
La strada in salita è faticosa e celestina deve sudare sette camicie per arrivare fino in cima. In compenso, la strada è larga e non la percorre nessuno in senso opposto. Questo mi permette di alleggerirla con qualche zig zag che ne addolcisce la pendenza. Però, in compenso, come spesso accade, quando arrivo in cima, il panorama è mozzafiato, e la vista può spaziare su territori ancora accecati dalla luce del sole, battuti dal vento e calpestati dal nulla. Mi fermo per un po’ lungo la strada panoramica, che delimita la parte bassa del paese e cinge la cima del monte come una corona preziosa, cesellata in ferro, puntellata da una miriade di muretti, che come novelli merli, fanno tornare alla mente storie di principesse e cavalieri d’altri tempi, che pare da qui non se ne siano mai andati. Mi trovo in un cono d’ombra, sono le quattro del pomeriggio, e nonostante sia solo l’inizio di Settembre, il vento comincia già ad essere pungente quassù. Teresa, non so per quale strano meccanismo mentale, ma la mia attenzione si è soffermata sulle pale eoliche che punteggiano la collina di fronte, lì dove giacciono inermi i corpi allungati di Lacedonia, Bisaccia e Andretta. Si, mi trovo nel cuore dell’Irpinia d’Oriente, nel punto esatto in cui la Baronia batte il record regionale di salto in alto. Trevico è il comune più alto della Campania, e te lo dico mentre il mio sguardo, da quassù, accarezza le cime della Lucania da un lato e i promontori della Puglia dall’altro. Il giallo dei campi seccati, dalle stoppie tagliate corte, dalle stradine contorte che salgono i crinali mai a strapiombo, sempre docili al passaggio degli uomini e delle bestie, contrasta amaramente con il bianco dei fusti delle pale eoliche, vendute come il petrolio del Sud, e piantate secondo un disegno divino, su terreni sottratti all’agricoltura, per inseguire il sogno di un facile arricchimento collettivo, che, invece, ha portato petrol dollari solo nelle tasche di pochi, che della collettività se ne sono sbattuti altamente, depauperando un invidiabile primato paesaggistico, lasciando sul terreno un mare di stelline che girano, che viste da un aereo sembrano tante croci di Cristo sulle colline del Calvario, tutte uguali a se stesse, tutte silenziose allo stesso modo, tutte che parlano di noi. Teresa sento già l’odore dell’autunno, e qui è più facile percepirne gli odori e gli umori, le voci e i colori. È l’ora di proseguire. Celestina arranca nel partire, il motore scoppietta, dalla marmitta esce una breve fiammata. Faccio inversione e mi intrufolo su per la stradina lastricata in pietra che un cartello indica portare verso la piazza principale, il castello e la chiesa. Un’unica via che porta nel cuore della comunità, posta sulla sommità di un monte a 1100 metri di altitudine. Un cartello, posto di rimpetto all’imponente monumento ai caduti, campeggia in alto con aria maestosa e saccente, tra due panchine di legno antico: Trevico, comunità montana dell’Ufita, Baronia di Vico. Parcheggio, mi stiracchio e cerco di capire come riparare dal vento fastidioso la mia schiena sudata al contatto con il tessuto della seduta. Mi piazzo su una delle panchine, dando le terga al sole amico, che provvederà ad asciugare tutti gli umori del corpo, lasciando sulla schiena una beata sensazione di alito caldo. La piazza è vuota. Da una finestra aperta arriva il suono lontano di un blues, che riempie l’aria di una malinconica nostalgia. Chiudo gli occhi, respiro con profondità, mi inebrio degli odori aspri dell’Irpinia e rifletto. Rifletto sulla caducità della vita, sull’alternarsi delle stagioni, sulla ritmicità del respiro, sull’inseguirsi eterno tra la luce e l’oscurità, la vita e la morte, l’alto e il basso, il dentro e il fuori. Teresa, ne abbiamo già parlato, ma devi sapere che ci sono poche certezze nella vita. La più importante di tutte è che siamo precari e di passaggio, nessuno escluso. Tutto cambia incessantemente: cambiano i regni, le stagioni, i presidenti, le religioni. Passa anche la gioventù e nulla si può fermare. Si cambia amore, idea, umore, perché siamo solo di passaggio.

Il sibilo di una Subaru, il traballio delle gomme sulle pietre sconnesse, attira la mia attenzione. L’unica macchina di passaggio, l’unica macchina che si ferma proprio lì, in piazza e ne scende l’unico uomo, l’unico essere vivente di quel luogo vuoto, oltre me. Mi saluta con gentilezza e ricambio allo stesso modo. Ha una camicia grigia, si volta verso di me: ha il collarino bianco. È un prete. Gli vado incontro con la mano tesa, con la cordialità che si usa in questi luoghi, dove una parola e una stretta di mano posso assumere un valore incommensurabile. Piacere Giuseppe, piacere don Claudio. Lei è un fortunato, gli dico di getto, in un luogo così silenzioso può aspirare all’ascetismo, alle virtù dei Santi, alla preghiera rigeneratrice dell’anima del luogo. Lui mi sorride: sono il Parroco della comunità, il custode di questa bellissima chiesa, dedicata alla Madonna della Libera, monumento nazionale risalente al 1100, che intanto mi indica con la mano libera. Complimenti, gli faccio di rimando, è una chiesa bellissima. Lui annuisce: ti lascio, devo entrare per preparare la messa. Don Claudio, prima di lasciarti ho bisogno di un’informazione: so che da queste parti c’è il museo dedicato ad Ettore Scola, mi sapresti indicare il luogo esatto? Lui sorride ancora: il museo è stato realizzato nella casa natale di Ettore. È qui sotto, subito dopo il tiglio.

