Giuseppe Tecce: La Voce Letteraria dell’Invisibile Sociale

Nel panorama letterario italiano contemporaneo, Giuseppe Tecce emerge come una figura particolarmente poliedrica. Nato nel 1972 a Benevento, Tecce non si limita a vestire i panni dello scrittore, ma si immerge pienamente nelle realtà sociali più complesse, guidando una cooperativa sociale che si dedica alle persone emarginate e svantaggiate dal 2001. Questo impegno nel tessuto sociale non solo definisce la sua vita quotidiana, ma permea profondamente la sua scrittura, infondendo nelle sue opere una sensibilità unica verso le dinamiche umane e sociali.Con una produzione letteraria che include titoli come “L’agente della Terra di Mezzo”, “Storia di un Presidente che si credeva un topo” e “Il Portiere”, Tecce esplora temi di grande rilevanza sociale e esistenziale, spesso con una vena satirica e metaforica che invita il lettore a una riflessione critica sulla realtà. Il suo stile è caratterizzato da una prosa che coniuga l’introspezione psicologica dei personaggi con la descrizione minuziosa dei contesti in cui essi si muovono, creando un ponte tra l’individuo e la collettività.Il suo ultimo lavoro, “Ljuba senza scarpe”, segna un’ulteriore evoluzione nella sua poetica. Con la prefazione di Maurizio Braucci, noto per le sue sceneggiature cinematografiche, il romanzo si presenta come una narrazione intensa e commovente, un romanzo d’amore che tocca temi delicati e personali, riflettendo al contempo sull’esperienza umana universale.Le opere di Tecce si distinguono per la capacità di affrontare questioni profonde con leggerezza e profondità, in uno stile che si colloca al confine tra realismo e allegoria. La sua narrativa diventa un veicolo per esplorare le sfumature dell’esistenza, dando voce a chi spesso non la trova nel rumore del mondo moderno.Giuseppe Tecce, con la sua narrativa, si conferma non solo come uno storyteller di talento, ma anche come un osservatore attento e un interprete sensibile delle complessità del nostro tempo. La sua letteratura è un invito a non girare lo sguardo di fronte alle difficoltà sociali e personali, ma a riconoscere e valorizzare l’umanità in tutte le sue forme.

Le case vuote

Sulle strade dell’alta Irpinia,
dove il silenzio pesa sulle pietre,
le case svuotate fissano il cielo,
custodi di un respiro che sfuma.

Nelle vene dei piccoli paesi,
l’abbandono scorre lento e amaro,
e la tristezza tinge i campi,
dove l’eco umano si assottiglia.

Scenari di porte chiuse, finestre mute,
dove ogni piazza ha perso il suo battito,
e i campanili contano le ore
per chi più non torna, per chi più non aspetta.

Il vento si porta via le voci,
e i sentieri si riempiono d’oblio,
mentre l’Irpinia sospira storie,
di una bellezza che resiste al tempo,
ma cede, giorno dopo giorno, alla lontananza.

In memoria dell’evento del Terremoto del 1980

Oggi, è il 23 Novembre, e ricordiamo il 43° anniversario del devastante terremoto che ha scosso l’entroterra campano e l’Appennino centro-meridionale nel 1980. In questo giorno, dobbiamo riunirci nel ricordo delle numerose vite perdute e delle comunità profondamente colpite.

Ma, nello stesso tempo, mi preme celebrare anche lo spirito indomito delle persone che hanno ricostruito le loro vite e le loro città dalle macerie. Questa tragedia ha messo duramente alla prova la nostra resilienza, ma ha anche mostrato la nostra incredibile capacità di unirci e superare le avversità.

Marina Ivanovna Cvetaeva

<<Ci sono al mondo esseri superflui, creature in più, aggiunte senza peso…ma ai poeti, a noi poeti, noi paria e pari a Dio, è dato, straripando dalle rive, rotti gli argini, rubare anche le vergini agli

*Versi di Marina Cvetaeva (Mosca, 1892 – Elabuga, 1941), una delle poetesse russe più importanti del ventesimo secolo.

Autrice di liriche nella sua lingua, oltre che in francese e tedesco, sin dall’età di sei anni, divenne da adulta l’esponente più in vista del locale movimento simbolista.

