Lo Surco re l’Angelo

La prima volta che vidi il solco avevo otto anni, era il 1973 e il solco già veniva tracciato da oltre mille anni. Pensai che qualcuno avesse ferito la terra con una lama lunga chilometri, che l’avesse tagliata come se fosse un pezzo di carne tenera. Mio nonno mi prese per il collo della giacca e mi disse: “Non guardare il trattore…guarda gli uomini”.

Solo anni dopo avrei capito quello che realmente intendeva.

Donato da Sturno se ne era andato che aveva quasi vent’anni. Se n’era andato al nord, con precisione viveva dalle parti di Torino, dove aveva lavorato per tutta la vita come operaio della Mirafiori. Si era sposato, aveva messo su famiglia e a Sturno ci tornava ogni tanto, d’estate per trascorrere qualche giornata serena, magari in compagnia dei parenti e dei tanti amici, anch’essi dispersi, in una immaginifica diaspora, tra il Nord Italia e l’Europa. Poi anche quelle visite erano diventate sempre più sporadiche. Il legame con la famiglia, con il papà, oramai novantenne, era diventato il telefono, che lo teneva legato a quel lembo di terra incastrato all’interno della parte più orientale dell’Irpinia. Questo almeno fino a quel giorno, in cui ricevette l’ultima chiamata: “Donato, il tuo papà è morto”.

La botta al cuore, la tristezza, l’organizzarsi in fretta e furia per scendere giù, lungo lo stivale, per quell’ultimo viaggio che, forse, lo avrebbe allontanato per sempre dalla sua Sturno. Era il 26 settembre, di mattina, quando si mise in macchina per attraversare l’Italia, con la testa che si tuffava in ricordi antichi, in riti e sorrisi che non sarebbero ritornati mai più. Arrivò a Sturno che era già buio. Il padre era disteso sul letto, nella sua camera. A rischiarare lo scuro della stanza, solo un cero acceso. Un cero grande, uno di quelli che si usavano nelle chiese. Nella stanza c’era una sola persona, Pasquale, un uomo oramai avanti con gli anni, che a Donato lo aveva visto crescere. Gli si avvicinò, per fargli le condoglianze, mentre lo salutava con due baci sulle guance, come si era soliti fare da quelle parti.

“Donà”, sussurrò, “ti ho visto crescere. Eri un bambino quando tuo nonno ti portò a conoscere il primo solco. Quel solco lo avevo tracciato io, così come ho continuato a fare in tutti gli anni successivi, in onore del santo, solo ed esclusivamente per onorare San Michele Arcangelo”.

Donato rimase per un attimo in silenzio. Ebbe bisogno di qualche attimo per collegare il solco, di cui parlava Pasquale, al famoso Solco dell’Angelo, cui non assisteva oramai da tantissimi anni.

“Si, Pasquale, mi ricordo. Mi ricordo di te e del solco, dritto come una lama, profondo come una ferita nella terra, dalla quale non usciva sangue, ma profumo di grano e benzina, di terra smossa, di raccolti copiosi, di natura. Mi ricordo molto bene”, e Donato lo diceva con lo sguardo perso nel vuoto, ricordando un tempo che non sarebbe mai più tornato.

“Il 29 mattina, vieni alle nove in punto, rinnoveremo la tradizione”, disse Pasquale

“Dove?”

“A la preta a lo Piesco”, te la ricordi? Ti ricordi la strada per arrivarci? Incalzò Pasquale.

Donato annuì.

Si salutarono, sancendo un patto di continuità davanti al morto, chiudendo quell’incontro con un sugello metafisico, e con parole che affondavano le loro radici nella tradizione più antica dell’essere umano.

Donato quella notte se la sarebbe portata addosso per tutto il resto dei suoi giorni. Non riusciva a chiudere occhio. Le emozioni gli entravano dentro e poi sparivano, facendo lo stesso rumore degli zoccoli dei cavalli al galoppo. Se ne andò in giro per le vie di Sturno. Le trovò deserte, vuote di persone, di rumori e di sogni. Erano molto diverse da quelle strade che ricordava pullulanti di esseri umani, di bambini che giocavano alla campana, e di donne con le buste pesanti della spesa in mano.

Un solo uomo camminava lento sotto alla luce gialla dei lampioni, fumando con flemma una sigaretta che sembrava non finire mai. A un palmo di distanza si riconobbero.

Dapprima un “buonasera” distratto, poi: “Ma si’ zi Michele”, fece Donato, con l’aria di chi aveva scoperto qualcosa di raro.

“Ue, uagliò, ma tu si Donato?”, disse l’uomo che aveva il bavero della giacca alzato, per proteggersi dal primo freddo autunnale.

“Si, si sono io”.

“Ho saputo di tuo padre. Ti faccio le mie più sincere condoglienze”, fece Michele con aria seria.

Si strinsero la mano, prima, poi si abbracciarono, continuando a passeggiare insieme, nella stessa direzione, che non aveva meta.

