La barca di Aldebaran

Che non avessi mai avuto un rapporto idilliaco con il mare era cosa risaputa. Lo si capiva da due elementi importanti: il primo era che il destino, o forse le forze superiori, mi avessero fatto nascere lontano dal mare, il secondo era che il mio editore, un po’ di tempo fa, mi aveva convocato per farmi scrivere “L’inaffondabile”, il primo e forse unico romanzo al mondo che narrava la storia del grande veliero Bayesian, affondato al largo di Porticello il 29 agosto 2024. Già questi due elementi avrebbero dovuto essere sufficienti per evitare che mi mettessi per mare, per di più in compagnia di amiche e amici, che di tutta quella faccenda ne avrebbero anche sofferto. Però da qui ad arrivare alla vicenda del 5 luglio, ce ne passava di acqua sotto le barche. La storia, come detto, viene da lontano: sono nato in una terra di mezzo, dove il mare era un sogno lontano, una favola da raggiungere, per i più fortunati. Dalle mie parti le genti venivano ugualmente distinte in Adriatiche o Tirreniche a seconda di dove sfociavano i fiumi che le attraversavano. Così succedeva che quelli che vivevano in prossimità dell’Ofanto erano Adriatici mentre quelli del Calore erano Tirreni. Questa cosa mi aveva segnato per tutta la vita. E in effetti da buon abitante della Terra di Mezzo, non ero né un uomo di pianura e nemmeno un uomo di montagna, ma piuttosto un abitante delle zone collinari preappenniniche tanto diffuse dalle mie parti. Ciò nonostante, il blu del mare lo avevo visto tante volte. Avevo vissuto diverse estati al mare con i miei genitori, e sotto questo aspetto potevo ritenermi un fortunato. Tutto sommato c’erano tante persone delle mie terre, che il mare, quello vero, non lo avevano mai visto.

