una terra verticale, dove le montagne salgono come mura costruite da un Dio remoto e distratto, mentre le strade corrono in mezzo alle valli seguendo percorsi che sembrano esistere da prima degli uomini, e ogni tanto compare una casa, un villaggio, una mucca portata al guinzaglio, un cavallo immobile sul ciglio della strada, e allora si ha la sensazione che il tempo abbia semplicemente deciso di fermarsi lì senza avvertire nessuno, lasciando intatto qualcosa che altrove abbiamo smarrito.

Sono arrivato in occasione dei Giochi Mondiali Nomadi, le grandi olimpiadi dei popoli che per secoli hanno abitato le steppe dell’Asia centrale, e lì ho visto uomini a cavallo che sembravano usciti da un vecchio racconto, ho sentito il rumore degli zoccoli, ho visto la polvere, le bandiere, ho udito le urla del pubblico e soprattutto ho incontrato il Kok Buru, uno sport quasi incomprensibile agli occhi europei, con cavalieri lanciati al galoppo che si contendono la carcassa di un montone di circa quaranta chilogrammi, e a guardarlo la prima volta si resta sospesi tra stupore e incredulità, ma poi si comprende che non è semplicemente uno sport, è un residuo del mondo nomade, è una memoria trasformata in un gesto, è la steppa che continua a raccontarsi attraverso la forza dei cavalli e degli uomini.

Forse è stato proprio lì che ho cominciato a capire qualcosa di quel paese, perché noi occidentali abbiamo costruito la nostra idea di civiltà intorno alle città, alle piazze, alle strade, ai palazzi e alle cattedrali, mentre da quelle parti la civiltà è passata attraverso il movimento, per il nomadismo, per la capacità di smontare una casa e ricostruirla altrove, così che per secoli la casa non è stata un luogo ma una tenda, il confine non è stato una linea ma l’orizzonte e il viaggio non ha rappresentato una fuga dalla quotidianità, ma la quotidianità stessa.

Forse anche per questo ho sentito quella terra stranamente vicina, perché io vengo dall’Italia delle montagne, dall’Irpinia, da paesi dove le case sono aggrappate ai crinali dei monti e gli anziani siedono ancora davanti alle porte quando arriva la sera, da terre che conoscono l’abbandono, la partenza e la distanza, da luoghi nei quali spesso i figli sono andati via e sono rimasti i muri, e così il Kirghizistan, pur essendo lontanissimo dall’Irpinia, a volte mi è sembrato familiare, perché guardando certi villaggi mi sembrava di riconoscere la stessa dignità delle periferie del mondo, la stessa memoria custodita nelle mani degli anziani, la stessa ostinazione delle comunità che continuano a esistere anche quando la modernità sembra voler passare altrove.

È questo che cerco quando viaggio, non i monumenti, o le cartoline, non di certo i luoghi da spuntare su un elenco, ma le somiglianze, quei fili invisibili che uniscono uomini che non parlano la stessa lingua e che forse non hanno mai saputo dell’esistenza gli uni degli altri, e in Kirghizistan quei fili erano ovunque: nei mercati, nel pane, nel tè versato lentamente, nei samovar, nelle montagne, negli sguardi delle persone incontrate lungo il viaggio e soprattutto nelle storie, perché i popoli sopravvivono finché qualcuno continua a raccontarli.

Lo aveva compreso molto bene Čyngyz Ajtmatov, che del Kirghizistan ha fatto una geografia dell’anima prima ancora che della terra, perché nei suoi libri uomini, cavalli, steppe e leggende appartengono alla stessa sostanza e non esiste una frontiera precisa tra ciò che è accaduto e ciò che gli uomini ricordano, ed è forse questa la cosa che più mi ha affascinato di quel paese, il fatto che il passato non sia scomparso ma continui a camminare accanto al presente, cambiando ogni tanto abito, salendo su un’automobile, prendendo in mano uno smartphone, ma continuando a guardare le montagne nello stesso modo.

Sono tornato in Italia portando con me fotografie, appunti, incontri e pagine ancora da scrivere, ma soprattutto sono tornato con una domanda che continua a seguirmi, e cioè quanto conosciamo davvero i luoghi che crediamo lontani e quanto, invece, li abbiamo semplicemente collocati ai margini della nostra idea di mondo, perché forse esistono paesi che diventano periferia soltanto perché qualcuno, da qualche parte, ha deciso quale dovesse essere il centro.

Il Kirghizistan mi ha insegnato questo, che il mondo cambia completamente quando smettiamo di guardarlo dalle capitali, quando ci spostiamo ai margini, quando attraversiamo le montagne, quando ci sediamo accanto a qualcuno e ascoltiamo, perché è proprio lì, lontano dai luoghi dove crediamo si decida tutto, che spesso cominciano le storie più importanti, ed è forse per questo che il mio viaggio ai confini dell’Impero Celeste non è ancora finito, perché da qualche parte, tra le montagne del Tien Shan e le acque dell’Issyk-Kul, è rimasta una parte del racconto.Io sono tornato, ma la storia, invece, sta ancora viaggiando.
