Svetlana Aleksievic

Nata da madre ucraina e padre bielorusso, la scrittrice premio Nobel 2015 ha raccontato l’homo sovieticus. Oggi sta scrivendo un libro sulla nuova guerra: “Solo se vince Kiev vinciamo tutti”.

Svetlana Aleksievic è nata in Ucraina nel 1948 ma è cresciuta e ha vissuto prevalentemente in Bielorussia. Oppositrice del regime del presidente Aleksander Lukashenko, ha trascorso lunghi periodi in esilio ed è dovuta fuggire in Germania nel 2020. Da giornalista e scrittrice ha raccontato le principali vicende dell’Urss e della Russia nella seconda metà del Novecento in una serie di romanzi corali basati su centinaia di testimonianze. Nel 2015 ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura “per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo” (dalla motivazione). Su sua iniziativa l’editore Bompiani pubblica ora le sue Opere principali in due volumi a cura di Sergio Rapetti con la traduzione di Rapetti e Nadia Cicognini: Guerre e Tornare al cuore dell’uomo (in libreria dal 25 maggio). Riportiamo, con l’autorizzazione dell’autore, l’intervista di Ezio Mauro pubblicata su Repubblica e Il Venerdì del 13 maggio 2022

Svetlana Aleksandrovna, lei è cresciuta sovietica, è diventata scrittrice di lingua russa, con padre bielorusso e madre ucraina. Come vive oggi il conflitto tra queste quattro nature, entrate in guerra tra di loro?

“Quando ho ricevuto il premio Nobel dissi che avevo due case, perfino tre: la Bielorussia, l’Ucraina e la cultura russa. Ma erano tempi completamente diversi, e tutti noi eravamo sotto l’influsso grandioso della cultura russa, sentivamo tutto il suo incanto, mentre oggi sembra di essere in un altro mondo. Dobbiamo domandarci, e domandare all’intera élite russa, perché la cultura del Paese è divenuta impotente, perché non aiuta in questa situazione tragica, perché le persone non si rivolgono alla parola della cultura, e non la ascoltano, e invece ascoltano soltanto la televisione”.

Che cosa è successo?

“Me lo chiedo ogni giorno. Lei sa che si parla sempre della ‘misteriosa anima russa’, nel Diciannovesimo secolo era un modo di dire molto comune. Oggi, dov’è finita quell’anima? Le faccio un solo esempio che mi ha colpito di recente. I servizi segreti ucraini effettuano continuamente intercettazioni delle conversazioni dei soldati russi con i loro genitori, le loro famiglie. Ed ecco che un soldato russo telefona alla moglie, e la informa: ‘Noi qui stiamo rubando, stiamo facendo sciacallaggio. Io non ho con me un borsone, ma qualcosa sono riuscito a prendere. Per esempio, argento non fresco’. ‘Argento non fresco? Che vuoi dire?’ chiede lei.  ‘È ad esempio quello che leviamo ai morti. Ma tu riesci a lavorare con l’argento vecchio?’. Risposta: ‘Tu prendi, prendi tutto quel che trovi…’. Capito? Ecco dove nasce la mia domanda: come sta operando questa grande cultura russa? Perché oggi non funziona? Perché una propaganda così primitiva come quella della televisione ha preso il sopravvento? Senti che cosa dicono i soldati russi tra loro, o al telefono con i familiari, e ti chiedi: come è potuto accadere, perché abbiamo perso le persone in così poco tempo?”.

È una mutazione indotta dalla guerra o in atto già da prima?

“Io so che fino a poco tempo fa parlavamo di una nazione spirituale, di un Paese che, come sempre si dice, legge più di ogni altro: ed oggi, ecco, siamo arrivati all’argento non fresco da togliere ai morti… E tenga conto che potrei fare moltissimi esempi come questo. Quando, dopo lo scontro armato, il battaglione ripiega a riposare in Bielorussia, arrivano prima i carri armati colpiti e i blindati ammaccati, e subito dopo li seguono i Kamaz, i camion carichi di lavatrici, frigoriferi, biciclette da bambino… Una razzìa. E io mi sento disperata, e penso a come si può trovare una strada per raggiungere questo tipo di umanità, come scegliere le parole perché la gente capisca che sono cose terribili. La Russia sta facendo quello che i nazisti facevano sul suo territorio: ora abbiamo a che fare col fascismo russo”.