Considerata l’ora, chiedo, lo troverò aperto?
Non preoccuparti, fa ancora lui, con aria sicura, casomai fosse chiuso, bussa alla porta accanto. La famiglia che vive lì, ne custodisce le chiavi.
Lo guardo con stupore: ma darò fastidio nel bussare a quest’ora?

Non ti preoccupare, minimizza lui, siamo una piccola comunità e tutti ci diamo una mano. Di gran lena supero il tiglio secolare, fatto di due tronchi avvinghiati in un abbraccio secolare, e mi ritrovo presto in un vicolo, che si dirama dalla via principale. Non v’è anima viva, anzi forse qualcosa c’è. In fondo al vico, proprio di fronte a me, c’è un palazzotto in pietra, dal grande portone in legno, incorniciato in un portale in pietra maestoso, e davanti al portone una bella poltrona, con tanto di poggiapiedi, rivestita con una stoffa di raso dalle strisce di un viola chiaro e scuro, poste a formare una scacchiera. Un colore inusuale, in particolare per una poltrona, ma che ben si abbina all’ambiente circostante. E su di essa, comodamente sdraiato, quasi mimetizzato, in quel miscuglio di colori scuri, un gattino, nero come il carbone. Un nero forte, che non lascia uscire nessun colore, che ne mette in risalto i grandi occhi gialli, che mi fissano, quale straniero che ha osato invadere la sua regale dimora. Faccio per avvicinarmi, per accarezzarlo, ma per tutta risposta, si alza, si allontana, per continuare a guardarmi da lontano. Ho dolore alla caviglia, ne approfitto, per sedermi un po’ sulla stessa poltrona. Accanto a me un banchetto fatto di paglia, spighe di grano generose, e un’infinità di zucche, dai colori variopinti, con evidenti richiami all’arancio, al giallo, al bianco. Hanno forme e dimensioni che non avevo mai visto. La natura, quando è lasciata libera di esprimersi non smette mai di sorprenderci, ed io sono il primo a restarne a bocca aperta di fronte a tanta bellezza. Il museo è chiuso, ma sembra quasi inevitabile, considerata l’ora. Mi faccio coraggio e suono il campanello della porta accanto, proprio come mi aveva raccomandato don Claudio. Mi apre una signora sulla cinquantina, una bella signora, dal portamento elegante, sicuramente affaccendata in qualche faccenda domestica. Sorrido, lei mi sorride con un’espressione dolce. “Mi scusi”, faccio io, “il parroco mi ha insistito di suonare il vostro campanello, per avere la chiave del portone del museo.”
Lei mi guarda con aria dispiaciuta: “abbiamo consegnato le chiavi al comune circa tre giorni fa. Le avevamo in consegna per il mese di agosto, ma ora siamo tornati alla normalità, al soporifero oblio dei mesi altri da quelli della stagione”.
Io sono più dispiaciuto di lei. Ci tenevo davvero tanto a visitare quel museo della memoria civica e storica, che raccoglie frammenti della nostra vita passata, vista attraverso la lente d’ingrandimento della macchina da presa di Ettore Scola. Lei, Michela, cerca di sdebitarsi per la mancanza in altri modi, mi invita ad entrare in casa per prendere qualcosa da bere, mi porge dei biscotti, ma io declino ogni invito. Io volevo solo guardare il museo. Considerato che non c’è verso, né modo di aprire quel portone, mi incammino con Michela verso la chiesa madre, cattedrale d’altri tempi, segno tangibile della storia spirituale del passato. Michela mi chiede di restare in chiesa: “tra sei giorni festeggiamo la Madonna della Libera, ed ora dobbiamo fare la novena alla Madonna. Però”, ci tiene a sottolineare, “prima dobbiamo fare il rosario”. La chiesa si riempie presto di vecchiette che si siedono proprio di fronte alla bella statua della Madonna. Così finisco per recitare il rosario insieme a loro: “O gloriosa Regina del cielo, augusta Madre di Dio, Santa Maria della Libera, eccoci ancora ai vostri piedi quali figli devoti e fiduciosi. Se guardiamo alle nostre colpe ci sentiamo immeritevoli della vostra misericordia. Ma sapendo che Dio vi ha stabilita tesoriera delle sue grazie, prendiamo coraggio e, mentre rinnoviamo i nostri propositi di bene, vi preghiamo, con tutta l’effusione del nostro animo, di ottenerci da Dio il perdono dei peccati in modo che le nostre anime, liberate dalle colpe commesse, possano tornare a piacere al vostro divin Figlio. AVE MARIA… Maria della Libera prega per noi”.