Nel 1922 fu costretta in esilio dal regime comunista russo, prima a Berlino e Praga e poi a Parigi, poichè aveva celebrato con le sue opere la lotta anticomunista dell’Armata Bianca, in cui aveva militato anche il marito Sergej Ėfron. Tornò a Mosca nel 1939, dopo il misterioso omicidio del consorte e l’internamento in un campo di lavoro della figlia Ariadna Ėfron.

Si trasferì infine nel villaggio di Elabuga, dove visse isolata e in estrema povertà. Qui, il 31 agosto 1941, all’età di 49 anni, si impiccò nell’ingresso dell’abitazione rurale che aveva affittato da due pensionati del luogo.

🔴I POETI
(Marina Ivanovna Cvetaeva)

Da lontano il poeta prende la parola.
Le parole lo portano lontano.

Per pianeti, sogni, segni. Per le traverse vie
dell’allusione. Tra il sì e il no il poeta,
anche spiccando il volo da un balcone
trova un appiglio. Giacché il suo

è passo di cometa. E negli sparsi anelli
della causalità è il suo nesso. Disperate
voi che guardate il cielo! L’eclisse del poeta
non c’è sui calendari. Il poeta è quello

che imbroglia in tavola le carte,
che inganna i conti e ruba il peso.
Quello che interroga dal banco,
che sbaraglia Kant,

che sta nella bara di Bastiglie
come un albero nella sua bellezza.
È quello che non lascia tracce,
il treno a cui non uno arriva
in tempo.

Giacché il suo
è passo di cometa: brucia e non scalda,
cuoce e non matura – furto! scasso! –
tortuoso sentiero chiomato
ignoto a tutti i calendari…

Notizia strepitosa! Ljuba va a…

È una notizia incredibile ed è, oramai, ufficiale: il mio libro, “Ljuba senza scarpe”, è stato selezionato per essere presentato al Parlamento Europeo a Bruxelles il prossimo febbraio!
È un sogno che diventa realtà e non posso ancora credere che il mio lavoro abbia raggiunto un palcoscenico così prestigioso. Grazie a voi tutti per il prezioso supporto, senza il quale non sarebbe stato possibile!
Sono super emozionato e non vedo l’ora di condividere questa esperienza con tutti voi.
Stay tuned!
Ps: resta un unico nodo da sciogliere: Dovró indossare la giacca? Voi che cosa ne pensate?
PS PS : un ringraziamento doveroso va a Pietro Graus che ha sempre creduto in me e in Ljuba.

TIENTSIN – LA COLONIA ITALIANA IN CINA

La città di Tientsin (o Tianjin) si trova nel nord della Cina, con sbocco sull’Oceano Pacifico, circa 100 km a sudest di Pechino. La sua area metropolitana, con oltre 15 milioni e mezzo di abitanti, si colloca al quarto posto tra le città cinesi più abitate, dopo Shanghai, Pechino e Chongqing.

In questa metropoli, oggi tra i centri nevralgici del commercio della grande nazione asiatica, fino a meno di 80 anni fa esisteva una piccola parte d’Italia, figlia delle concessioni di territorio che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, furono istituite per incentivare lo sviluppo dell’area.

Tutto ebbe inizio nel 1899 quando in Cina scoppiò la cosiddetta Rivolta dei Boxer, una ribellione interna ideata da varie organizzazioni locali contro la penetrazione che i popoli europei stavano attuando in parte dell’Impero, col benestare della dinastia Qing che già negli ultimi tempi stava causando molti malumori nella popolazione cinese. Questi gruppi si unirono sotto il nome di “Yihetuan”, vale a dire gruppi di autodifesa dei villaggi della giustizia e della concordia.

La ribellione imperversò per due anni e portò all’intervento dell’Occidente con la nascita dell’Alleanza delle otto nazioni, cui aderirono Francia, Germania, Giappone, Impero austroungarico, Regno d’Italia, Regno Unito, Impero russo e Stati Uniti d’America. L’esito, scontato, vide la vittoria delle potenze occidentali amiche della dinastia Qing e una carneficina tra civili e militari cinesi.