È una spoliazione?

“Sì, esattamente. I soldati razziano questi beni in Ucraina e li spediscono a casa utilizzando la nostra posta bielorussa. Centinaia di chili. E poi, soprattutto, laggiù le loro mogli, i figli, le famiglie indossano e usano quelle cose. Come ai tempi delle tribù primitive. Un bottino di guerra, un saccheggio dell’anima”.

Noi parliamo di guerra, ma in Russia non si può. I giornalisti per raccontare quello che vedono al fronte devono usare le formule scelte dal potere. Perché la guerra comincia sempre con l’arresto delle parole?

“Ma perché qualunque guerra è innanzitutto una grande menzogna. Lei deve tener conto, sempre, che Putin vuole appropriarsi del popolo. Per questo non vuole che la gente sappia la verità: che conosca la ragione per cui, ad esempio, la radio Eco di Mosca ha dovuto chiudere le trasmissioni. Ecco, questo è il motivo: la popolazione non deve sapere. La cosa più sorprendente è la reazione dei cittadini a questa confisca della verità. Ho visto in televisione un giornalista che cammina sulla Piazza Rossa, a Mosca, e domanda ai passanti: che ne pensa della guerra in Ucraina? La risposta di uno su due, se non di più, è di sostegno a Putin. Mi ha colpito una donna che ha detto: ‘Mia sorella vive a Kharkov, che è stata bombardata e lei è rimasta senza casa, ma io appoggio comunque il nostro Presidente. Perché se non fossimo stati noi ad aggredire saremmo stati aggrediti dagli americani’. Sono mitologie che vengono inculcate nella coscienza delle persone”.

Ma come spiega questo consenso, è solo frutto della propaganda?

“Certamente no. Vede, io in questo momento sto scrivendo un libro sulla situazione in Bielorussia e sulla guerra in Ucraina, e devo dire che studiando e analizzando quel che accade è sempre più difficile considerare Putin come l’unico colpevole. Ogni russo porta la sua parte di responsabilità. Perché ognuno, anche nel suo isolamento, nella paura, nella sua solitudine, può domandarsi cos’è questa guerra, cosa c’è di giusto in quel che facciamo in Ucraina, e trarre le proprie conclusioni. Fino a scoprire la vera questione: questa guerra chiama in causa una colpa collettiva”.

Tutti colpevoli, nessun vero colpevole?

“Proprio il contrario. Voglio dire che la finzione di un popolo oppresso e disgraziato è troppo facile, non spiega niente. Bisogna comprendere che anche il popolo è colpevole, e avere il coraggio di dirlo, perché è da qui che si deve ripartire. Ecco per esempio di nuovo un’intercettazione: un soldato russo in Ucraina parla con suo padre, il ragazzo non gli racconta le cose tremende che stanno facendo, ma si lamenta: “Papà, ci hanno detto che ci avrebbero pagato di più, invece ci hanno pagato pochissimo”. Ed è di questo che si mettono a discutere lui e il padre, è sui soldi che si sentono ingannati, non sulle ragioni della guerra. Non una parola sulle sofferenze di Mariupol, sulla tragedia di Bucha, sui cinque milioni e più di profughi e rifugiati, sulle centinaia di bambini che sono scomparsi o morti. Il mondo è annichilito da questo dramma e noi siamo davanti a un padre che dice a un figlio di guadagnare il più possibile per quando tornerà a casa. E io, personalmente, come scrittrice sono disperata”.

Ma lei si aspettava l’invasione dell’Ucraina? In Occidente molti pensavano fosse una minaccia che non sarebbe diventata realtà. Lei aveva capito?

“Io parlo molto con gli ucraini e loro, tutti, se lo aspettavano. Si preparavano. Facevano scorte di cibo, compravano benzina per le auto, partecipavano alle esercitazioni per imparare a sopravvivere in una situazione di guerra. Il fatto è che l’Ucraina da tempo avverte la Russia come un pericolo. Negli anni Trenta Stalin voleva prenderla per fame, oggi Putin la prende con i missili. Io sono ammirata dalla capacità di combattimento degli ucraini. Conosco ragazze e donne ucraine che lavorano qui in Germania, nelle pulizie delle case, mi raccontano che sono arrivate da poco coi bambini e coi mariti, i quali sono subito tornati indietro a combattere. Nessuno li obbligava, ma loro appena messa in salvo la famiglia sono rientrati in quell’inferno. Anche altri, che già da tempo vivevano in Germania, sono tornati in patria per combattere. Sono ammirata da questo popolo”.