Quel 5 luglio, sull’imbarcazione c’ero salito con altre sei persone e tre membri dell’equipaggio: Pietro, che era stato promosso a comandante della piccola imbarcazione e incaricato di guidarla, Giovanni, proprietario della barca, dolorante per aver riportato, qualche giorno prima, un trauma alle costole, ed una signora, madre di Giovanni, che se ne stava per tutto il tempo sotto coperta, dove era addetta alla preparazione di spuntini e pasti, oltre che all’apertura di fantomatiche bottiglie di vino. I miei amici sorridevano. La giornata era perfetta per una gita in barca: il clima era caldo, tipico di inizio luglio e non c’era un alito di vento. Come al suo solito, Piero aveva fatto tardi. L’appuntamento delle 11 era diventato l’appuntamento delle 11.30, e mentre Piero se la prendeva con calma, tutti noi altri continuavamo a pronunciare mezze parole di improperi e a lanciare piccoli anatemi contro l’amico che si era macchiato dell’onta del ritardo. D’altra parte, due amici del gruppo, che nella vita formavano una coppia, erano Svizzeri, e ben si conosceva il loro rispetto per gli orari, la precisione negli appuntamenti e il fastidio mortale che potevano provare per chi contravveniva a quelle semplici regole di vita. Giacomo e Barbara erano, con precisione, una coppia Italo Svizzera, ma al contrario, quanto meno sotto l’aspetto visivo. In che senso, vi starete chiedendo voi. Ed io subito vi rispondo: lei Svizzera da almeno 5 generazioni e forse più, con una carnagione scura e i capelli neri neri, sembrava una tipica donna del Sud, o, per meglio dire, del profondo sud. Lui, invece, uomo napoletano, trapiantato in Svizzera, era biondo come un normanno e con gli occhi azzurri come il mare o come quel cielo di luglio, già terso e carico di promesse. La strana coppia al contrario si sarebbe poi sposata verso fine luglio con un bel rito civile e una festa completamente napoletana.  Elisa era la psicologa del gruppo. Dall’alto del suo metro e sessanta guardava tutti dritto negli occhi e si sforzava di non dare giudizi professionali sull’uno o sull’altro, ma si vedeva bene che era spesso sull’orlo di sbottare e di rinfacciare qualcosa che non era andata per il verso giusto. Sfoggiava un grande cappello di paglia, con il proprio nome ricamato in alto, quasi fosse un vessillo delle proprie qualità o una bandiera di identità personale. A occhio e croce lei avrebbe potuto benissimo essere una di destra, considerato anche il piglio autoritario e gli occhialini rossi portati sulla punta del naso. Avrei scoperto, in ritardo, che di destra non era, ma che aveva una certa simpatia per la sinistra moderata. Cristina era la calma fatta persona. L’opposto esatto di Elisa. Dimentica dei suoi mille impegni personali, che la accompagnavano durante tutto l’anno, aveva finalmente trovato una propria dimensione. Cristina era un pezzo grosso nelle scuole del Lazio, e, di sicuro, era sottoposta a stress continui durante l’anno scolastico, ma adesso, in vacanza aveva finalmente trovato la propria dimensione di pace. L’ultima era Roberta. Ultima in ordine di fila per salire sull’imbarcazione, e non di certo come persona. Roberta era la saggia del gruppo. Aveva un’intelligenza di gran lunga superiore a quella di tutti noi messi insieme, forgiata in anni di esperienza di gestione di imprese e nella risoluzione di intricatissimi casi giudiziari e non.  Eravamo in dieci sulla barca Lenù, ormeggiata al porto di Forio d’Ischia. Eravamo saliti, o per meglio dire, scesi in barca attraverso uno scaletta di legno appoggiata tra l’imbarcazione e il molo, che stava parecchio più in alto. Erano le 11.30 passate quando finalmente ci riunimmo tutti su quell’imbarcazione, tutto sommato piccola, ma ben tenuta. Pietro, il comandante, era gioviale. Si rideva e si scherzava, mentre levava l’ancora e cominciava a fare le prime manovre per uscire dal porto. Il morale di tutti era alto. Ci aspettava una bellissima gita in barca, che alle 17.00 ci avrebbe riportato al punto di partenza. Mentre si usciva dal porto tutti, o quasi, si spalmavano creme solari. Io ebbi la fortuna di ritrovarmi tra le mani un tubetto di crema solare Dior, probabilmente di Roberta. Me ne spalmai un bel po’ sul viso: “quando mi ricapita ancora di avere tra le mani una crema Dior”, pensai, dimentico del fatto che forse stavo approfittando un po’ troppo della situazione. Gli altri facevano a gara per offrirmi le loro creme solari. Alla fine, accettai quella di Elisa e quella di Cristina. Ero, di gran lunga, quello più bianco tra tutti e soprattutto quello meno avvezzo alle gite in barca e alle lunghe esposizioni al sole. Ne approfittai perché avevo ancora vari pezzi del corpo da proteggere, come le braccia, le gambe, e soprattutto le ginocchia e il dorso dei piedi, che sono i primi a scottarsi in caso di lunghe esposizioni al sole. Uscimmo dal porto con un gran rombo di motori e salutammo cordialmente le persone che stavano in piedi sulle altre imbarcazioni. Per un attimo, tutti noi, c’eravamo sentiti come i passeggeri del Titanic, in partenza per una lunga traversata oceanica. Nella realtà la giornata che ci aspettava, ci prometteva molto di meno: un giro attorno all’isola, qualche fermata in punti prestabiliti per qualche bagno rinfrescante e un pranzo a bordo. Le solite chiacchiere da visitatori in vacanza ci accompagnarono fino alle 13.30. Una fermata nei pressi di una caletta, vicino al promontorio di Sant’Angelo, aveva permesso agli ospiti di fare il primo bagno della giornata. Agli ospiti, ovviamente, ma non a me, che non mi sarei tuffato a mare nemmeno se l’imbarcazione si fosse capovolta con un gran tonfo.

