Il Castello di Gesualdo e la tornanza

Ho parcheggiato all’imbocco di via del Corso. La via è insolitamente piena di auto parcheggiate. Una colonna di auto, che pare infinita, sistemate ordinatamente sul lato sinistro della via. Mi incammino a piedi, osservando le abitazioni che si affacciano su di essa. Quelle in pietra locale, si alternano a quelle in cemento armato, di più recente costruzione. È la mano invisibile del terremoto, quello del 1980, che ha prodotto un mix di stili architettonici diversi, che mal si sposano, anche se, oramai, fanno parte del paesaggio. Il Bar del Corso è affollato da pochi avventori, che discutono ad alta voce di birre e di partite del campionato.  Di fronte c’è una casa bassa, ocra come il tramonto. E dietro la casa, al di là del piccolo cortile, ingombro di vasi di gerani sopravvissuti all’incuria, si apre uno spettacolo che mi ha tenuto incantato: il Castello di Gesualdo, che è lì da sempre, immobile, severo e immenso, e domina l’intera valle sottostante con il suo profilo imponente e inalterato nel tempo. Le vecchie mura in pietra, corrose dal vento e dallo scorrere delle stagioni, lasciano spazio alla fantasia di immaginare uomini e dame d’altri tempi, vissuti proprio tra quelle mura, tra stucchi ed arabeschi, che richiamano alla mente un tempo oramai andato. Le torri merlate si stagliano contro l’azzurro del cielo, come se fossero dei guardiani filiformi, come testimoni di un passato che ancora aleggia nei vicoli del paese, nelle dicerie degli anziani, e nei misteri del borgo. I merli, anneriti dal tempo, sembrano scrutare la valle, come se avessero memoria dei vecchi assedi o degli intrighi, oramai, dimenticati. Da quassù, il mio sguardo si spinge oltre il confine del borgo, scivolando giù, lungo i pendii morsi dal sole, che conducono alla valle del fiume Calore. Un intreccio di campi e di boschi si srotola sotto di me; un vero mosaico composto da appezzamenti di terreno verdi e altri dorati, punteggiato qua e là da filari di viti e uliveti che brillano sotto al sole. Il fiume, lento e silenzioso, serpeggia tra le colline. Lui sì che sembra un nastro d’argento che riflette la luce accecante del pomeriggio, come il vero principe del luogo, tornato per riscattare le maldicenze del posto. Allungando lo sguardo ancora oltre, verso l’orizzonte, vedo il profilo maestoso dei Monti Picentini che si staglia contro il cielo pallido, fatto di umido ed azzurro, dell’autunno inoltrato. Dall’altra parte, il Monte Tuoro, maestoso e distante, sembrava l’altro guardiano della stessa valle, che segna il limite visivo oltre cui inizia la città di Avellino. Laggiù, oltre quei monti, la città vive una vita propria e distante, con il suo traffico, il suo rumore, il suo caos. Ma qui, nel cuore dell’Irpinia, il tempo sembra essersi fermato. Guardo l’orologio. Lui non si è fermato. Sono le 16. Affretto il passo, superando di gran lena la piazza antistante il castello, che visto da qui è ancora più bello. Il castello è interamente ricoperto di luci e di addobbi natalizi. È il 30 di novembre, ed entriamo, di diritto nel periodo nei festeggiamenti per il Santo Natale. Ci sono i mercatini natalizi, e un lungo nastro di velluto rosso ricopre tutta la salita fino al castello. È li, su quel tappeto, che incontro la donna che ha messo in moto tutto questo meccanismo virtuoso, che produce magia, sogni ed un indotto economico da non sottovalutare, in un’economia depressa, quale può essere quella dei nostri paesini dell’Appenino. Lei si chiama Giusy Carrabs, e mi accoglie con un sorriso e con una frase, che, al primo impatto non comprendo. Ho l’impressione che sia stata detta in un’altra lingua. In effetti, poco dopo, mi precisa che, pur essendo di origini gesualdine, è nata, cresciuta e residente tutt’ora a Sidney in Australia.

“E cosa ci fai qui?”, mi viene spontaneo di chiederle.

“Il richiamo della terra dei miei avi è stato troppo forte”, risponde lei con un sorriso. “Non avrei potuto resistere a lungo, lo sapevo, e così è stato. Sono tornata, anche se non ancora definitivamente, per dare un impulso vitale al mio paese, per evitare che muoia, e per dare un segnale di speranza e di coraggio agli abitanti del luogo”. Io la guardo parlare, ha dei lunghi capelli castani e lo sguardo vitreo di chi sa bene dove mettere le mani, per muovere i fili della storia, ed un sorriso antico, che ricorda la genuinità dei contadini e degli antichi allevatori di Gesualdo. Carrabs, da queste parti, è un cognome importante, che rimanda subito alla memoria di Mario Carrabs, il poeta della carne. Giusy ci tiene a precisare che è coadiuvata, nella sua attività, da due giovani del paese, Raffaele Pietropaolo e Maurizio Forgione. Giusy è amministratrice unica di una società, che si chiama Irpinia Escapes, con la quale, non solo ha avuto la gestione del castello di Gesualdo per due anni, per organizzare eventi, celebrazioni e feste sontuose, ma, con la quale ha organizzato un export di prodotti tipici irpini, che ha già portato nel suo paese natio, cioè in Australia e che si appresta a portare, tra qualche mese a Tokyo. Ha davvero la tempra delle genti irpine, lo sguardo fermo di chi non teme il futuro e di chi sa che le terre depresse, quelle in cui, in apparenza manca tutto, sono le più floride sotto un aspetto imprenditoriale. Se tutto manca, tutto si può costruire, compreso un futuro più florido e pieno di speranza, che possa mantenere ancorate a queste terre le vere risorse del territorio: i giovani. Nicola Cirillo, giornalista di Vallata e volontario nella bella organizzazione natalizia del Castello, mi accompagna su per la strada che conduce dapprima alle antiche scuderie del castello, e poi alle stanze superiori. L’organizzazione è ferrea, e non lascia adito a pensieri altri: lungo il percorso ci sono spettacoli di ogni sorta. Artisti vestiti con abiti che richiamano il periodo rinascimentale, mangiafuoco, acrobati, e persino un cavallo bianco, immacolato come la neve, che attira l’attenzione di tutti, specialmente dei bambini.

Giusy è, nel mio immaginario, parafrasando la restanza di Vito Teti, un esempio di tornanza, così come lo è lo stesso Nicola. Quest’ultimo ha lavorato per molto tempo a Firenze, come giornalista e poi come addetto stampa di personaggi del mondo dello spettacolo. Poi, però, il richiamo della sua terra è stato più forte delle attrattive della grande città, e ha deciso di tornare nel suo paese d’origine. Ci sono mille strade che portano in Irpinia, da sempre terra di passaggio, terra fertile e ostile, ma anche generosa ed amica, per chi sa guardarla ed ascoltarla con gli occhi clementi dell’amore. Loro sono i giovani, che erano andati via dalla nostra terra. Loro sono gli uomini e le donne, che oggi, decidono di tornare per presidiare, con la loro presenza, una forma di resistenza civile, mettendo le radici per un nuovo sviluppo dell’arte e della cultura, che da sempre sono state prerogative dell’ingegno irpino.

Mi allontano dal castello, con la leggerezza che solo le belle notizie sanno darti e mi pare di scorgere, da una finestra, lassù in alto, il volto di Carlo Gesualdo, che soddisfatto approva la rinascita e la nuova vita destinata al suo castello e al suo amato paese.  

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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