Lei si aspettava una resistenza di questo tipo da parte degli ucraini?

“Io sono cresciuta con la mia nonna ucraina, ho passato molto tempo con lei, conosco la mentalità delle persone in quel Paese. Ma no, non mi aspettavo che avrebbero mostrato questa forza d’opposizione, temevo che si perdessero in un momento così estremo. Pochi avrebbero potuto mettere in campo una resistenza di questo genere. Ricordiamo l’effetto che ha fatto su di noi vedere tutti quei carri armati che arrivavano alla frontiera, quelle colonne in fila dalla Russia: e loro? Mi sembrava logico pensare che avrebbero tremato, anche per la sproporzione delle forze in gioco, potevano disgregarsi. Invece sono rimasti lì, ci sono ancora e continuano a resistere”.

Ma Putin che cosa vuole con questa guerra? Io non credo che punti a ripristinare lo spazio dell’Unione Sovietica, perché manca il cemento ideologico del comunismo. Piuttosto credo che voglia reinterpretare il sovietismo come esercizio sovrano dell’autorità di Mosca, restituendo la Russia alle dimensioni imperiali di una volta. È questo l’obiettivo, il recupero del ruolo imperiale per il Cremlino?

“Lui vuole ristabilire l’impero zarista. Ha l’idea e il mito della Grande Russia, e noi sappiamo bene come finisce nella Storia l’inseguimento di questo sogno di grandezza, la Grande Serbia, la Grande Germania, e ora la Russia. C’è sempre una premessa vittimistica. Putin continua a ripetere che la Russia è stata offesa, che è stata mortificata, che dobbiamo costringere gli altri a rispettarci, E poi c’è un odio quasi fisico verso l’Ucraina. Che cosa è la Russia senza Ucraina? Non c’è più l’antica Rus’ di Kiev, sparisce col suo deposito mitologico di tradizione. Putin, in poche parole, ritiene che l’Ucraina si sia appropriata della storia russa. E vuole riscrivere quella storia. Infatti alla vigilia dell’intervento armato ha dichiarato che la creazione di quello Stato fu un errore commesso da Lenin”.

Non crede che l’Occidente abbia sbagliato, dopo la fine dell’Unione Sovietica, a ridurre la Russia al rango di potenza regionale, pensando che la dimensione imperiale fosse una sovrastruttura del bolscevismo – mentre invece c’era prima e sopravvive dopo – perché è parte dell’anima russa?

“Io credo che nessuno si sia davvero reso conto di quel che sarebbe rimasto dopo il crollo dell’Impero. Intanto è rimasto un uomo corrotto, l’homo sovieticus – prodotto del bolscevismo – che per prima cosa vuole che lo si rispetti. Ma mi domando: per che cosa va rispettato? Per la quantità di armi nucleari che controlla? Ci sono molte cose per cui si può rispettare un Paese moderno, le idee, la ricerca tecnologica, le sue conquiste scientifiche. Invece no, noi dobbiamo rispettare soltanto la potenza militare, cioè il pericolo rappresentato dall’homo sovieticus: perché così, ridotto ad una sola dimensione, si tratta di un uomo cresciuto nella cultura della violenza, e che solo con la violenza sa risolvere i suoi problemi”.

Non pensa che Putin, più che la Nato e la sfida territoriale, tema il contagio occidentale della democrazia?

“A giudicare da quel che accadde a Minsk, durante la Rivoluzione bielorussa, quando centinaia di migliaia di persone scesero in piazza, direi che Putin ha aiutato Lukashenko proprio perché aveva molta paura della democrazia. Ha capito che sarebbe dilagata e per questo, poco per volta, le truppe russe hanno occupato la Bielorussia. All’inizio si disse che era per le manovre congiunte, ma poi le truppe non hanno più lasciato il nostro territorio. Oggi è Putin a guidare la Bielorussia, non è Lukashenko a stabilire se i carri armati passeranno di qui o di là e se i missili partiranno”.

