Supermercati vuoti, distributori senza carburante, trasporti bloccati e anziani che non riescono a raggiungere gli ospedali. La protesta degli autotrasportatori è una battaglia che riguarda tutti noi. Ma chi difende, nel frattempo, il diritto alla vita di chi ne sta pagando le conseguenze?
C’è una frase che mi è stata detta oggi pomeriggio e che, più di qualsiasi dichiarazione politica, più di qualsiasi servizio televisivo, racconta quello che sta accadendo in queste ore in Campania.
«Sono arrivati passando per le campagne».
A pronunciarla è stato il macellaio di un supermercato nel quale ero entrato per fare la spesa. Avevo attraversato corsie desolatamente vuote, scaffali che sembravano essere stati saccheggiati da un esercito in ritirata, fino ad arrivare al banco delle carni. Anche quello era vuoto. Completamente. Con una sola, curiosa eccezione: il reparto avicolo.
C’era del pollo.
Ho chiesto al macellaio come fosse possibile che, in mezzo a tutto quel deserto, proprio il suo banco avesse ancora qualcosa da vendere.
Mi ha risposto che si trattava di un allevamento locale e che due furgoni erano riusciti a raggiungere il supermercato passando, appunto, per le campagne.
Per le campagne.
Ho continuato a pensare a quelle parole anche dopo essere uscito.
Siamo nel 2026, in un Paese che appartiene al G7, in una regione attraversata da autostrade, interporti, infrastrutture e grandi arterie commerciali, e per portare qualche pollo al banco di un supermercato bisogna trovare una strada secondaria, aggirare i blocchi, attraversare le campagne.
Sembra l’immagine di un dopoguerra raccontato dai nostri nonni. Invece è quello che ho visto oggi.
Una protesta giusta che rischia di colpire le persone sbagliate
Voglio essere chiaro, perché non vorrei che le mie parole fossero fraintese.
Gli autotrasportatori hanno ragioni che meritano ascolto. La loro battaglia, per molti aspetti, è anche la nostra. Il costo del carburante, le difficoltà delle imprese, l’insostenibilità di un sistema economico nel quale chi lavora e produce rischia continuamente di essere schiacciato sono questioni che riguardano tutti.
Non si può pretendere che una categoria continui a sopportare indefinitamente il peso delle contraddizioni economiche del Paese.
Ma esiste un confine.
Ed è quello oltre il quale il diritto di protestare comincia a compromettere il diritto degli altri a vivere, a curarsi, a mangiare.
Mi domando, per esempio, quale beneficio possa trarre un agricoltore dal blocco di un camion carico di frutta e verdura.
Un’azienda agricola investe denaro, tempo, lavoro. Affida alla terra una stagione intera di sacrifici e, quando finalmente raccoglie i propri prodotti, ha bisogno di venderli. Subito. Perché una pesca non può aspettare la fine di una vertenza sindacale. Un pomodoro non conosce i tempi della politica.
La merce deperisce, l’investimento si perde e a pagare è proprio quella parte del mondo produttivo che la protesta sostiene di voler difendere.
C’è una contraddizione che non possiamo ignorare: se per salvare un settore economico ne mettiamo in ginocchio altri dieci, quale vittoria avremo ottenuto?
Quando il problema non è più fare la spesa, ma garantire la vita
Dirigo una piccola struttura residenziale per anziani.
Lo scrivo perché quello che sto per raccontare non è una considerazione teorica, né una delle tante opinioni che si rincorrono sui social.
È qualcosa che ho vissuto direttamente.
Oggi due persone anziane affidate alla nostra responsabilità non hanno potuto effettuare una visita medica programmata perché le ambulanze che avrebbero dovuto accompagnarle in ospedale non disponevano del carburante necessario.
Due persone.
Due esseri umani che hanno bisogno di assistenza, che non possono decidere autonomamente di prendere un’automobile e cercare un’altra strada, che dipendono da un sistema di servizi il cui funzionamento dovrebbe essere garantito in qualsiasi circostanza.
E non è tutto.
La ditta che rifornisce la nostra struttura di generi alimentari ci ha comunicato di non poter effettuare la consegna perché i propri mezzi sono rimasti bloccati in una zona del Napoletano.
Naturalmente abbiamo delle scorte. Ma nessuna struttura può immaginare di vivere indefinitamente delle proprie riserve.
E allora la domanda che rivolgo a chi protesta, ma soprattutto a chi governa, è molto semplice: cosa dovrebbe accadere se questa situazione continuasse?
Cosa succederebbe se un anziano avesse bisogno di un ricovero urgente e non fosse disponibile un mezzo per trasportarlo? Cosa accadrebbe se una struttura assistenziale non riuscisse più a ricevere medicinali o alimenti?
Dobbiamo aspettare che qualcuno subisca conseguenze irreparabili prima di comprendere che la situazione ha superato il limite di una normale vertenza?