Al termine della rivolta, nel settembre 1901 fu firmato il Protocollo dei Boxer tra l’Alleanza e l’Impero di Cina, con l’ingresso negli accordi anche di Belgio, Paesi Bassi e Spagna. Con la firma del principe Yikuang e del politico e ammiraglio Li Hongzhang, in rappresentanza dell’imperatrice madre Cixi, l’Impero si impegnava a pagare salatissime indennità di guerra – nello specifico, all’Italia toccarono più di 26 milioni di tael, quasi 100 milioni di vecchie lire –, a bloccare l’importazione di armi e munizioni per due anni, alla punizione dei ribelli – le pene variarono dalla condanna a morte alla deportazione in Turkestan, inclusa per tutti la damnatio memoriae – e ad accordare delle piccole concessioni di territorio per le attività commerciali delle potenze europee. In totale, al Regno d’Italia toccarono 457.800 m² di suolo cinese, nella città di Tientsin: nasceva così la concessione italiana di Tientsin.

La porzione di territorio affidata all’Italia consisteva in una fascia di terreno, lunga un chilometro e larga cinquecento metri, zeppa di saline e paludi. Dopo i primi tempi che furono praticamente di ricognizione, venne avviata una pesante bonifica che nel corso dei decenni portò la popolazione della concessione di Tientsin a circa 10.000 abitanti.

Il primo governatore e console del possedimento coloniale sulle rive del Gran Canale Jing-Hang (o Canale Imperiale) fu Cesare Poma, che aveva svolto l’attività di diplomatico in giro per il mondo, da Smirne a Belo Horizonte, da Johannesburg a New York. Durante il suo mandato (dal 1901 al 1904) fondò il “Bollettino italiano dell’Estremo Oriente”, il primo giornale italiano pubblicato in Cina. Nel 1904 fu inaugurata anche la locale stazione radiotelegrafica che avrebbe funto da supporto a quella della Regia legazione d’Italia sita a Pechino.

Con la caduta dell’Impero cinese che portò alla nascita della Repubblica di Cina (1912-1949) e lo scoppio della Prima guerra mondiale, il presidio di Tientsin fu utilizzato per ospitare circa un migliaio di prigionieri irredenti dei territori del Trentino, della Venezia Giulia e della Dalmazia. Questi furono aggregati ad alcuni alpini provenienti direttamente dall’Italia e insieme diedero vita al Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente, con sede proprio a Tientsin, per fronteggiare i bolscevichi che avevano portato alla rivoluzione in Russia.

Conclusa la Grande guerra, nella piccola lingua di terra italiana si inaugurò la costruzione di molte abitazioni, villette circondate da rigogliosi giardini, ma di attività industriali e commerciali non se ne vide l’ombra; per tale ragione i cinesi che abitavano nel presidio cominciarono a chiamare quella italiana la “concessione aristocratica”.

Con l’avvento del fa*cismo in Italia anche la concessione di Tientsin, considerata una colonia italiana a tutti gli effetti, fu toccata dal cambiamento e il governatore assunse il titolo di podestà di Tientsin. Nel 1926, nella cittadina fu costruita anche una caserma destinata a ospitare le forze armate italiane che fino ad allora si erano arrangiate in degli stambugi: era la caserma Ermanno Carlotto, inaugurata da Vittorio Cerruti, ministro plenipotenziario d’Italia in Cina, e ancora oggi utilizzata dalla Polizia armata del popolo cinese.

La presenza italiana in Cina durò fino al termine della Seconda guerra mondiale: con la caduta del fa*cismo e l’armistizio dell’8 settembre, la concessione, sotto l’ultimo podestà Ferruccio Stefenelli, fu invasa dalle milizie giapponesi. Molti militari e civili italiani furono deportati nei lager in Corea; altri, quelli che collaborarono con i giapponesi, furono risparmiati ed espulsi dal territorio all’inizio del 1944.

L’Italia abbandonò definitivamente il presidio nel 1947, in conseguenza dei trattati di pace di Parigi che regolavano il nuovo assetto politico mondiale dopo la guerra. A Tientsin, oggi conosciuta dai più come Tianjin, esiste tuttora una zona chiamata “quartiere italiano”, utilizzata principalmente per scopi turistici.

LETTERA DI GURDJIEFF ALLA FIGLIA

NON CONTRADDIRE MAI, TACI. . .