Ma è per questo tornaconto che Putin ha rinunciato al rango di leader di una grande potenza rispettata nel mondo? Per diventare il campione dell’antidemocrazia?

“Io penso che Putin, diciamo così, è un uomo che è stato rinchiuso in un lager per tutta la vita. A un certo punto è uscito da quella gabbia. Eccolo, adesso è fuori, ma questo non vuol dire che superato il cancello del lager riesca a trasformarsi in un uomo libero. E guardi che questo è esattamente ciò che è accaduto a noi, a tutti noi. Siamo usciti dal recinto del lager, ma non sapevamo che cosa fosse la libertà. Neanche Putin lo sa. E non lo sanno i nostri oligarchi. Non lo sanno i nostri eserciti. Secondo un grande filosofo russo, Caadaev, l’idea che la Russia sia un Paese come gli altri è solo un’impressione. In realtà in Russia tutto dipende da chi si trova al vertice, tutto dipende sempre da un uomo solo. Dal suo egoismo, dalla sua idea della vita stessa, dalle sue ossessioni. La Russia di oggi è il riflesso di quello che Putin immagina della vita e del mondo”.

Quattro anni fa, Putin ha detto che la democrazia liberale dell’Occidente ha fallito, non mantiene le sue promesse: che modello ha in testa?

“Non comprende il principio basilare della democrazia, la sua concezione. Pensa che corrisponda alla discussione aperta nella società, tutto qui. È questa apertura che non capisce, la interpreta come un segno di debolezza. Per lui, tutto ciò che non è forza, è debolezza”.

Ma la Russia è condannata a non conoscere la democrazia?

“In ogni caso, penso non nella mia generazione. Noi non la vedremo. La via per la democrazia è lunga e costa fatica. Noi negli anni Novanta credevamo che la democrazia fosse lì lì per arrivare, a portata di mano, solo più tardi abbiamo compreso che invece è un percorso senza scorciatoie. Come si dice? Lunga è la strada per la libertà, e non si possono saltare le tappe. E per questo noi paghiamo col nostro sangue, con il nostro tempo nella storia. Sì, sì, siamo ancora in cammino”.

Come può il Cremlino considerare l’Ucraina legata alla Russia sul piano spirituale e distruggere le sue città massacrando la popolazione civile?

“Nella coscienza del mondo russo, tutto avviene attraverso la violenza. È il metro che misura tutto quello che succede in Russia. Ecco, ora, nei giorni della Pasqua, i russi dipingevano le uova e uccidevano gli uomini. E per loro è normale. Non solo. Arriva il Patriarca di tutte le Russie, Kirill, e benedice la guerra in Ucraina dicendo che il conflitto eviterà che da noi si facciano i Gay Pride: si rende conto?”.

È l’arruolamento di Dio?

“Si fa perfino fatica a credere che certe persone riescano a pensare cose del genere e che credano in quello che dicono”.

Che giudizio dà di Zelensky? In Occidente c’è qualcuno che pensa che la resistenza ad oltranza porti ad aumentare il numero delle vittime, e il cinismo della Realpolitik quasi consiglia all’Ucraina di arrendersi. Cosa ne pensa?

“In queste settimane ho avuto molte occasioni di ascoltare gli ucraini, e credo proprio che si difenderanno, come dicono, fino all’ultimo uomo. Perché Putin vuole distruggere il loro Paese, la loro cultura, la loro lingua. Per lui l’Ucraina non è degna di essere uno Stato, di esistere e di sopravvivere. E la gente ha reagito. È un popolo fiero e non accetterà nessuna capitolazione. Per questo è importante che il mondo sostenga l’Ucraina. Che dia armi e tutto ciò che serve, che aiuti”.

Ma Putin ha sbagliato i suoi calcoli? E oggi che cosa può sbloccare la guerra, portare a un cessate il fuoco e a un negoziato serio?

“Vede, Putin non è uno di quelli che accettano una resa. Prima di capitolare spinge il bottone nucleare”.

Lei pensa che ci sia questo rischio? Che sia concreto?