Il nuovo lockdown, senza un virus
C’è una sensazione che non provavo nemmeno durante il Covid.
Allora avevamo paura di uscire. Avevamo paura di ammalarci, di incontrare qualcuno, di respirare troppo vicino a uno sconosciuto.
Ma quando uscivamo per necessità, trovavamo il carburante. Trovavamo gli alimenti. Trovavamo, pur tra mille difficoltà, una rete di distribuzione che continuava a funzionare.
Oggi, almeno nei luoghi che sto attraversando e dei quali ricevo testimonianze dirette, quella certezza sembra essere venuta meno.
Ci sono supermercati con interi reparti vuoti, distributori che non riescono più a rifornire gli automobilisti, consegne sospese e persone che cominciano a vivere con una domanda costante nella testa: e se domani dovesse accadermi qualcosa?
Se dovessi accompagnare urgentemente un familiare in ospedale? Se avessi bisogno di un medicinale? Se finisse il carburante della mia automobile?
È una forma di angoscia diversa da quella che abbiamo conosciuto durante la pandemia.
È la paura dell’imprevisto in un mondo che ha smesso di garantire perfino l’ordinario.
Castel del Lago e le voci di chi protesta
Ho parlato personalmente con alcuni autotrasportatori impegnati nel blocco di Castel del Lago.
Mi hanno raccontato di una mobilitazione destinata, secondo le loro intenzioni e le informazioni in loro possesso, a intensificarsi e ad allargarsi.
Non so quanto di queste previsioni si realizzerà. So, però, che quanto sta già accadendo meriterebbe un’attenzione nazionale ben diversa.
Ho la forte impressione che la Campania stia sopportando conseguenze particolarmente pesanti, e vorrei che qualcuno si prendesse la briga di raccontarle senza minimizzazioni.
Non soltanto attraverso le dichiarazioni dei rappresentanti delle categorie o le immagini dei camion fermi lungo le strade.
Vorrei che le telecamere entrassero nei supermercati, nei distributori, nelle strutture assistenziali. Vorrei che qualcuno ascoltasse gli agricoltori che non riescono a vendere, i piccoli commercianti che aspettano consegne che non arrivano, gli operatori sanitari che devono trovare soluzioni a problemi che non dovrebbero nemmeno esistere.
Perché una protesta non si misura soltanto dal numero dei mezzi che riesce a fermare.
Si misura anche dalle conseguenze che produce nella vita di chi non vi partecipa.
Lo Stato non può essere uno spettatore
E qui arriviamo alla responsabilità più grande.
Quella della politica.
Non è accettabile che un Paese si ritrovi a discutere se sia giusto o meno far passare un camion carico di generi alimentari destinati a una struttura per anziani.
Non dovrebbe esserci nulla da discutere.
I servizi essenziali devono essere garantiti. Le ambulanze devono poter circolare. Gli ospedali, le farmacie e le strutture sociosanitarie devono poter ricevere ciò di cui hanno bisogno. Le merci deperibili devono poter raggiungere la distribuzione.
Non si tratta di cancellare il diritto allo sciopero o di mettere a tacere una categoria esasperata.
Si tratta di governare una crisi.
Lo Stato esiste anche per questo. Soprattutto per questo.
Per intervenire quando due diritti entrano in conflitto e impedire che il più debole sia costretto a pagare il prezzo più alto.
E invece la sensazione è quella di assistere a un progressivo abbandono, mentre il disagio si accumula e la rabbia cresce.
Non vorrei che qualcuno stesse sottovalutando il rischio di una tensione sociale sempre più difficile da contenere.
La fame, del resto, non è mai stata una buona consigliera. E nemmeno la paura.
Un appello agli autotrasportatori
A voi che state protestando voglio rivolgere un appello.
Continuate a far sentire la vostra voce. Difendete il vostro lavoro, le vostre famiglie, la dignità di una categoria senza la quale il Paese si fermerebbe.
Ma non impedite a un’ambulanza di accompagnare un anziano in ospedale. Non fermate i medicinali. Non bloccate il cibo destinato alle comunità, alle RSA, alle persone fragili. Non condannate gli agricoltori a vedere marcire il frutto del proprio lavoro.
Non trasformate coloro per i quali dite di combattere nelle prime vittime della vostra battaglia.
E al Governo rivolgo una richiesta altrettanto semplice: intervenite. Ascoltate, trattate, trovate soluzioni e garantite immediatamente la continuità dei servizi essenziali.
Perché oggi ho visto un banco di macelleria nel quale l’unica carne disponibile era arrivata passando per le campagne.
E continuo a pensare che un Paese nel quale bisogna trovare una strada di campagna per portare da mangiare alla propria gente sia un Paese nel quale qualcuno, molto in alto, ha già smarrito la strada principale.
Hasta la victoria. Ma che sia una vittoria di tutti. E che nessuno debba morire aspettandola.