“Il paese è deserto”, esordì Donato.

“Il paese è vuoto”, rimarcò Michele.

“Vuoi dire che ce ne siamo andati tutti?”, continuò Donato.

“Voglio dire che chi ha potuto è andato via. Chi ha voluto fare di testa sua, è rimasto. Ma quelli che ragionano con la propria testa sono pochi, e, quindi, quelli rimasti veramente a Sturno, sono pochi. Questo è un gran peccato, perché abbiamo un patrimonio di tradizioni, di leggende, di letteratura, che deve essere tutelato. Ci sono cani che non hanno più padroni, case che non trovano più la loro anima e chiese rimaste senza nè pecore nè pastori”, disse Michele in modo secco e cinico.

“E’ il frutto di scelte sbagliate della politica”, incalzò Donato.

“No, è il frutto di decisioni affrettate. E’ lo spopolamento che autoalimenta se stesso. Vedi, in questi casi si applica la teoria della finestra rotta. Conosci la teoria della finestra rotta?” chiese Michele.

“Si, cioè, no….forse, ma non mi ricordo”.

“La teoria della finestra rotta dice che se lasci una finestra rotta in un immobile, inesorabilmente quell’immobile sarà condannato alla decadenza, perché chi dovrebbe prendersene cura si lascia trascinare da quel momento di inettitudine, che è la finestra rotta, e si abbandona ad uno stato di inerzia, che lo porta al declino totale. Lo stesso vale per lo spopolamento. Man mano che le persone partono generano, in chi resta, una umana curiosità per la partenza, una voglia di andare a vedere cosa c’è oltre la collina, portando tutti verso uno stato di eccitazione da abbandono, prima mentale e poi fisico, che porta al declino del paese. Per questo ora trovi le strade vuote, non si sentono più le grida dei bambini che un tempo giocavano per le strade, e nemmeno i cani sonnecchiano più agli angoli delle vie.”

“Capisco”, disse Donato, alzandosi il collo della maglia per proteggersi dalla fredda umidità, mentre si stringeva nelle spalle, per non trovare le parole necessarie per giustificare una scelta che lui stesso aveva fatto tanti anni addietro.

Tornò a casa che era già tardi e riuscì a dormire giusto il necessario per poter affrontare, l’indomani, il funerale. Il funerale, quella strana processione di anime che tornano in paese per salutare, per l’ultima volta, l’altra anima, che, invece, se ne va per sempre. Al funerale ci sono tutti. Tutti quelli che sono rientrati appositamente per il funerale: i cugini, i nipoti, le sorelle, i vicini di casa, qualche vecchio collega di lavoro, e il parroco aveva fatto la sua solita bella omelia, che dava lustro al morto e insisteva sulla necessità di far vivere il paese, di non farlo diventare una cartolina. Terminata la cerimonia, una lunga fila di persone rimarcava, attraverso una frettolosa stretta di mano, la propria presenza al funerale e la propria appartenenza ad una comunità che continuava ad esistere nonostante fossero divisi in luoghi diversi.

Tra una sosta al bar, qualche chiacchiera scambiata con vecchi conoscenti, Donato stava rientrando nei ritmi lenti del paese, nella lentezza che aveva governato la sua gioventù. Quella lentezza che prima aveva tanto odiato, e che ora cominciava ad annusare come possibile soluzione ai mali della vita moderna.

In breve, si ritrovò al 29 mattina, alle nove in punto, a la Preta a lo Piesco. Arrivò con il SUV attraverso una via sterrata. Sceso dall’auto, a Pasquale lo vide in fondo al campo, che già stava mettendo in opera l’aratro. L’aratro era attaccato ad un trattore, uno di quelli moderni, con le ruote altissime. Di lato, due buoi bianchi dalle lunghe corna, stavano a simboleggiare il legame con il passato. La direzione del solco che stava nascendo era quella della Chiesa di San Michele, che se ne stava immobile da secoli, su a Sturno, simboleggiando il legame profondo di quella terra e di quelle persone con l’Arcangelo Michele, simbolo di protezione e di lotta al male. Un gruppo di persone armeggiava, tra i campi, con attrezzi antichi. Avevano una missione precisa: indicare la via all’aratro, che seguendo quelle indicazioni doveva arare un solo solco, dritto come la lama di un coltello. Ci fu prima un gran vociare, e nacquero discussioni sulla direzione da prendere, poi, quando tutti i patti erano stati fatti, scese il silenzio. Solo il rumore del trattore, che procedeva piano su un terreno perfettamente arato, indicava la direzione presa da quella ferita nel terreno. Fu allora che gli ritornarono alla mente le parole del nonno: “Non guardare il trattore… guarda gli uomini”. Il trattore traccia il solco, gli uomini ne determinano la direzione. Pasquale, ancora una volta, aveva realizzato un capolavoro di fede e di benevolenza al Santo. “Evviva San Michele”, esclamò alla fine, con un sorriso che parlava più di mille parole.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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