“Vorrei poterle rispondere che anche in Russia non tutti sono fanatici come lui: perché prima di premere quel bottone bisogna passare attraverso una lunga catena di controllo con soggetti diversi. E tutti hanno figli, nipoti, persone amate, e non spingeranno quel tasto perché sono esseri umani che hanno molto da perdere. Ma è davvero così? Qual è oggi l’equilibrio segreto del potere al Cremlino? Quella catena di comando, è operativa? Ha qualche grado di autonomia da Putin? O è solo lui a decidere? Perché lui sembra non amare nessuno, e agisce come un fanatico”.

Lei è scesa nell’inferno di Chernobyl con 485 villaggi svuotati dalle radiazioni, due milioni di persone nelle zone contaminate. Cosa ha pensato quando i soldati russi hanno preso il controllo della centrale?

“È stata, che dire, una notte tremenda, perché so bene che cos’è Chernobyl, e lì volavano pallottole, colpi di mortaio. E poi non solo hanno fatto irruzione, ma hanno cominciato a scavare, a toccare la terra, a smuovere ogni cosa, un disastro. Ora se ne sono andati. E però tra i soldati ci sono già molti malati, perché quella terra e quell’erba non si possono toccare e non si può vivere e dormire nelle tende in quel territorio. Questo significa che per Putin la vita di quei soldati non vale niente, tanto che non ha sentito il dovere elementare di consultarsi con gli scienziati: gli avrebbero spiegato che una cosa del genere non si può fare. Che è un suicidio”.

Chernobyl, la bomba, la guerra: lei ha paura dell’Apocalisse?

“Come posso spiegarle? Io ho già vissuto a lungo, ho visto molte cose. Ho paura per la mia nipotina, per mia figlia: ecco, sì, per loro ho paura. Quel che temo è che l’umanità possa finire per distruggere se stessa”.

C’è davvero il rischio che questo conflitto degeneri in una terza guerra mondiale?

“Questo rischio esiste, inutile negarlo. Qui bisogna essere molto accorti. Da un lato aiutare l’Ucraina e dall’altro utilizzare tutte le possibilità della diplomazia”.

È questo che chiede all’Occidente?

“Sì, questo, e con la massima urgenza”.

Ma Est e Ovest sono condannati ad essere nemici? La Russia può fare a meno dell’Europa e l’Europa può fare a meno della Russia?

“Non bisogna pensare che Putin sia la Russia: non è così. E questa domanda che si ripete sempre – come vivremo senza la Russia? – va aggiornata. Io credo che la politica delle sanzioni sia molto giusta per colpire proprio Putin. Perché si decide il suo destino di leader del Paese. Insisto: la Russia e Putin non sono la stessa cosa, mettiamocelo in testa. Quindi la Russia e l’Occidente torneranno insieme, non ho dubbi: ma quando non ci sarà più Putin”.

Lei ritiene possibile un cambio di regime ai vertici della Russia?

“Per ora non ho questa sensazione. Bisognerà vedere l’effetto delle sanzioni, e il corso della guerra. Perché se vince l’Ucraina vinciamo tutti, l’Europa, la Bielorussia, tutti: l’Ucraina combatte non solo per sé, ma anche per noi. Per esempio per quanto riguarda la Bielorussia, se vince l’Ucraina, anche il mio Paese avrà una chance”.

Dipenderà anche dall’effetto che i soldati morti avranno sull’opinione pubblica russa, o ciò che ne rimane. In Ragazzi di zinco lei ha raccontato i viaggi di ritorno dei 15-20 mila caduti in Afghanistan sul “Tulipano nero”,  l’aereo che trasportava i corpi in patria per le sepolture di notte. E oggi?

“In Ucraina sono apparsi i crematori mobili al seguito dell’esercito russo. Anche questo è un modo per nascondere i morti, per riportarne il meno possibile in Russia. Per non dire la verità sul costo della guerra: nemmeno alle famiglie”.

Lei racconta che ai tempi dell’Afghanistan i ragazzi non sapevano perché venivano mandati a morire, e volevano solo tornare a casa: è così anche adesso?

“No, non credo. Oggi molti sono in guerra per guadagnare soldi, è proprio cambiato tutto in questi anni. Ascoltiamo di nuovo le intercettazioni, rivelano ogni cosa. Un soldato telefona alla madre. ‘Mamma, qui stiamo ammazzando la gente normale’. E la mamma risponde : ‘Ma no, io vedo sempre la televisione e voi state facendo una grande opera, state eliminando i nazisti’. E questo inganno per un intero popolo mette paura, non crede?”.