Alle 13.30 avevamo da poco superato il Castello di Ischia ed eravamo arrivati in prossimità del porto di Ischia Porto. Fu lì, in quel momento, senza grossi rumori, e senza grossi clamori che Pietro fece segno a Giovanni che il timone aveva smesso di funzionare. Effettivamente, mi accorsi che il volante del timone girava a vuoto e che la barca aveva preso a girare su se stessa, senza più seguire una linea retta, o quanto meno la linea perimetrale dell’isola. Ci fu un grande affaccendarsi da parte dei marinai a bordo. Pietro, nel pieno delle proprie funzioni e consapevole della propria responsabilità rispetto alle persone presenti, si tuffò prontamente a mare, entrò in apnea sott’acqua, passò sotto alla barca e ne uscì da dietro. La sentenza fu data in poco tempo: “i motori del timone si sono rotti. Entrambi sono bloccati e sono rivolti verso sinistra. Ora provo a fare una manovra per cercare di sbloccarli”. Si tuffò ancora al di sotto dell’imbarcazione. Noi a bordo sentimmo dei rumori che provenivano dal fondo. Poco dopo Pietro riemerse con la cattiva notizia: “non c’è nulla da fare. I motori sono bloccati e non si muovono di un millimetro”. Coinvolse addirittura Giacomo, che con grandi aspettative di tutti, si immerse sotto la barca, per aiutare Pietro nell’attività di sbloccaggio. Nulla da fare. Anche Giacomo riemerse, tra gli applausi di tutti, e mettendo fine all’ansia della compagna, che per qualche istante aveva temuto di diventare vedova ancor prima di concludere la cerimonia matrimoniale. Da quel momento in poi cominciò quell’avventura che nel giro delle successive tre ore ci avrebbe portato dai sorrisi splendenti al mal di mare più impietoso, alle invettive contro i marinai e a temere per la nostra stessa incolumità. All’inizio ci sembrò anche divertente, soprattutto quando venne un’altra imbarcazione a trainarci. Pare che la pratica non fosse propriamente ortodossa, e che l’imbarcazione che ci precedeva ci avesse presi con una corda, una di quelle grosse corde che si usavano in mare. Noi, che stavamo dietro, la prendemmo a ridere e soprattutto avemmo, per un po’, anche l’impressione che la nostra imbarcazione fosse diventata una barca a vela. Il fatto stesso di non sentire più il rumore assordante dei motori, ci aveva fatto concentrare l’attenzione sul frusciare del mare lungo la chiglia dell’imbarcazione, che ora sembrava tagliare silenziosamente l’acqua, facendoci sognare di viaggi esotici e di lontani lidi. Fu allora che, all’improvviso, il mare diventò grosso.

Le onde che ci arrivavano di lato, che in un primo momento sembravano cullarci dolcemente, presero forza. Il vento cominciò a soffiare con maggiore vigore e il mare continuava ad alzarsi in modo impietoso, gridando vendetta per qualcosa di cui noi non conoscevamo le motivazioni. Ci volle poco che la nostra imbarcazione rimanesse in balia delle onde, sballottolata da una parte all’altra. I nostri volti passarono ben presto dall’essere allegri ad essere tesi, tirati, ingrigiti dai miasmi addominali che, sballottolati da una parte all’altra, erano diventati come un’amara medicina che il corpo voleva espellere ad ogni costo. Alcuni si sentirono male. Furono fatti sdraiare a terra, mentre Barbara e Cristina se ne stavano beatamente distese nelle loro postazioni a dormire. Il sonno della ragione, in certi casi, porta grandi benefici e anche in quel caso le salvò da quell’improvviso mal di mare che, nel bene o nel male, aveva colpito tutti gli altri, ad eccezione dei marinai che forse erano avvezzi a certi movimenti. Ci furono dei momenti in cui la barca si inclinò pericolosamente da una parte e dell’altra. Furono quelli i momenti in cui invidiai il Barone Rampante, che per tutta la vita non mise mai piede a terra e men che meno su un’imbarcazione.

Arrivammo allo stesso molo dal quale eravamo partiti alle 17.30, dopo un’esperienza che non ci avrebbe più permesso di essere quelli che eravamo prima. Il mare stesso ci aveva fatto fare un ritardo di mezz’ora, ma questa volta gli Svizzeri non avrebbero avuto un soggetto con cui prendersela. Io stesso, dopo lo sbarco, mi vidi come Aldebaran, come la stella che insegue sempre le Pleiadi, senza mai raggiungerle. Aldebaran è la stella d’inverno, e in una sera di luglio, per quanto io la potessi cercare nel cielo, lei non c’era. Io stesso, povero narratore di questa storia, a fine giornata, tornato sulla terraferma, alzai gli occhi al cielo e non trovai quella stella, perché io, come lei, in quel cielo e in quel mare non ci dovevamo proprio stare.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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