I riti del fuoco, a Lioni

I riti di Lioni

Sono arrivato a Lioni, dopo aver fatto un tour estenuante di diverse tappe nella terra dell’anima, o, detto con le parole di Rossi Doria, nella terra dell’osso. Sono ancora inebriato dalla bellezza dei paesaggi e dal silenzio rotto solo dal frusciare del vento, che, come una locomotiva lenta, solca campi sconfinati di grani e di cespugli. Il rosso vivo del tramonto mi ha lasciato con lo sguardo incollato ad ovest, e l’ho osservato come si osserva un quadro che trasuda d’arte e di mistero da ogni feritoria. Sono stanco, mi concedo solo una breve passeggiata nel centro storico. Un uomo, con un cappotto, tira su il bavero e si ripara dal freddo. Ha pantaloni di velluto e scarponi da montagna. Fa freddo, quello gelido e secco, che ti taglia il viso. Se solo fosse un po’ più affilato, potrei rimetterci la barba. Il solo pensiero di vedermi senza barba mi spaventa. Mi tiro su lo scaldacollo di pile, fino a coprirmi la bocca ed il naso. Il cappello scende più giu. Siamo agli inizi di dicembre, ma, da queste parti, già il freddo ha l’odore della neve, e il naso percepisce odori che mai osa annusare in città. Mangio in una trattoria. Alcune vie del paese sono animate da giovani che preparano cataste di legna, a terra e dentro grandi bracieri di ferro. Si allestiscono punti ristoro, e si accendono fari che illuminano le strade avvolte dalla notte. La notte di paese, della provincia più interna, si animano, così come dovrebbero essere animate sempre, ma sono stanco, entro in una locanda e dormo. Sogno di essere nel giorno di santa Lucia, e sogno me stesso che sogna qualcosa di ancora più cupo. Mi sveglio di buon’ora, quando il sole comincia a fare capolino all’orizzonte.

Mi stropiccio gli occhi e comprendo di essere sul letto, a Lioni, e che la mia mente stava appena uscendo dalle nebbie di un sogno. Mi riprendo con forza e sorseggiando un caffè mi rendo conto che era per davvero la mattina del giorno di Santa Lucia. Un giorno benaugurante, in un periodo speciale per le nostre terre. È il tempo dei riti del fuoco.

Tutto il periodo dell’avvento è un susseguirsi di feste e di riti che affondano le loro radici nel paganesimo. Così il 6 di dicembre si festeggia San Nicola, l’8 di dicembre è l’Immacolata Concezione, fino ad arrivare al 13 dicembre che è il giorno di Santa Lucia. Per far capire l’importanza di queste feste devo, innanzitutto, spiegare che si tratta di riti antichissimi legati alla civiltà contadina e al lento trascorrere delle stagioni. Questa è la parte dell’anno in cui le giornate si accorciano sempre più, quando la luce, generatrice della natura, diminuisce a tal punto che il tempo della notte supera di gran lunga quello del giorno. Noi sappiamo che ciò accade nel giorno del solstizio d’inverno, che cade verso il 22 di dicembre, ma per le antiche popolazioni contadine non era così, ed il giorno più breve dell’anno coincideva con quello di Santa Lucia. Così già a partire dal giorno di San Nicola iniziavano i riti che dovevano propiziare il ritorno alla luce e alla fertilità dei campi. In certi paesi, il giorno di San Nicola si porta in processione un sacchetto di grano come buon auspicio per la prossima raccolta. Ma la tradizione che maggiormente caratterizza le nostre terre è quella dei falò.

I falò oscillano tra sacro e profano, ed alcuni riti e tradizioni collegati al fuoco, affondano le loro radici addirittura nel periodo precristiano, trasmettendosi, successivamente, ai riti di fede cristiana.

Si tratta di riti di origine pagana che celebravano il fuoco ed il calore nella parte più fredda dell’anno, e la forza della fiamma che rappresentava la purificazione e la luce nelle notti più lunghe dell’anno, quando il ruolo del fuoco era considerato primario sia come elemento purificatorio che come buon auspicio per il futuro.

Decido di alzarmi e di mettermi in gioco, ma il giorno è ancora lungo davanti a me e sono curioso di esplorare Lioni, ma, soprattutto, non vedo l’ora che arrivi il buio, per festeggiare, come un contadino di altri tempi, la luce rigeneratrice del fuoco, portatrice di rinnovamento e fertilità. Le giornate sono brevissime, ormai, e già prima delle cinque mi ritrovo in piazza, dove mani esperte, appiccano il fuoco ad una enorme catasta di legna, accuratamente selezionata e posizionata per alimentare con costanza un fuoco che non deve osare di spegnersi.

Le strade si riempiono presto di avventori, turisti, curiosi, che si aggirano per i vicoli del centro storico, mangiando il famoso caciocavallo impiccato, e bevendo generosi bicchieri di aglianico. Da vicoli vicini mi arriva il suono della montemaranese, e vedo persone muoversi a ritmo. Mi sento immerso nell’atmosfera magica della sera e mi sento parte di questa cittadina, posta ai piedi dell’Appennino Centro Meridionale.

C’è stato un tempo in cui le nostre terre non conoscevano ancora il fenomeno della desertificazione e le terre di mezzo erano popolate, molto più di adesso, e allora in ogni paese, in ogni quartiere, in ogni rione si accendeva un falò e così tutta la dorsale appenninica dell’alta Irpinia era costellata da puntini luminosi, simboli di fratellanza, di buon augurio per un futuro migliore e allora tutta la terra diveniva comunità. Era il tempo in cui lo spirito comunitario era forte, accomunato nello sforzo di una vita dura nei campi e di un clima sempre inclemente. E così tutti i contadini, figli e custodi di questa terra danzavano intorno al fuoco, bevendo vino e augurandosi strepitosi raccolti.

Ancora oggi questi falò vengono accesi, anche se non sono più così tanti come una volta e rappresentano lo spirito di fratellanza nella lotta che accomuna tutti verso una globalizzazione che ci vorrebbe tutti uguali ed omologati alle stesse regole di vita. E ancora oggi si sta insieme intorno ai falò, mangiando prodotti di una terra generosa, bevendo l’aglianico di Castelfranci accompagnato dal mitico carmasciano frigentino e ballando al ritmo della montemaranese.

Così da Castelfranci a Volturara Irpina, da San Nicola Baronia a Bonito, da Luogosano a Sant’Angelo dei Lombardi, da Montemiletto a Caposele, da Morra de Sanctis a Cairano fino a Rocchetta  Sant’Antonio, e a Lioni, nelle notti del 6, del 8 e del 13 Dicembre è una danza di falò e alti si levano nel cielo i canti delle nuove generazioni delle terre irpine. Io, con soddisfazione, mi sento uno di loro.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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