Per Ragazzi di zinco lei ha subìto un processo perché l’esercito russo l’ha denunciata per diffamazione. Quelle pagine valgono ancora adesso per spiegare questa guerra?

“Sì, anche oggi quelle pagine vengono lette e recitate in molti teatri. Ora finirò questo nuovo libro, il libro uscirà, e credo che mi aspetti un’altra denuncia e un altro processo per quel che racconto sulla guerra in Ucraina”.

Lei scrive che i ragazzi-soldato russi partivano per Kabul parlando di internazionalismo, e in guerra scoprivano la realtà. Poi ricorda la scritta sul campo di concentramento delle isole Solovki, “Con mano di ferro costringiamo l’umanità alla felicità”: è questo il totalitarismo?

“Sì, è il principio del totalitarismo”.

Lei ha raccolto molte voci di persone che hanno patito la Seconda guerra mondiale. Raccontano che quando tornavano nei villaggi distrutti dai nazisti, si vergognavano che gli animali avessero assistito a questo scempio. Gli altri esseri viventi giudicano la nostra abiezione?

“Sì. E io credo che l’esercito russo sarà giudicato. Quando l’Ucraina vincerà, tutto il mondo la ricostruirà. Ma prima ci sarà il giudizio”.

I suoi libri vengono tradotti in quaranta lingue ma sono banditi in Bielorussia e lei ha dovuto lasciare il suo Paese. Si sente in esilio?

“Sì, un moderno esilio. Oggi vorrei vivere a casa mia, lo vorrei molto”.

Diceva, pochi anni fa, che siamo tutti uomini e donne “vicini nel tempo”, abbiamo gli stessi smartphone in tasca e soprattutto siamo uniti dalle stesse paure e dalle stesse illusioni. Perché questa convivenza civile si è rotta?

“È una domanda complessa. Potrei risponderle che ciò è accaduto perché non abbiamo avuto la forza necessaria per resistere, e cambiare. Negli anni Novanta noi credemmo molto in questa possibilità, ma forse non c’era l’uomo libero, e per costruire la libertà ci vuole un uomo liberato. E allora quest’uomo non esisteva. Perché dal socialismo  bolscevico non nasce un uomo libero”.

Noi abbiamo la stessa età: lei pensa che quando finirà la generazione dell’homo sovieticus, la nostra, le cose cambieranno in Russia?

“Difficile dirlo. Perché anche chi è nato dopo la fine dell’Urss è stato comunque educato da genitori che provengono dall’Urss, in un ambiente che deriva dall’Urss e ne porta ancora tutti i segni. È un processo più lungo di quello che noi avremmo immaginato e voluto. È tutto finito, e nello stesso tempo non sappiamo quando finirà davvero”.

Suo padre è rimasto comunista fino all’ultimo giorno della sua vita, mentre lei spiega che l’Urss si lascia alle spalle “un mare di sangue e una fossa dove sono sepolti i nostri fratelli”: come sono possibili le due cose insieme?

“Lei deve pensare una cosa: le persone che credevano in quel mondo erano persone oneste. Mio padre era un romantico. Mi diceva: l’idea era bella, è stato Stalin a rovinarla. È sempre stato una persona giusta, perbene, entrò nel partito durante la battaglia di Stalingrado, e lui ci credeva. Poi io lo amavo e lui amava me, e con il nostro amore abbiamo superato il fatto che vedevamo la vita in modi diversi”.

Nei suoi libri mi ha colpito moltissimo proprio quello che lei sta dicendo adesso, la generosità di tante persone che hanno creduto nel comunismo in buona fede. Oggi si sentono ingannate?

“Ma io sono convinta che persone del genere non ci saranno più, già adesso nessuno crede in questa idea. Anzi, ciò che sopravvive di questa idea oggi ha un carattere cinico e mercantile”.

Scrive a un certo punto:  “Siamo stati educati a fidarci della nostra patria”. È questa una delle ragioni del consenso?

“Quando sono andata in Afghanistan rimasi molto colpita dal fatto che tra i soldati c’erano moltissimi volontari, ed erano figli dell’intellighenzia, anche contadina. Quelli che avevano sinceramente creduto avevano educato i figli nella stessa convinzione. Solo lì, in Afghanistan, i ragazzi hanno incominciato a capire. E io stessa, quando sono tornata da Kabul, ero un’altra persona, finalmente libera”.