“Se non approvi ciò che dice l’altro non sollevare polemiche o voler a tutti i costi avere ragione, rimani nel silenzio.
Questo del silenzio non è un atto di sottomissione come la mente ti porta a credere, bensì un Atto di Regalità.
Perchè vuoi costringere l’altro a
pensarla come te? Forse perchè tu stesso non credi davvero a ciò che dici e vuoi conferme “dall’esterno?, o forse perchè non tolleri di essere contraddetto?
Vedi. . . si ignorano sempre alcune cose importanti quando non si è d’accordo con ciò che un’altro dice. . . la prima è il fatto che non sappiamo come l’altro “veda” la realtà e ancor meno sappiamo a che livello evolutivo egli si trova. La seconda è che ignoriamo spesso che ciò per cui oggi ci battiamo domani sarà mutato e la nostra opinione con lui.
Ognuno vede la propria realtà ed essa è per lui “reale” come la nostra lo è per noi. . . ecco il perchè del Silenzio. Non tanto perchè se stiamo zitti ammettiamo di avere torto ma bensì perchè è sciocco voler che gli altri ci diano “ragione”. L’ autentico Sapere
proviene dal Cuore e il Cuore non ha bisogno dell’approvazione altrui”.

E anche questa è fatta!

Sturno, Avellino: In una sinergia territoriale che unisce gastronomia di qualità e impegno sociale, “Il Mulino della Signora luxury country house” e “Il Soffio sul Mulino struttura tutelare per persone non autosufficienti” hanno firmato un importante protocollo d’intesa il 18 novembre.

Questa collaborazione, guidata dal Dott. Gianfranco Testa del Mulino della Signora e dal Dott. Giuseppe Tecce della cooperativa sociale Medina, ha come obiettivo la realizzazione di eventi sociali e culturali che valorizzano le eccellenze culinarie del territorio, coinvolgendo le fasce più deboli della società.

Le iniziative, tra cui pranzi e degustazioni di prodotti locali come gli oli d’eccellenza, saranno accessibili ai residenti della struttura per anziani e a persone appartenenti a fasce sociali disagiate. Il Mulino della Signora si impegna a fornire personale qualificato, prodotti di alta qualità e attrezzature per la preparazione e il servizio dei pasti. D’altro canto, Il Soffio sul Mulino offrirà supporto logistico e assistenza, garantendo accessibilità e coinvolgimento attivo dei suoi residenti, e non solo.

L’obiettivo è duplice: offrire esperienze culinarie di alto livello a chi normalmente non ne avrebbe accesso e creare momenti di condivisione e integrazione sociale. Gli eventi saranno promossi attraverso i canali di comunicazione di entrambe le strutture e si prevede il coinvolgimento di istituzioni locali, associazioni e media.

Questo protocollo, valido per due anni con possibilità di rinnovo, è un esempio concreto di come la collaborazione tra settori diversi possa generare impatti sociali positivi, valorizzando al contempo le ricchezze del territorio.

Parlando di Ljuba!

Vi propongo il bell’intervento del Prof Franco Di Cecilia, alla serata di ieri a “Il Soffio sul Mulino”

Buona la prima: Ljuba senza scarpe a “Il Mulino della Signora”

Ieri sera, al Mulino della Signora, abbiamo vissuto un momento indimenticabile. La presentazione del mio libro “Ljuba senza scarpe” ha toccato il cuore di tutti i presenti. Un grazie va all’assessore Mariafranca Siconolfi , al dirigente scolastico e consigliere provinciale Prof. Franco di Cecilia, all’assessore Gerardo Solomita, alla Maria Laura Ricca nel ruolo della provocatice, molto ben riuscito, e all’editore Pietro Graus che mi segue sempre con rinnovato ardore!

Una menzione speciale va a cinque ospiti d’eccezione in prima fila: gli anziani della struttura tutelare “Il Soffio Sul Mulino”, di cui ho l’onore di essere direttore. La loro presenza ha reso l’evento ancora più significativo, riempiendo la sala di storie, saggezza e calore umano.

Grazie a tutti per aver condiviso con me questo traguardo. La vostra partecipazione e il vostro sostegno sono il vero successo di questa serata! 🌟📖👵👴🌿 #LjubaSenzaScarpe #IlSoffioSulMulino #PresentazioneLibro #incontrichecontano