C’è un passaggio quasi metafisico nel suo libro, quando lei scrive: “Pensavamo che il comunismo fosse morto ma è una malattia cronica”, e aggiunge quel che dopo la caduta dell’Urss le ripetevano i vecchi sovietici: “Non ci dovete giudicare in base alle leggi della logica, ma a quelle della fede”. Si trattava di questo, una fede?

“Proprio così, come una religione”.

E questo culto cos’ha lasciato? Lei sostiene che i russi possono parlare di libertà solo per negazione, perché non l’hanno mai conosciuta, e aggiunge: “Il dolore è il nostro dono e la nostra condanna”. È la dimensione tragica dell’anima russa vittima e carnefice, immersa in una ordinarietà – lei scrive – sempre eccezionale. Le domando: fino a quando?

“Ciò che posso dirle è che al momento si vive così in Russia. Ho letto recentemente le parole di una madre che stava accogliendo la bara di suo figlio dall’Ucraina. E diceva: ‘Io sono orgogliosa di mio figlio, è morto per la Russia’. Non so capire e non so spiegare come tutto si sia confuso così nella sua coscienza di madre, il male e il bene”.

Dostoevskij si domanda: “Perché diavolo abbiamo bisogno di discernere il bene dal male se ci costa così caro?”. E lei aggiunge che “il male non è mai chimicamente puro”. Ma l’evidenza di questa guerra non si tradurrà in pedagogia del bene e del male anche per il popolo russo?

“Questa è una guerra che non ha nessuna giustificazione, nulla che possa dimostrare la giustezza delle sue ragioni, una qualche motivazione sensata. Ciò nondimeno, ecco che cosa ha fatto Putin: ha investito nella propaganda un’enorme quantità di denaro, ricavato dalla vendita del gas e del petrolio. È un investimento sulla guerra: e infatti è riuscito a fare quello che voleva”.

Il premio Nobel Dmitrij Muratov, direttore della Novaja Gazeta, costretta a chiudere dalla censura, ha detto che come non si può rimanere immuni dalle radiazioni se si sosta davanti al gruppo 3 della centrale di Chernobyl, così non si può vivere a Mosca e rimanere immuni dalla propaganda. Ha questo potere totale?

“Qualche settimana fa ho fatto la prova: ho deciso di guardare i programmi della televisione russa per un giorno intero. E ho capito com’è difficile per una persona normale resistere. Molto difficile. Lo so, lei potrebbe dirmi che tocca a noi scrittori e artisti squarciare il velo, trovando le parole giuste. Ma vede, ne troviamo poche”.

Intanto la guerra conta i suoi morti. Lei ha scritto: “Noi che veniamo dal socialismo abbiamo un rapporto particolare con la morte”. Mi spiega che cos’è?

“Io immagino che per uno spagnolo o un italiano o un francese sia molto importante la sua vita. Ecco, per quella madre russa di cui abbiamo parlato prima è più importante l’idea. Ha appena visto morire suo figlio, ma l’idea della Russia prevale sul dolore di madre. Capisce quel che intendo dire?”.

Ci sono pochi vincitori ma molti vinti. È un suo giudizio di dieci anni fa sul conflitto in Afghanistan. Vale anche come epitaffio anticipato per la guerra in Ucraina?

“Sì. Gli uni riportano i trofei, gli altri le bare. Allo stesso tempo il 68 per cento dei russi sostiene Putin. E quanto più forti sono le sanzioni, tanto più lo sostengono. Perché pensano che la guerra sia la dimostrazione del fatto che intorno al Paese ci sono i nemici: noi siamo vittime dei nostri nemici e dobbiamo compattarci tutti insieme. Tipica, eterna, reazione della Russia quando si sente circondata”.

Il futuro non è più al suo posto, e lei ci avverte che non possiamo più dichiarare con Cechov che “tra cent’anni il cielo pullulerà di diamanti”. Annichilita dalla guerra, è la fine della letteratura?

“Non credo alla fine della letteratura, tanto che sto scrivendo. Ma sicuramente nel buio di questa grande crisi sarà difficile spiegare quel che ci è accaduto: e raccontare non solo la violenza del potere, ma soprattutto l’umiliazione della Russia”.

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